Il grande bordello

Dopo governo e parlamento, tocca alle principali amministrazioni cittadine, Roma e Milano, implodere e precipitare nel caos più assoluto.

Era nell’aria, tragicamente nell’aria, questo franare e sfaldarsi totale delle istituzioni, in un clima che, fatte ovviamente le debite differenze, nella sua totale incertezza e futuro a orologeria ricorda il 1992 e la stagione del crollo della Prima Repubblica. Con i partiti, a partire dai principali fino ai più piccoli, protagonisti e spesso artefici della crisi, troppo fragili e troppo minati all’interno, incapaci di ritornare alla base e ascoltarla. Forse perché non esiste più il concetto di base. E, forse, non esistono più nemmeno i partiti.

Ma andiamo con ordine.

Partiamo da Roma.

Il clamoroso arresto di Marra (un arresto in grande stile, di come non se ne vedevano, appunto, dai tempi di Tangentopoli), va molto al di là, e molto al di qua, del fatto in sé.

Prima di tutto, è una specie di cronaca di morte annunciata: che su Marra piovessero sospetti di ogni tipo e da più parti, si sapeva da mesi, forse da anni; che la scalata di Marra nelle stanze dell’amministrazione capitolina fosse tutt’altro che limpida, anche; il suo probabile sguazzare nel fango della più turpe corruzione palazzinara romana, idem.

Resta francamente incomprensibile non tanto la scelta della Raggi, quanto la sua strenua ostinazione nel difenderlo, fino a minacciare di andarsene qualora le fosse stato impedito di inserirlo tra i suoi più stretti collaboratori. E ancora più assurdo appare il cedimento a queste richieste, almeno iniziale, del Movimento, ovvero un partito solito a passare ai raggi x curricula e carriere, fino a poter avanzare obiezioni per una multa per divieto di sosta.

Ho sempre pensato come la Raggi fosse assolutamente inadeguata a un ruolo così delicato e decisivo, la persona sbagliata al posto sbagliato nel momento ancor più sbagliato. Ma vista la complessità gigantesca delle problematiche da affrontare, la drammatica situazione di partenza che la giunta si è trovata a fronteggiare, il giudizio, almeno quello del sottoscritto, è rimasto per forza di cose sospeso.

Ora, oggi, non più. Certo la giunta Raggi si è trovata sotto una stretta e spietata osservazione che non le ha risparmiato nemmeno le virgole, con una stampa spesso ostile in attesa del benché minimo errore, sempre pronta a ricamare anche davanti al niente (esemplare resta “Repubblica” che mette in cronaca nazionale la storia della ragazza morsa da un ratto a Trastevere). Ma non basta, non è sufficiente a giustificare l’operato fin qui fallimentare della giunta.

Al governo di un sindaco di solito si dà un primo giudizio dopo cento giorni. In questo caso è passato il doppio del tempo, un tempo contrassegnato da errori a ripetizione, ingenuità e buchi nell’acqua clamorosi, di cui il caso Marra, oltre a essere l’ennesimo squallido capitolo della saga infinita del “romanzo criminale” del malaffare romano, è l’esempio più eclatante.

Grillo, da sempre tra i più scettici sul nome di Marra, per risolvere il disastro ha chiesto, e ottenuto, la rimozione dalla giunta di tutti i fedelissimi della Raggi, vicesindaco compreso.

Ma non basta di certo.

Rimanendo nel campo strettamente capitolino resta una sindaca, Virginia Raggi, a questo punto fragile, fragilissima, sfiduciata dal suo stesso partito e di fatto commissariata. E restano soluzioni alla crisi prese dall’alto, Ma le conseguenze più serie, e più gravi, di tutto questo vanno ben al di là della questione romana: anzitutto occorre vedere come si evolverà l’affaire Marra, se si allargherà e chi altri vedrà coinvolti; poi, soprattutto, le ripercussioni sul Movimento, a tutt’oggi imprevedibili ma che di certo non saranno indolori.

Roma era un banco di prova decisivo per la credibilità e la maturità politica dei 5 Stelle e Roma è stato un fallimento. Un fallimento che va a indebolire, in maniera diretta, il volto più istituzionale del Movimento a livello nazionale, ovvero Luigi Di Maio, vero candidato in pectore per le prossime elezioni politiche, l’uomo che più di ogni altro si è speso in difesa delle scelte della Raggi e che oggi vede abbattersi sulla sua persona le crepe di una resa dei conti tutta interna al movimento.

Poi Milano, dove la situazione è completamente diversa ma di certo non meno grave. Anzi

In questo caso non c’è un arresto, ma un’indagine. E un indagine non significa certo colpevolezza.

C’è però l’autosospensione del sindaco Sala, atto di per sé eclatante e clamoroso e, soprattutto, impossibile da decifrare: atto di correttezza e responsabilità istituzionale oppure una preventiva e preliminare ammissione di colpevolezza?

Ma soprattutto c’è una maxi tangente relativa ad Expo, quell’Expo di cui Sala ne è stato comunque il principale regista. Il che, almeno a nostro avviso, rende l’affaire milanese decisamente più ingente e importante di quello romano. E potenzialmente più esplosivo.

Da una parte infatti, fa crollare l’equazione ripetuta come un mantra per mesi, ovvero che alla corrotta, immobile e paludosa Roma si opponeva l’onesta, dinamica e moderna Milano.

Dall’altra, cosa più importa, investe e va a travolgere direttamente Expo, ovvero il simbolo stesso del “rilancio” e della rinascita italiani, il grande evento per eccellenza, la scommessa più grande di Renzi, il simbolo stesso del renzismo più rampante e spregiudicato.

Mi si conceda una parentesi tutta personale: vorrei una risposta, e la vorrei davvero, da tutti quelli che mi hanno dato del “gufo” e del “disfattista” quando, ormai quasi due anni or sono, non riuscivo ad accogliere con entusiasmo Expo, visto che – oltre alle discutibili scelte etiche della manifestazione – l’organizzazione era tutt’altro che limpida e il rischio di un nuovo, ennesimo “romanzo criminale” molto più che concreto, visti i sospetti di tangenti e appalti truccati che aleggiavano sull’intera operazione. Non c’è nemmeno bisogno di riaprire una nuova discussione, basta andare indietro nel tempo, riprendere i post di quel periodo e riprendere il dibattito là dove lo avevamo interrotto. Sono sicuro che sarebbe molto interessante.

Tutto questo mentre, a livello nazionale, un governo c’è e non c’è.

Nel senso che, pur avendo appena incassato la fiducia, è di fatto sfiduciato non dalle opposizioni, ma dal partito stesso che lo ha fatto nascere, ovvero il PD, visto che la sua assemblea, per la stragrande maggioranza, ha approvato la relazione del segretario Renzi in cui si parla della necessità di andare al voto il prima possibile, il che equivale a dire far cadere il governo Gentiloni (ripetiamo, governo PD) il prima possibile.

Ripeto quanto scritto giorni fa: c’è nell’aria un vago odore di 1992. Ovvero singoli avvenimenti gravi e inquietanti che però, una volta uniti e messi in relazione, scatenano un effetto domino irrefrenabile che scompagina, trascina giù e spazza via ogni cosa.

Il che sarebbe anche auspicabile, per certi versi.

Solo attenzione, visto che dopo il 1992 viene il 1993. E, soprattutto, il 1994.

E ho detto tutto.

#resistenzeRiccardoLestini

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