A proposito del Ministero della Pubblica Istruzione…

Se quattordici mesi sono forse troppo pochi per incidere in maniera significativa su un sistema – nello specifico, quella della pubblica istruzione – prossimo al collasso, a quanto pare sono più che sufficienti per collezionare disastri a ripetizione e spingere il sistema di cui sopra ancora più nel baratro.
In un susseguirsi di gestioni della scuola da decenni spesso insufficienti e inefficaci, se non proprio inadeguate, nel caos di riforme continue – e mai realmente incisive, anzi addirittura quasi sempre peggiorative dello stetus quo – che si sono contrapposte e contraddette a vicenda senza mai essere abrogate, nella tragedia dei tagli continui, la gestione leghista del MIUR con a capo il ministro Bussetti, è forse riuscita nella non facile impresa di essere la peggiore e più fallimentare degli ultimi decenni.
Quattordici mesi di documenti e decreti scritti con una sintassi a dir poco imbarazzante (e sì che siamo all’Istruzione), orrendi nella forma e traboccanti di ignoranza normativa nel contenuto, quattordici mesi di manifesta incompetenza, quattordici mesi di chiusura totale in cui l’accesso al MIUR è stato interdetto ai sindacati e alle associazioni di categoria, alle delegazioni di docenti cui è stato sistematicamente impedito non solo di formulare proposte, ma anche di chiedere chiarimenti ed esporre problematiche.
Non li rimpiangeremo di certo, Bussetti, il suo staff e il suo partito. Ma sarà molto difficile dimenticarli, visti i molteplici disastri che nostro malgrado ci lasciano in eredità in questo convulso avvio di anno scolastico.
Tra i tanti, in particolare: dopo aver abrogato l’unico decreto chiaro in materia di precari (il DL 59), dopo aver cancellato il sistema di reclutamento vigente e dopo aver illuso gli stessi precari sventolando il famigerato “decreto salva precari” come fosse la panacea di tutti i mali – mentre in realtà, come si è dimostrato, era un decreto non solo scritto male, ma volutamente pieno zeppo di norme e vincoli cui il MEF non avrebbe mai dato il via libera -, non è stato in gredo di trovare alcuna soluzione alternativa. Alcuna. Con il risultato che il numero delle immissioni in ruolo è stato forse il più basso di sempre e il numero delle cattedre vuote – in concomitanza anche con l’alto numero di pensionamenti – non è mai stato così alto. E, nonostante la supplentite e il numero gigantesco delle cattedre vacanti sia il male più antico della scuola italiana, mai un anno è partito all’insegna della precareità come questo.
Per non parlare dei soldi del FIS erogati soltanto a luglio inoltrato e che ancora non sono stati accreditati alla stragrande maggioranza dei docenti. E stesso dicasi per i compensi ai commissari e ai presidenti degli esami di stato. E della disastrosa riforma degli esami di stato, così fumosa, ingarbugliata e priva di direzione che non esistono, a quanto ho potuto apprendere, due commissioni che abbiano adottato gli stessi criteri. E, infine, dell’immane papocchio dell’Educazione Civica, sbandierata come un successo epocale, ma in realtà sancita dal solito decreto scritto in maniera orripilante per cui, a tutt’oggi, non è dato sapere se l’obbligatorietà della materia entrerà in vigore quest’anno o l’anno prossimo, chi dovrà insegnarla e come.

A prendere sulle spalle questa eredità a dir poco grottesca, ad avere il compito di sistemare queste “pendenze” tragicamente stravaganti, il neoministro Fioramonti. Un profilo altissimo, curriculum eccellente e competenze in materia scolastica assolutamente indiscutibili. Un indentikit che di certo autorizza a ben sperare e a essere fiduciosi, ma le aspettative troppo alte, i giudizi istantanei, tanto gli amori quanto gli odii a priori, non fanno mai bene. Né agli studenti, né ai docenti. E nemmeno al ministro e al suo staff.
In un sistema così delicato e pericolante come quello scolastico, occorre anzitutto equilibrio e cautela. E la capacità di non perdere mai di vista il senso del reale e le priorità.
Che, a mio modesto parere, sono tre. Ovvero, in ordine sparso:

1.i precari.
Mettere un punto, fare chiarezza una volta per tutte. Studiare un sistema realistico ed efficace per stabilizzare gradualmente il precariato storico ma, al contempo, pensare al domani, ai docenti di domani.
Vale a dire pensare a una scuola dove, fra venti, trent’anni, non ci dovranno più essere graduatorie chilometriche e parallele che si sovrappongono e si contraddicono a vicenda, dove non ci dovranno più essere sistemi di reclutamento plurimi e incerti e continua materia di ricorsi.

2.la didattica
Anche in questo caso, la chiarezza prima di tutto e una volta per tutte. Chiarezza per la serietà del mestiere dell’insegnante e per onestà nei confronti degli studenti.
Aprire un tavolo di confronto serio con gli insegnanti e iniziare a costruire una scuola dove la didattica della teoria e quella della pratica coincidano. Introdurre la didattica digitale esclusivamente se ci sono le risorse per farlo e se si ha la possibilità di formare e formarsi adeguatamente. Capire che cosa vogliamo dalla didattica per competenze, chiarire che ruolo e che peso debbano avere i percorsi trasversali. Capire se tutte queste parole siano solo l’inchiostro di una burocrazia da riempire. Capire e chiarire il senso dell’alternanza scuola-lavoro.
Costruire programmi ministeriali, esami di stato e quant’altro che corrispondano alla didattica della pratica quotidiana.
Su questo potrei andare avanti ancora a lungo, ma penso che il messaggio generale sia sufficientemente chiaro…

3.gli investimenti essenziali
Le scuole in sicurezza, prima di tutto. Tutte, nessuna escluse.
La garanzia degli strumenti minimi (carta, carta igienica, cancelleria varia, pc, LIM, laboratori degni di questo nome a seconda dei vari indirizzi).

Poi, per costruire una grande scuola del futuro, per applicare davvero una didattica che senza perdere la conoscenza porti a competenze sostanziali e non vaghe, occorrerebbero ben altri investimenti. Così come occorrerebbero tantissime risorse per l’annosa – ma sacrosanta – questione dell’aumento degli stipendi dei docenti e l’allineamento economico con i colleghi europei.
Ma questo esula, e di parecchio, dalla volontà di un ministro dell’istruzione, per quanto illuminato possa essere.
Dovrebbe essere l’intero governo, l’intero suo indirizzo politico, l’intero suo impianto etico a rimettere al centro la scuola, la sua funzione sociale ed educativa, il suo ruolo fondante dell’intera società. L’intero governo a investire anziché tagliare.
Ma sto volando troppo alto. E forse, dopo decenni di tsunami, già realizzare almeno la metà del minimo sindacale, sarebbe già una piccola rivoluzione.