“C’era una volta una bambina di nome Rosa che guardava il cielo e si chiedeva dove finisse… “

“C’era una volta….
… una bambina di nome Rosa che guardava il cielo e si chiedeva dove finisse…”

(Storie di belle ragazze – Rosa Sigillò)

Iniziamo questo lungo viaggio nell’universo femminile con Rosa Sigillò. E non poteva davvero esserci inizio migliore.
La più classica delle presentazioni e delle sintesi “da sigla” direbbe: Rosa Sigillò, calabrese trapiantata in Veneto da oltre dieci anni, insegnante nella scuola primaria, coordinatrice nazionale del movimento “MIDA precari”. Che è già tanto, tantissimo, ma non abbastanza.
Di sicuro non abbastanza per Rosa, che gli schemi (e di conseguenza pure le presentazioni e le sintesi da sigla) non è che le vadano stretti, semplicemente li oltrepassa distruggendoli. Non abbastanza per Rosa che è certo tutto questo ma è anche tanto, troppo altro, mille cose, mille emozioni, mille vite.
Ho avuto il piacere e la fortuna di imbattermi sulla sua strada qualche anno fa, quando gli insegnanti di tutta Italia tentarono le più svariate forme di lotta contro quel disastro chiamato “Buona Scuola”. Quelle battaglie non andarono come speravamo, ma almeno furono occasioni per fare splendide conoscenze. Rosa è una di quelle. Purtroppo non di persona, ma solo nello spazio virtuale della rete. E forse è così che deve essere, visto che ogni volta che, per un’iniziativa o altro, dovevamo incontrarci di persona, è successo qualcosa di molto più che paradossale a impedirlo. Una serie di incontri mancati che forse meriterebbe di finire in un romanzo, o in un film. Sicuramente, una storia da raccontare. Ma non adesso e non qui.
Oggi parliamo di Rosa e di lei soltanto, un vulcano dolce, un’esplosione gentile, in perenne movimento anche quando sta ferma. E succede di rado, che stia forma. Se hai modo di sentirla tre volte in una settimana, probabilmente sarà in tre posti diversi. E quando il corpo sta fermo, allora è l’anima a viaggiare.
Quel che più di ogni altra colpisce, di Rosa, è la titanica determinazione mista a una passionalità torrenziale con cui affronta ogni cosa, come se il confine tra ragione e sentimento non esistesse. O, più semplicemente, non importasse, visto che Rosa forse non riesce a fare tutto quello in cui crede, ma di certo crede in tutto quello che fa.
Donna forte e fragile, la sua forza è forse proprio nel non aver paura a mostrare la propria fragilità, terrigna e sanguigna, idealista e sognatrice. Un’esplosione di opposizioni che si armonizzano in una pulizia morale che profuma di coerenza, in un animo magari spesso tormentato, ma limpido come acqua sorgiva. L’acqua appunto, il mare. Le ho chiesto dove sarebbe avvenuta quest’intervista se non avessimo dovuto farla nel cyberspazio e lei, ovviamente, mi ha risposto “senz’altro in un luogo vicino all’acqua”.
Libera nel senso più pieno e profondo del termine, controcorrente non per moda o per gusto di contrarietà, ma naturalmente e visceralmente, non ha bisogno di fare bandiere della sua indipendenza, che non è presa di posizione ragionata ma libertà pura, vera, radicata negli anfratti più profondi del suo essere.
Per quanto spesso in posizioni di rappresentanza, convinta dell’unicità sua e di ogni essere umano, non vuole essere né esempio né guida. Vuole semplicemente essere sé stessa.
Ha una grafia piena, ordinata e al tempo stesso nervosa e intensa che racconta senz’altro molto più di qualcosa di lei. Viso d’altri tempi (un suo primo piano starebbe bene in un film neorealista di Rossellini o di De Santis), occhi intensi che hanno dentro la poesia e la malinconia delle stazioni di confine. Una volta, per riassumerla, tirai fuori il colore viola. Un azzardo rivelatosi verità: Rosa è il viola del confine, quello che segna albe e tramonti.
Quando inizio a intervistarla le chiedo “Se la tua vita fosse una fiaba e cominciasse con ‘C’era una volta una bambina di nome Rosa che…’, come continueresti?”. L
ei risponde “che guardava il cielo e si chiedeva dove finisse”.
Quel che segue è quanto ha voluto raccontarci.

