Un partito “di sinistra”

La storia della sinistra e del centrosinistra, in Italia, è storia di scissioni.
Drammatiche, inevitabili, violente, inspiegabili, incomprensibili, suicide o semplicemente grottesche, le divisioni si sono susseguite incessanti e continue tanto nelle più radicali posizioni extraparlamentari quanto nelle più moderate idee di socialdemocrazia o socialliberalismo. Da oltre un secolo, da sempre, come ci fosse una specie di tara ereditaria che rende assolutamente impossibile il raggiungimento di una sintesi.

Gli avvenimenti di queste ultime settimane, con il PD a un passo dalla scissione e con fermenti e movimenti di varia natura alla sua sinistra, sembrano riproporre per l’ennesima volta la questione.
Ma questa volta, pur se è sempre di separazioni e conseguenti battesimi di nuove realtà, la storia appare diversa.
Molto diversa.

Per quanto, come si diceva prima, in molte abbiano rasentato il grottesco, in tutte le scissioni del passato ha sempre avuto un ruolo più o meno determinante la base di iscritti e di elettori. Magari anche solo come strumento consultivo e conoscitivo per saperne le opinioni in proposito, ma comunque importante, fondamentale.
Questo perché la base, il suo coinvolgimento diretto, l’idea stessa di partecipazione, sono sempre state le fondamenta su cui si sono edificate le forze di sinistra, sia i grandi partiti di massa come fu il PCI, sia le più piccole ed elitarie forze minori.

Oggi il PD, che pur non avendo mai avuto una identità marcatamente di sinstra è comunque, anche solo per molti dei principali esponenti che lo hanno fondato e tuttora ne fanno parte, erede e prosecuzione di una parte importante di quella storia, arriva al momento più delicato della sua storia in maniera diatmetralmente opposta.
Una specie di resa dei conti tra leader e correnti, dove tutto – ovvero se sarà o meno scissione – si deciderà nella direzione di domenica, vale a dire in una discussione “di palazzo”, esclusiva, che coinvolge soltanto gli eletti e lascia fuori gli elettori e gli iscritti.
Il tutto al termine di mesi drammatici e caotici, dove all’interno del partito sono esplose tutte le contraddizioni di una forza in perenne crisi di identità, che un’identità forse non l’ha mai trovata né l’ha mai avuta (una grande forza socialdemocratica, un partito a vocazione centrista, una sintesi tra socialdemocrazia e liberalismo o cosa? Quale paese intende rappresentare, con quali altre forze si propone di dialogare?), dove lo spettro della scissione ha aleggiato continuamente, a metà tra la minaccia e l’ipotesi concreta.
Mesi in cui su tutto questo – scissione, identità, rappresentanza – nessuna delle molte anime che compongono il PD e che si stanno rendendo protagoniste di questa ennesima guerra fratricida abbia realmente chiamato in causa la base, anche solo per sentirne lo stato d’animo.
Per questo, indipendentemente da quanto accadrà dopo domenica, mi sento di dire di non vedere grosse novità all’orizzonte. Che ci sia un solo partito o che ce ne siano due o tre, ci troveremo sempre a fare i conti col male più grande della politica di questi ultimi dieci-quindici anni, ovvero l’annientamento dei concetti di rappresentanza e di partecipazione, la distanza siderale del palazzo dalla base.

Ci sono poi, sempre di queste settimane, i movimenti “a sinistra” del PD, un’area ovviamente più vicina alla mia storia personale e a cui, di conseguenza, guardo con maggior attenzione.
Uno sguardo tuttavia assai disincantato e disilluso, privo di reali aspettative.
La musica, infatti e in sostanza, non cambia affatto.
Da un lato, come in una sorta di grottesco “giorno della marmotta”, dove ogni cosa si ripete identica e immutabile, ecco puntualmente e ciclicamente riproporsi l’idea di costruire (o ricostruire) un nuovo soggetto politico “di sinistra”, che – cito a memoria le stesse formule pronunciate senza alcuna variazione ogni volta – “guardi ai movimenti e alla società civile”, “riparta dai valori storici della sinistra”. Il tutto più o meno da una decina d’anni, da quando il polverizzarsi di quell’area comprendente Verdi, Comunisti Italiani e, soprattutto, Rifondazione Comunista (che, per quanto minoritarie, sono forze che, fino al 2008, hanno avuto rappresentanze parlamentari consistenti e determinanti), unito al contemporaneo confluire dei DS nel PD, ha privato la scena politica di forze realmente di sinistra.
Un vuoto che proclami del genere (almeno fino ad oggi non siamo andati oltre i proclami) si proporrebbero di colmare.
Non so se, in un nesso di causa-effetto, la scissione del PD, qualora avvenisse, porterebbe alla creazione di uno o più soggetti nuovi “di sinistra”. Né se saranno D’Alema, Bersani e la minoranza del PD a farlo, oppure se sarà Vendola aggregando quel gruppo che oggi si definisce “Sinistra Italiana” (ma che prima ancora del primo congresso è già sull’orlo di una scissione), o se sarà Pisapia ad emergere con il suo progetto progressista. Non so se sarà un soggetto dialogante col PD o intransigente.
So soltanto che, in ogni caso, in nessuno di questi progetti ci si sta rivolgendo alla base, in nessuno di questi progetti si pensa realmente a un possibile elettorato di riferimento né si coinvolge la gente. In nessuno di questi progetti, che si vorrebbero “di sinistra”, si pensa a rappresentanza e partecipanza.
Tutti questi progetti, viceversa, nascono dentro un palazzo, a distanza siderale dalla base, a freddo, con accordi tra eletti non considerando gli elettori.

In questi giorni così frenetici, più di una persona mi ha chiesto cosa pensassi.
E più di una persona mi ha chiesto se ci fosse un mio coinvolgimento diretto in uno di questi nuovi progetti “di sinistra”.
Rispondo qui a tutti: no, non c’è nessun mio coinvolgimento diretto e non c’è perché non credo nelle fusioni (e nelle scissioni) a freddo. E credo, al contrario, che se un vero progetto di sinistra deve nascere, può farlo solo partendo dalla realtà.
Ma se si sta nel chiuso di un palazzo, si è fuori dal tempo e dalla storia.
Per chiudere: quindici anni fa c’erano tutte le condizioni per creare un grande partito di sinistra e senza virgolette. C’era la base, c’era la partecipazione. Soprattutto, c’erano le idee e c’erano i progetti.
Oggi non c’è niente di tutto questo, tranne politici che, più che portatori di idee e progetti, sono fuoriusciti da scissioni appena consumate.
E senza idee e progetti, senza base, rappresentanza e partecipazione, non solo non c’è sinistra, non c’è proprio futuro.

#resistenzeRiccardoLestini

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