Amore e capoeira (cronache di un’estate balorda)

Fuori piove a intermittenza, lunghe minacce di temporale annunciate da sinistri boati di tuoni che alla fine si risolvono in brevi pioggerelle. E ovunque tutto già odora e si colora di autunno.
In sostanza l’estate è finita e quindi rieccoci qui, ai nastri di partenza per una nuova stagione del blog (la sedicesima, per l’esattezza).
Rieccoci qui, a scribacchiare più o meno quotidianamente su questa paginetta. E, come da tradizione, a tirare le somme di un’ennesima estate balorda.

Ovviamente immancabile il tormentone musical ballereccio stagionale. Quest’anno ci è toccato “Amore e capoeira”, dove – clamoroso – né l’interprete né il testo sono spagnoleggianti. Ma tranquilli, il “latinoamerica”, lasciapassare indispensabile per assurgere a dignità di tormentone da spiaggia, è presente praticamente ovunque in questa canzonetta: nel ritmo, nel video (a proposito: qualcuno mi spiega perché nell’immaginario dei videoclip il mondo latinoamericano è sempre sudatissimo, tamarro, svestito e arrapato?), nelle distese di culi al vento e nel richiamo al Brasile. Che poi la capoeira, come tutta la tradizione brasiliana (quella vera), non c’entra una minchia con questo pezzo da incubo, ma chissenefrega. I tormentoni, e questo non fa eccezione, sono prodotti di laboratorio, dove una serie di elementi (un esotico superficiale, un latinoamericano superficiale, un erotico superficiale e via dicendo) vengono assemblati con il preciso intento di entrarti nel cervello e non uscirne mai più. Il problema è che ci riescono. Sempre. Altrimenti non si spiegherebbe come orde di persone senza particolari tare mentali si trasformino di colpo in un esercito di dementi che saltellano e ancheggiano su un motivetto campionato del menga e un testo decisamente da denuncia (“per una sola sera” io dovrei sognare una vita “come in una favela”? Cioè, siamo matti o cosa?).

Altrettanto immancabili le “tendenze”, quelle che un tempo più banalmente si chiamavano “mode”. Mode che vanno, che vengono e che ritornano. Spesso clamorosamente.
Tra le tante cose, ho notato che sono tornate prepotentemente le unghie finte, laccate, dai colori improbabili e lunghissime. E se in passato erano poco più di un gioco per adolescenti, pare che adesso siano diventate vezzo per adulte. Con risultati a dir poco inquietanti.
Come inquietante è il ritorno di quegli orecchini spaventosi, dalle dimensioni abnormi, capaci di deformare anche i lobi più aggraziati trascinandoli pericolosamente fino alle caviglie. Con colori, manco a dirlo, elettrici e sgargianti. Un incubo che, se unito a certi sabot simili a carri armati della Whermacht con tacchi più colorati del costume di Arlecchino, diventa direttamente un soggetto per Dario Argento.

L’ossessione da connessione h/24, l’ansia paranoica del poter finire dieci minuti senza copertura 3G o wi-fi, la tragedia inconsolabile dell’essere off line, già da anni incontenibile, inarrestabile e senza speranza, è definitivamente arrivata al punto di non ritorno.
In spiaggia ci sono ormai più smartphone che ombrelloni, più reti wi-fi che reti da pesca, più tablet che sdraio, più caricabatterie portatili che asciugamani.
Fino a poco tempo fa i bambini rubavano il telefonino dei genitori, oggi non più. Il telefonino (e chiamalo telefonino, è sempre più qualcosa di simile a un Empire State in miniatura che, probabilmente, a precisi ordini vocali, è capace pure di friggere le patatine) è direttamente il loro. Che abbiano otto, nove o dieci anni, i bambini privi di un loro smartphone personale restano veramente pochi. Ed è sempre lui, lo smartphone, il principale gioco da spiaggia. Che fine hanno fatto le biglie, porca miseria? Probabilmente ci giocano tramite una app. E senza per forza voler fare i nostalgici o i censori (o tempora o mores), fa impressione vedere queste schiere di bimbi manco adolescenti che sì, si muovono in branco, ma tutti a capo chino sul proprio schermo, che si parlano senza guardarsi. E senza ridere.

A conferma che sul versante comunicazione e rapporti umani siamo ormai nella merda, nel mezzo di quest’estate balorda è arrivato pure il dato statistico che 6,7 milioni di italiani sono regolarmente iscritti a siti di incontri on line. 6,7 milioni, oltre il 10% dell’intera popolazione nazionale. Un’enormità. Che poi se consideriamo che under 18 e over 80 sono esclusi, la percentuale è ancora più alta.
E a coronamento del tutto, ha pure aperto la prima casa di appuntamenti con bambole gonfiabili. Per di più con grande successo e liste di clienti in attesa chilometriche.
Chapeau.

Ma se siamo sempre più incapaci di guardarci e di parlarci, in compenso siamo sempre più bravi a insultarci e a urlarci addosso. Meglio se protetti da uno schermo e meglio ancora se contro chi con sa né può difendersi. Un esercito oceanico di Don Rodrighi, tutti forti coi deboli e deboli coi forti.
Molto oltre o forse molto al di qua della rabbia, con l’estate, quando l’alzarsi delle temperatura surriscalda il cervello occultando quel poco di buono che ci gira dentro, sgorgano litri di bile sconsiderata, torrenti di invidia e fiumi di frustrazioni. Pressoché ovunque ma, manco a dirlo, soprattutto sui social. Non ricordo davvero di aver letto così tanta ferocia (e così tanto assurda e immotivata) come durante quest’estate.

E, pour en finir, la questione migranti, che di questa furia, di questo culto dell’incazzatura e di questa religione del nemico per sentirsi migliori, è stata il grande canale di sfogo, la suprema panacea di ogni male (e di ogni prurito).
Una questione importante che si è fatta tanto crociata quanto oppio dei popoli, una guerra inesistente ma che tutti vogliono combattere. Così i cosiddetti “poliziotti di spiaggia”, addetti a “ripulire” i litorali dai venditori ambulanti, sono diventati l’esercito della salvezza, la luce in fondo al tunnel, il simbolo del riscatto dell’italiano e dell’italianità. E per ogni sacchetto di polo contraffatte sequestrato, schiere di bagnanti hanno esultato come se il PIL si fosse alzato di dieci punti percentuali, come se il costo della vita si fosse dimezzato e gli stipendi raddoppiati.
Il giorno che sono arrivato al mare la mia vicina d’ombrellone, una signora sulla sessantina, ha acquistato da un ambulante una pashmina e un paio di occhiali da sole. Due giorni dopo, mentre sonnecchiavo disteso sull’asciugamano, il marito della signora mi sveglia gridando “c’è una retata, finalmente!”.
La “retata” consisteva nel grottesco inseguimento di un ambulante in sovrappeso da parte di due poliziotti. La signora, quella della pashmina e degli occhiali da sole, si è immolata sbarrando la strada all’ambulante e facendolo cadere per terra al grido di “dove credi di andare schifoso!”. Lei è diventata l’idolo della spiaggia, beccandosi qualcosa come tre minuti di applausi.
Due sacchetti di t-shirtrs sequestrate e l’Italia intera salva.

L’ho già detto che siamo nella merda?
Sì, l’ho già detto.
Ma lo ripeto volentieri.

#resistenzeRiccardoLestini