D: Rosa tu sei una maestra, un’insegnante. Un mestiere oggi spesso bistrattato, sottovalutato e quant’altro. Tu questo lavoro lo hai scelto?

R: No, non è stata una mia scelta. Io desideravo diventare un magistrato e laurearmi in legge.

D: Anche la bambina che guardava il cielo e si chiedeva dove finisse voleva diventare un magistrato?

R: Soprattutto lei.

D: Perché il magistrato?

R: Perché volevo avere la possibilità di cambiare gli eventi e rendere più giusto questo paese. E poi perché l’ho sempre visto come un lavoro di potere.

D: E cos’è per te il potere? Che importanza ha nel tuo essere e nel tuo affermarti?

R: Non ha importanza per la mia affermazione personale, ma ne avrebbe avuta nel poter decidere per il bene di un qualcosa di giusto. Mi spiego meglio: se avessi potere potrei cambiare diverse cose a mio avviso sbagliate.

D: Tornando all’insegnamento… come è capitato questo mestiere sulla tua strada?

R: Perché papà mi disse di provare appena mi arrivò il primo telegramma. Ad onor del vero non me lo chiese. Mi disse di partire perché era necessario che io iniziassi a lavorare per essere indipendente. Sono partita a 23 anni e non sono più tornata.

D: Ad anni di distanza, secondo te è stato giusto?

R: No

D: Cosa sarebbe stato giusto?

R: Continuare a percorrere quella strada. Quella che avevo deciso io di intraprendere

D: Secondo te quanto tutto questo è collegato al fatto di essere donna? O meglio: se fossi stata un figlio maschio, sarebbe stato diverso?

R: No, nessun collegamento. Papà ha una mentalità paritaria.

D: Col tempo hai imparato ad amarlo il mestiere della maestra?

R: Certamente si, perché amo i bambini in generale. Trasmettere loro sapere e anche ribellione per me è fantastico.

D: Che spazio occupa il lavoro nella tua vita?

R: Il giusto spazio. Fuori dalla scuola per me la scuola non esiste.

D: Il lavoro da magistrato invece te lo saresti portato a casa?

R: Penso che non sarei riuscita a scindere tra Rosa donna e Rosa magistrato.

D: C’è qualcosa che, cordialmente o no, detesti del mestiere d’insegnante?

R: Riunioni inutili, progetti inutili, manca libertà di insegnamento anche se dicono il contrario.
Non si può lavorare per il bambino, ma si deve lavorare per i genitori che devono essere contenti.
Ogni bimbo ha la sua capacità, va sviluppata…

D: Sapresti farmi un esempio concreto di come il “lavoro per il bambino” nella scuola italiana sarà sempre inapplicabile?

R: Si. Ho una classe con 24 alunni, poi c’è la classe parallela che ha un numero uguale. La mia classe ha bambini più lenti, l’altra no. Io devo per forza adeguarmi non ai tempi del bambino, ma delle classi parallele. Che importa seguire un programma se poi non resta nulla? Il metodo dovrebbe essere applicato in base alla classe…

D: La Montessori, il maestro Manzi, don Milani…. la lista sarebbe ancora lunga… ma di esempi educativi altissimi in Italia ne abbiamo avuti a dozzine. Perché sono rimaste sostanzialmente voci sì celebrate, ma non ascoltate?

R: Eh. Io sono una montessoriana nell’anima. Sono arrabbiata con l’opera Montessori. Mi chiedi perché? Per i soldi. Se non hai soldi non impari il metodo, che poi basterebbe ricordarsi di quando si era bambini. A me riesce bene.

D: Quindi possiamo dire che un mondo che ha perduto la sua innocenza e la sua purezza ha finito col distruggere l’educazione?

R: Esattamente.

D: Da quello che dici traspare passione, esperienza, competenza… perché un’insegnante come te è ancora precaria?

R: Non darò la colpa al sistema. La colpa è stata mia.

D: In che senso?

R: Mi sono diplomata nell’anno sbagliato. Anno 98/99. Berlinguer tolse i concorsi istituendo i corsi abilitanti. Ultimo concorso perso. Ma io non volevo fare la maestra e non mi iscritta a sfp. Che tra l’altro non esisteva ancora in Calabria.

D: Rosa, che tu lo voglia o no, sei un personaggio pubblico. Molto più che attiva nella galassia dell’insegnamento. Sei coordinatrice nazionale del MIDA. Ci vuoi spiegare di cosa si tratta?

