La scuola italiana omofoba e sessuofoba

All’inizio degli anni novanta, quando facevo la quinta ginnasio, a scuola arrivò Lupo Alberto.

Erano altri tempi, senz’altro. Internet e i telefonini non esistevano, per sapere qualcosa, quando la si voleva sapere, ci si affidava ai libri o si chiedeva a qualcuno più grande nella speranza di potersi fidare, per telefonare a qualcuno da fuori casa si usavano le cabine e le schede telefoniche da cinquemila lire. Le stragi di Capaci e via d’Amelio erano alle porte ma ancora non erano accadute e, pur scricchiolando paurosamente sotto i primi colpi di Tangentopoli, la Prima Repubblica era ancora in piedi.

Per lo più si viveva tra residui più o meno stinti degli anni ottanta disseminati un po’ ovunque, come la tragedia dell’eroina, la disinformazione sulla sfera sessuale e l’incubo dell’AIDS.

Così arrivò Lupo Alberto, questo buffo e romantico antieroe rubacuori e ladro di polli, che dai fumetti in edicola balzò dentro divertenti opuscoli informativi scritti e disegnati apposta per noi adolescenti a spiegarci come fregare l’HIV, come usare le debite precauzioni. E, soprattutto, come usare il preservativo. Che noi, anche se oggi può sembrare assurdo o semplicemente buffo, lo sapevamo mica com’è che funzionasse tutta la storia.

Di sesso, intendo a livello educativo e informativo, non se ne parlava mai, in nessun ambito della nostra vita quotidiana. Si campava di leggende metropolitane, di sentito dire, di racconti truci ascoltati al bar, tra desideri e paure, speranze e terrori. Giornaletti e videocassette porno poi, complicavano il tutto, mostrandoci eserciti di superdotati che compivano le imprese più mirabolanti mettendoci addosso più perplessità che rassicurazioni, più ansie che soluzioni. Ma niente e nessuno che ci fornisse uno straccio di mappatura e di orientamento tra la nostra voglia di scoperta dell’altro e la paranoia delle malattie e di gravidanze indesiderate.

Il profilattico, questo sconosciuto, ci si vergognava a comprarlo, come fosse un delitto. All’epoca, tanto per farvi un’idea, molti di noi a quindici-sedici anni non avevano ancora nemmeno capito che il preservativo si dovesse mettere soltanto dopo aver raggiunto l’erezione. Un mio caro amico, una fredda domenica dell’inverno 1992, andò in treno a Roma per incontrare dopo mesi di lettere spasimanti una ragazzina conosciuta al mare l’estate prima. Visto che lei aveva casa libera, speranzoso di concludere e per non apparire uno sprovveduto inesperto ai suoi occhi, per fare pratica lo sciagurato trascorse l’intera tratta ferroviaria Orvieto – Roma Tiburtina in piedi, nel cesso del treno, nel disperato tentativo di capire come mettersi il preservativo. Il problema fu che ci provò senza avere un’erezione. Non capendo il perché dei ripetuti fallimenti, incazzato e sconfitto, buttò via una scatola intera.

Quindi gli opuscoli di Lupo Alberto servivano. Eccome se servivano. Perché ci spiegavano proprio queste cose qui con ironia, leggerezza, soprattutto in un modo completamente libero e lontano da quel senso tragico e morboso di punizione cattolica nei confronti del sesso e del corpo di cui, la società italiana, è intrisa da sempre.
Manco a dirlo, Lupo Alberto e la sua lotta militante contro l’AIDS furono boicottati, in ogni modo. L’allora ministro DC Rosa Russo Iervolino si rifiutò di firmare il decreto per il via libera degli opuscoli nelle scuole (troppa gioia e leggerezza in materia sessuale si sa, è pericolosa, capace che poi i ragazzi si mettano davvero a scopare in maniera sana, meglio che si droghino e si ammalino) e altri esponenti di governo si lanciarono in dichiarazioni clamorose. Come il capolavoro del ministro della Sanità, DC pure lui, Donat Cattin, che arrivò a dire “i profilattici servono a poco, perché sbordano”. Sbordano? Sbordano?? Che cosa vuol dire sbordano??

Erano altri tempi, comunque. Oggi è il 2014, qualunque tipo di notizia e informazione è reperibile in un nano secondo on line, è possibile comunicare con chiunque e in ogni dove nel tempo di un clic, non solo è finita la Prima Repubblica ma, pare, è finita pure la Seconda.
Di Lupo Alberto, sembra non ce ne sia davvero più bisogno.

L’unica cosa immutata è che io sono sempre a scuola, come venticinque anni fa. Solo che sto dall’altra parte della barricata, da insegnante.
Di scuola, sui vari mezzi di informazione, se ne parla più o meno tutti i giorni. Si parla di bullismo, di Bisogni Educativi Speciali, di computer nelle aule, della fatiscenza degli istituti, del fancazzismo di noi professori, dell’ignoranza dei ragazzi.
Di sessualità e soprattutto di educazione sessuale no, se ne parla meno o non se ne parla per niente. Forse perché si pensa non ce ne sia bisogno. Eppure la mia sensazione, la sensazione di uno che nella vita non è mai uscito dal tunnel delle aule scolastiche, è che la situazione, rispetto ai tempi in cui ero studente, non solo non sia migliorata, ma sia addirittura peggiorata.

