E Lou Reed si innamorò all’ombra del muro

Correva l’anno 1973.
1973 dico, mica un anno qualunque. L’anno della guerra del Kippur, l’anno del colpo di stato di Pinochet in Cile, l’anno in cui Enrico Berlinguer inizia a parlare di compromesso storico, tanto per dire tre cosucce da nulla.
Musicalmente è l’anno ricordato soprattutto per il superdisco dei Pink Floyd Dark Side of the Moon, uno dei più celebri (e dei più belli e pure dei più venduti) della storia del rock.
Ma quell’anno lì uscì pure un altro grande e immenso e meraviglioso disco, intitolato Berlin, autore unico di testi e musiche un menestrello americano che rispondeva al nome di Lou Reed.
Finita in maniera traumatica l’esperienza con i Velvet Underground, dopo un breve – ma difficilissimo e complicatissimo – periodo di silenzio, Lou Reed aveva iniziato la carriera solista con un album d’esordio destinato a non essere praticamente cagato da nessuno e a finire nell’oblio assoluto dopo manco una settimana dalla sua uscita.
Dall’ovvia depressione, lo salvò un tizio all’epoca sulla cresta dell’onda, nientepopodimenoche il grande David Bowie. Il buon David in pratica raccattò il malconcio Lou da terra, lo rimise in sesto in quattro e quattr’otto, gli fece ascoltare qualche disco dei suoi e rimise in piena funzione la sua vena creativa. Riaccesa la musa, Lou in poco tempo scrisse un disco destinato a far epoca (e tendenza e infiniti imitatori): Transformer, quello per capirci dove ci son pezzi epocali tipo Vicious, Perfect Day, Satellite of Love e, soprattutto, la mitologica Walk on the Wild Side.
Era il 1972. Bowie Transformer, che (ri)lanciò Lou Reed nell’olimpo della musica internazionale, non solo lo produsse, ma lo influenzò decisamente, in alcuni testi (Vicious su tutti) ma soprattutto nelle atmosfere musicali, al punto da renderlo uno degli album glam rock più emblematici del genere. E lo sponsorizzò, santiddio, trasformandolo in un successo planetario in poche settimane.
Le regole dello show business le conosciamo tutti. Sono poche, semplici ed elementari. La prima, la più antica e la più rigida, dice di battere il ferro quando è ancora caldo. Il che sta a significare che se hai avuto successo, molto successo, con una cosa, ti obbligheranno a fare in tempi brevi, brevissimi, un’altra cosa dello stesso tipo, stesso stile e stesso genere.
Lou Reed, benché fosse Lou Reed, non faceva eccezione. Aveva incendiato il mondo con Transformer e con un’immagine glam tutta giocata sull’ambiguità sessuale. I produttori, le radio e anche il pubblico, esigevano un nuovo Transformer,.
Che si proseguisse su quella linea sarebbe stata la cosa più ovvia, logica e magari pure più giusta. Ma Lou Reed non era uno sfornatore di canzoni, uno showman, un uomo di sistema. Lou Reed era un gigantesco artista, un fottuto genio, perciò illogico, ingiusto e acerrimo nemico dell’ovvio.
E così nel 1973 sfoderò un album che è tutt’altra cosa rispetto a Transformer, Berlin appunto, che col suo predecessore ha una sola cosa in comune, quella d’essere un altro capolavoro della madonna.
Ora Lou Reed, che è uno degli artisti più complessi e complicati che iddio ha messo al mondo, tra le tante ha avuto la caratteristica di essere stato eclettico come pochi, di aver sperimentato continuamente, di aver sempre e comunque battuto altre strade, solitamente le meno percorse (e percorribili). E, soprattutto, di essere riuscito pressoché in tutto e, nonostante i continui e repentini cambiamenti di stile e immagine, di essere rimasto sempre e comunque se stesso, con una coerenza e compattezza di contenuti a dir poco della madonna.
Tra i pochissimi cantautori a potersi fregiare a pieno titolo dell’appellativo di poeta nel senso più letterario del termine (come Bob Dylan o De André, tanto per intenderci), Lou Reed ha scritto nel corso della sua carriera meravigliose canzoni introspettive ed esistenziali (pensate a quella disperata e allucinata confessione che è l’immortale Heroin), splendidi pezzi lirici di pazzesca rarefazione (canzoni d’amore eccezionali come Sunday Morning o I’ll be your Mirror), ma il registro che gli è sempre stato più congeniale, quello più suo per intenderci, è quello narrativo, il raccontare vere e proprie novelle con personaggi completi e compiuti sotto forma di rock.
Questo da sempre, sin dagli esordi (basta che vi andiate a vedere il testo di Sister Ray, ultima traccia del secondo album dei Velvet Underground, qualcosa come venti e passa minuti di canzone, un vero e proprio romanzo più che un pezzo singolo, oppure quello della più celebre e commerciale Sweet Jane).
Berlin fa proprio questo, è proprio questo: porta alle estreme conseguenze questa volontà di raccontare storie sotto forma di canzone, sviluppando un’intera vicenda narrativa nell’arco di dieci canzoni che sono una la prosecuzione dell’altra, altrettanti capitoli di un grande romanzo.
Quindi se l’album d’esordio dei Velvet Undergroung (quello con la banana di Andy Warhol in copertina) è il disco più leggendario e Transformer il disco più famoso, Berlin è quello più bello, quello che più gli appartiene.
Così nel 1973, mentre tutti si aspettano il secondo atto di Transformer, Lou Reed bel bello spiazza chiunque spiattellandoci in faccia un concept album (anzi, IL concept album per eccellenza), dove in dieci pezzi uno più bello dell’altro ci racconta una semplice storia d’amore, una normalissima e comune storia di gente degli anni settanta. Un uomo e una donna (Jim e Caroline), un matrimonio, una famiglia costruita tra speranze e difficoltà, l’amore, il disamore, i tradimenti, le violenze domestiche, la separazione, i figli contesi e il dramma finale col suicidio di Caroline.
Un vero e proprio film per le orecchie, dove testi e musiche si sposano alla perfezione assecondando i moti interiori dei due protagonisti, partendo dall’inizio limpido e arioso per scivolare lentamente nelle increspature della tragedia incombente che esplode col pianto straziante dei bambini davanti alla violenza subita dalla madre in The Kids, ottava traccia del lavoro.
Il tutto, ambientato a Berlino. Lou Reed stesso ebbe a dire all’epoca che la sua storia poteva accadere in ogni dove, non solo a Berlino. Allora perché proprio Berlino, perché questa scelta?
Perché era il 1973 e Berlino era il simbolo incarnato del mondo intero, una città tragicamente divisa, squarciata in due dal muro, scissa come le coscienze dei personaggi del romanzo rock di Reed.
Berlino era, appunto, l’ogni dove per eccellenza, il non luogo per antonomasia.
E Lou Reed, cantore supremo degli ogni dove e dei non luoghi, non poteva che scegliere la città del Muro per ambientare il suo massimo capolavoro.

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