R: Che io sia un personaggio pubblico me lo ricordano spesso alcune persone quando vogliono rimproverarmi per le risposte spontanee e piccate che ogni tanto devo dare ad alcuni personaggi che a mio avviso farebbero bene a sparire. Sono un personaggio pubblico? Se lo sono lo ignoro, non mi sento tale e non me ne rendo conto. Il Mida… è stato il primo movimento nato per difendere i più deboli della categoria docente. Ai tempi noi eravamo in terza fascia di istituto, non eravamo considerati nemmeno precari. Cos’è il Mida? Un luogo dove si trasforma la rabbia in energia positiva e dove si costruisce il futuro. Un contenitore di emozioni e di anime, un progetto che ha portato alla stabilizzazione di più di 80000 insegnanti. Il Mida è un luogo, mi piace definirlo così. Una grande casa.

D: Come ti sei ritrovata a svolgere il ruolo di coordinatrice nazionale?

R: Per caso. Mi ricordo ancora, era il 2006, ero andata in un paesino in provincia di Vicenza a un’assemblea sindacale. Mi avvicinai a una delegata CGIL, alla quale chiesi quali speranze ci fossero per i precari di Terza Fascia d’Istituto (e nella fattispecie parlavo per me, che insegnavo alla Primaria e ovviamente auspicavo in un concorso). Lei mi disse di cambiare mestiere, e io mi indignai parecchio. Tornando in treno poi, conobbi una ragazza di Padova che mi diede un volantino del MIDA Precari. Telefonai allora ai fondatori e iniziai così, come un semplice membro. E nel momento in cui la coordinatrice lasciò per motivi personali, diede a me la conduzione del Movimento. Quindi diciamo che lo sono diventata mio malgrado.

D: Quindi non c’è, da parte tua, volontà di affacciarti un domani, da protagonista, sulla scena politica?

R: Sinceramente, se mi avessi fatto questa domanda qualche tempo fa, ti avrei detto di sì. Adesso invece ti dico che non ho questa volontà, perché vorrei vivere nella normalità. Ho vissuto dieci anni per ventiquattr’ore al giorno dietro al Movimento, trascurando soprattutto me stessa.

D: Trovarsi ai vertici di una cosa impegnativa come un movimento nazionale, porta con sé tanti, ma tanti pesi… mi dici in questi anni qual è la cosa, a causa del tuo ruolo, più dura che hai dovuto sopportare?

R: Eh. Sono state le calunnie, perché quando non riescono a colpire sul campo lavorativo allora lo fanno su quello personale. Per salvaguardare il Mida mi sono dovuta spesso difendere e spesso da sola contro tutti, ma non mi fa paura nessuno.

D: Sei diventata “maestra in corsia”… come mai inseguivi da tempo un ruolo così tanto impegnativo?

R: Da quando ho iniziato a insegnare ho sempre avuto la voglia di aiutare gli altri. È un po’ la stessa cosa che faccio con il MIDA. Lo so che sembra un controsenso, però per me il MIDA esiste proprio perché lì mi sentivo utile alla società. Pensavo di poter fare qualcosa di utile per tutti. E per me lavorare con i bambini che hanno realmente necessità e bisogno di un sorriso piuttosto che di un supporto didattico, o semplicemente di passare un po’ di tempo dimenticando il loro dolore, per me è motivo d’orgoglio. Era una cosa che veramente desideravo da anni.
Inoltre, penso di avere la forza di sopportare anche il loro dolore.

D: Al di là della politica e del lavoro, Rosa, Rosa e basta, cosa sogna per il suo futuro più prossimo?

R: Vorrei una vita normale. Diventare mamma, avere una famiglia. Poi ovviamente anche il lavoro, avere una sicurezza economica ed entrare finalmente di ruolo. Ma penso che il mio più grande sogno sia quello di diventare mamma.

D: Senti… abbiamo iniziato con una bambina che guardava il cielo e si chiedeva dove finisse….
ecco, se quella bambina oggi ti incontrasse, cosa ti direbbe?

R: Mi direbbe che non l’ho abbandonata perché pur essendo cresciuta sono rimasta lei.

Chiusa l’intervista mi ricordo che non le ho chiesto di dirmi il titolo di una canzone che la rappresenta.
Azzardo come con il viola e dico che se fosse una canzone, Rosa sarebbe un tango di Piazzolla.

A giovedì prossimo,

RL

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