Di certo l’informazione in materia è almeno centuplicata rispetto a vent’anni fa, ma è un bombardamento di notizie e immagini confuso, contraddittorio, completamente acritico e privo di criterio. In due parole, inutile e dannoso.
E quel senso gigantesco di morboso nei confronti del sesso è sempre là, magari diverso, con addosso gli abiti dell’esibizionismo più feroce, ma c’è. Il moltiplicarsi dei selfie in pose conturbanti e ammiccanti tra gli adolescenti non è indice di liberazione sessuale, ma dell’esatto contrario. Perché i ragazzi hanno sempre più paura del loro corpo, del corpo dell’altro, sono incapaci di conoscere e riconoscere la dimensione della sessualità in maniera naturale, pulita, gioiosa. Noi eravamo confusi e impauriti. Loro sono addirittura tristi, per niente sereni, schizofrenici, dibattuti tra esibizione e repressione.
Venti o trent’anni fa la DC portava avanti una crociata anti profilattico che agli occhi di oggi può giustamente far sorridere.

Ma non più tardi di un anno fa, alla proposta della giunta della Provincia di Milano di installare distributori di preservativi a prezzi popolari nelle scuole superiori di tutto il milanese, è seguita una vera e propria insurrezione da parte dell’Associazione dei Genitori, che “ispirandosi all’etica cristiana” (testuali parole del comunicato), ha bloccato e boicottato il provvedimento ritenendolo contrario alle finalità del percorso educativo cui è preposta l’istituzione scuola.

Ma, mi chiedo, se il percorso educativo cui è preposta l’istituzione scuola non educa alla vita quotidiana, che razza di scuola è?

Vent’anni fa si boicottava Lupo Alberto, oggi si boicottano i distributori automatici di contraccettivi. Cos’è cambiato? Nulla, tranne il fatto che all’epoca vivevamo in una società semplicemente sessuofoba, oggi, tempi del cyber sex e dell’erotic selfie, viviamo in una società sessuofoba e sessuomane al tempo stesso, senza soluzione di continuità.

E le cose vanno ancora peggio se ci trasferiamo nel campo dell’omofobia.
L’omosessualità resta un tabù gigantesco, insormontabile, anche e soprattutto all’interno della scuola.
Nelle programmazioni didattiche di inizio anno, dalla scuola primaria fino alla media superiore, si moltiplicano come funghi progetti sull’educazione alla diversità, sull’integrazione e la cooperazione tra culture e religione diverse. Poi magari, nei fatti, restiamo la solita società becera e razzista, ma almeno la scuola ci prova.

In materia di omosessualità no, non ci prova nemmeno. Si possono varare progetti su diversità di ogni ordine e grado, tranne che sulle diversità sessuali.

Da insegnante eterosessuale ho la fortuna di poter rispondere sinceramente e serenamente quando i miei studenti mi pongono innocenti domande sulla mia vita privata. Posso dire che ho una compagna, ad esempio, posso dire come si chiama, posso dire che non abbiamo figli ma li vorremmo. E via dicendo. I miei colleghi omosessuali no, non possono farlo. Sono costretti, per non far scoppiare lo scandalo, a far calare ombre di assurdo e totale mistero e silenzio, se non di menzogna, sulla loro vita privata, a nascondersi quando escono la sera con il loro partner per paura di incontrare qualche studente. Un’imposizione a volte non solo nei confronti degli studenti, ma spesso e volentieri pure con gli stessi colleghi.

Non più tardi di due settimane fa il comune leghista di Verona, capitanato dal sindaco Flavio Tosi, ha approvato ad ampia maggioranza un provvedimento di intervento immediato nelle scuole di competenza comunale per segnalare gli insegnanti che a scuola abbiano l’ardire di parlare di omosessualità.

Testualmente, il coordinamento delle famiglie, secondo questo decreto, avrà l’onere di raccogliere “segnalazioni sui progetti dedicati all’affettività e alla sessualità, come pure sugli spettacoli e sul materiale didattico, che risultino in contrasto con i loro principi morali e religiosi”.

Il motivo di tale provvedimento sarebbe, secondo il consigliere comunale Alberto Zelger, “l’aggressione culturale cui da troppo tempo è sottoposta la famiglia naturale”.

Il Ministero, davanti a tutto questo, tace e non interviene.
Impegnato com’è a dibattersi tra quote 96, pensionamenti, immissioni in ruolo e aggiornamenti di graduatorie, non ha tempo di occuparsi di simili questioni etiche.
Così facendo però, possiamo pure risolvere, o almeno tamponare, il dramma urgente e impellente del precariato e della collocazione degli insegnanti, ma l’altro dramma della scuola, quello della sua funzione all’interno della società, lo condanniamo all’oblio e al disastro senza soluzione.

Uno stato che creda fermamente nell’istituzione scuola, nell’istruzione come fondamento di una società civile e libera, deve anzitutto promuovere la crescita e il progresso dei contenuti, anziché tacere, e quindi acconsentire, su provvedimenti da Santa Inquisizione.
Ai miei occhi, è ancora valido il principio illuminista secondo cui una scuola intelligente è il fondamento di una società intelligente.
Ai miei occhi appunto, non a quelli del Ministero, che favorendo una scuola sessuofoba e omofoba benedice una società del futuro sempre più omofoba e sessuofoba.

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