Fuochi d’artificio e miccette

È successo tutto in poco più di ventiquattro ore, un tempo a suo modo straordinariamente breve, se si considera l’incertezza che ha segnato l’infinita vigilia di queste elezioni.
Ventiquattro ore in cui comunque non sono mancati frenesia e colpi di scena. Soprattutto nel tardo pomeriggio della giornata di venerdì, quando l’annuncio clamoroso di Salvini di non aver votato Romani, l’uomo per eccellenza del cavaliere, ha fatto pensare alla concreta possibilità di una spaccatura definitiva del centrodestra.
Per qualche ora insomma si è pensato scoppiassero i fuochi d’artificio, ma alla fine, con buona pace degli amanti del sensazionalismo a tutti i costi, ci sono state solo miccette.
Nel senso che, in definitiva, è accaduto ciò che era logico e scontato accadesse, ovvero che, visti i risultati delle urne, non poteva esserci soluzione diversa dalla spartizione delle camere tra Cinquestelle e centrodestra.
Ma come sempre accade in politica, se si inverte l’ordine degli addendi cambia anche il risultato, e la forma finisce sempre per essere più sostanza della sostanza stessa.
Tradotto: pur se alla fine di tanto affanno e di tante minacce apocalittiche si è arrivati al più annunciato dei risultati (almeno noi, in questa pagina, lo ripetiamo da giorni), in quelle ore convulse sono stati seminati dettagli di certo non da poco che non resteranno senza conseguenze.
Il primo riguarda Matteo Salvini. Fino a venerdì del centrodestra era solo il leader in pectore, alle cui spalle aleggiava l’ombra gigantesca del vecchio patriarca Berlusconi pronto alla minima incertezza a riprendersi il centro della scena. Dopo le votazioni è diventato, sul campo, leader unico è indiscutibile. Con una mossa politica ultra machiavellica e di fatto perfetta, in un colpo solo è riuscito a delegittimare Berlusconi e al tempo stesso mantenere l’unità della coalizione. La mossa di eleggere la Casellati è tecnicamente un capolavoro: la sceglie lui e non Berlusconi, ma sceglie una senatrice che non solo è di Forza Italia e quindi non rompe i patti stipulati, ma è l’onorevole più berlusconiana possibile. Una proposta che mette Forza Italia all’angolo: il partito del cavaliere non può rinunciare e deve piegarsi in silenzio al volere della Lega. Non solo: visto che Forza Italia si è presa il senato, ora la Lega ha priorità assoluta sul governo.
Diverso il discorso dei Cinquestelle. Il Movimento non era chiamato a chissà quali imprese, i numeri ottenuti gli garantivano la camera a prescindere. Chiaro che fa molta impressione vedere i pentastellati votare la berlusconiana per eccellenza, un curriculum (antiabortista, anti unioni civili, pasionaria delle leggi ad personam) che sembra essere la sintesi del contrario dei principi fondanti del movimento. Ma, dal punto di vista istituzionale, tenuto anche conto dell’Aventino senza margini del PD, non era possibile fare altro. Con tutto che i Cinquestelle segnano comunque un grande punto, riuscendo a eleggere l’ultra ortodosso Roberto Fico.
Diciamo quindi che se il gioco delle trattative lo stravince Salvini, Di Maio tiene la posizione.
Resta da capire come tutto questo andrà a ricadere nel grande rompicapo della formazione del governo, la vera partita decisiva che inizierà il 4 aprile con le consultazioni al Quirinale.
L’idea di un governo Lega-Cinquestelle ne esce senz’altro rafforzata. Nell’ottica di un governo di scopo o politico a tutti gli effetti è tutto da vedere, ma al momento l’asse Di Maio-Salvini è la conclusione più probabile.
Più incerto è il destino del centrodestra. Già traballante ancor prima del voto, i tumulti dei giorni scorsi lo hanno minato ulteriormente. Già il fatto che i tre partiti andranno, come pare, alle consultazioni separatamente, è un segnale importante di un’unità non proprio granitica.
Fratelli d’Italia potrebbe entrare nell’esecutivo con i grillini, ma solo se fosse il centrodestra a dettarne le regole. Ovvero: nell’ipotesi di un governo a trazione pentastellata, Giorgia Meloni andrebbe all’opposizione.
Discorso diverso per Forza Italia, che potrebbe dare l’assenso a un governo con Di Maio, ma il Movimento non accetterebbe mai di sedersi al tavolo delle trattative con Berlusconi. A quel punto, si vocifera in queste ore, Salvini avrebbe la soluzione: completare il parricidio ed eliminare definitivamente Berlusconi dalla scena chiedendo a Forza Italia di nominare un reggente. E, in caso di no, poter contare su un probabilissimo esodo di forzisti in seno alla Lega.
Con tutto che, le premesse gettate, potrebbero diventare realtà senza troppi calcoli o colpi a sorpresa, visto che Lega e Cinquestelle, i numeri per formare un esecutivo senza tenere conto delle altre forze, ce li hanno già.

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