Storia di una bufala

Lui si chiama Edgar Maddison Welch, padre di famiglia appena ventottenne del North Carolina che, domenica sera, ha fatto irruzione con un fucile d’assalto in una pizzeria di Washinghton DC, aprendo il fuoco all’impazzata.

Per puro caso, o a seconda dei punti di vista per puro miracolo, non ci sono state vittime.

L’origine di questo ennesimo, assurdo e spaventoso atto di follia solitaria, è un grottesco proposito di giustizia fai da te.

Welch si è autoproclamato giustiziere e paladino della rabbia di decine e decine di migliaia di famiglie americane che, da mesi, sui social condividono con odio e ferocia un post contro il Ping Pong Center, la pizzeria dell’irruzione. Nei commenti a questo post non si contano le minacce di morte al proprietario. In alcuni casi anche ad altri negozianti del quartiere, rei di non fare niente per “liberarsi” della pizzeria.

Ma perché tanto odio, perché tanto accanimento?

Secondo il post in questione, il Ping Pong è il centro di una rete internazionale di pedofili facente capo a Hillary Clinton e al responsabile della sua campagna elettorale John Podesta.

La prova, sempre second il post, sarebbe lo scambio di mail tra Podesta e il proprietario della pizzeria per una raccolta fondi.

Una bufala assoluta, una fake news in piena regola, notizia palesemente fasulla cui però – ed è questa la vera tragedia – decine e decine di migliaia di persone hanno creduto senza bisogno di troppe spiegazioni.

In questo caso specifico, tutto è iniziato i primi di ottobre, su una piattaforma di condivisione di immagini virali, “4chan”. Qui un utente ha usato la notizia delle mail rivelate da Wikileaks per costruire la bufala del traffico di bambini.

Bufala che, in piena ottica di fine campagna elettorale, è stata raccolta e sfruttata dal canale pro-Trump “r/the Donald”, Da qui è stata fatta rimbalzare, sempre dagli account pro-Trump, su Twitter e su Facebook, fino ad essere riproposta “ad libitum” su finti siti di news. La diffusione è così capillare da giungere alle più alte sfere. Addirittura, ci crede il figlio del generale Flynn, futuro consigliere della sicurezza nazionale.

Il paradosso più gigantesco è che, nonostante si tratti palesemente di un fake, nonostante non ci siano prove, nonostante tutto sia clamorosamente fasullo e campato per aria, E’ NECESSARIO E INDISPENSABILE ADOPERARSI PER DIMOSTRARE LA FALSITA’ DEL TUTTO.

Troppo tardi. L’opinione pubblica se ne frega delle dimostrazioni: dieci, venti, trentamila condivisioni su Facebook sono più che sufficienti a certificare l’attendibilità di una notizia.

Da qui al gesto di Welch il passo è breve, brevissimo.

Da un post a una strage sfiorata: una storia tristemente esemplare, tragicamente destinata a ripetersi.

E il problema non sta nell’efficacia dei sistemi di sicurezza, controllo e filtraggio della rete e dei suoi motori di ricerca.

O almeno non solo lì.

Il problema vero sta a monte, ovvero nella percezione che la società odierna ha del reale. Nel senso stesso del reale.

Raffaella Menchini ha scritto su “Repubblica” come ci troviamo dell’età della “post-verità”.

Niente di più vero.

Un qualcosa di agghiacciante, assurdo, diciamo pure kafkiano che, personalmente, nella mia attività di blogger, sperimento in maniera diretta ogni giorno.

Ovvero in un mondo dove la falsità palese è tranquillamente accettata per vera, senza bisogno di troppe spiegazioni. Dove mentre, viceversa, la verità deve essere dimostrata, spiegata con fatica e sudore, dove le fonti sono sempre guardate con sospetto, dove più sono autorevoli e incontestabili più il sospetto aumenta.

Tornando a Welch e tornando a quell’episodio che i media statunitensi hanno ribattezzato “pizzagate”.

Le dimostrazioni di verità, ovvero l’aver dimostrato come si trattasse di gigantesche bufale, nonché il folle gesto del ventottenne, sono serviti a poco. Forse a nulla.

Basti pensare che, da ieri, gira sui social la notizia secondo cui l’autore dell’assalto alla pizzeria sia in realtà un attore ingaggiato per spostare l’attenzione dalla rete di pedofili e insabbiare tutto quanto.

La condivisione della notizia è già virale.

L’odio per la pizzeria, e per la verità, pure.

E non aggiungo altro.

#storieRiccardoLestini

One thought on “Storia di una bufala

  • 09/06/2019 at 08:47
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    Gentile signor Lestini, la verità, nonché il problema, è che la gente preferisce credere che sapere.
    Cordialmente
    Davide Milanesi

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