Quelle estati a Torrette di Fano

Non torneranno più, quelle estati a Torrette di Fano.
Dal 1977 al 1999, non è trascorsa estate senza che passassi quindici, venti, a volte anche trenta giorni lì, nelle Marche, a Torrette di Fano.
Che poi, Torrette di Fano…non proprio. Non ho mai capito perché tutti, ma proprio tutti – io, i miei genitori, i miei amici e i genitori dei miei amici – chiamassimo quel posto Torrette di Fano, quando in realtà eravamo a Ponte Sasso, una minuscola strisciolina di terra tra ferrovia e spiaggia disseminata di residence uno in fila all’altro dall’architettura primi anni ‘70. La “vera” Torrette di Fano iniziava qualche centinaio di metri più avanti, in corrispondenza con l’ingresso del camping Stella Maris.
Ma lo Stella Maris non era già più territorio nostro. Il nostro territorio (dove per ‘nostro’ intendo quello mio e dei miei amici) era delimitato in maniera netta da due residence, lo Spiaggia del Sole in direzione Marotta-Mondolfo e il Gabbiano in direzione Fano. In mezzo stavano Mare Verde, Mare Azzurro, Mare Chiaro, Spiaggia d’Oro, il Giardino, Mare Blu e il Sito dei Pescatori. A onor del vero c’era pure l’Hotel Casadei, ma non era roba per noi. Era un hotel appunto, e lì c’era gente di passaggio, clienti che cambiavano ogni anno, persone che si fermavano qualche giorno, a volte appena un paio di notti. Niente di interessante insomma, almeno per noi, che eravamo gente da residence, gente che si fermava quindici, venti o trenta giorni. Soprattutto gente che l’anno dopo sarebbe tornata, sempre. Una sorta di granitica comunità di bagnanti provenienti da tutta Italia (a dire il vero quasi tutti dal centro Italia, eccezion fatta per una discreta batteria di lumbard) che ogni anno si ritrovava lì, a Torrette di Fano o a Ponte Sasso che dir si voglia.
A Torrette di Fano non c’era niente. Eppure c’era tutto.
C’era, appunto, il nostro territorio. Più o meno invalicabile. Nella Torrette vera e propria, dove c’era il Luna Park (almeno noi lo chiamavamo così, in realtà erano quattro giostracce scassate che mandavano a ripetizione singoli imbarazzanti di Alessandro Canino), ci si andava inderogabilmente soltanto la sera, e a piedi, incolonnati in fila indiana sul ciglio della strada. Mentre dall’altra parte, direzione Marotta-Mondolfo, arrivare al Bar Alda (circa cento metri di spiaggia dal residence di confine) equivaleva alla traversata dell’Atlantico. Questo almeno fino all’adolescenza. Poi crescendo diventammo più arditi. A Torrette ci andavamo pure di giorno, mentre la sera bivaccavamo al bar con il juke box e la terrazza sulla spiaggia. Ma ci andavamo sempre a piedi, sempre incolonnati in dieci, venti persone. A Torrette la macchina non serviva davvero.
E sempre a proposito di territorio, c’è da dire che quando eravamo più piccoli era molto, ma molto più ristretto. Spesso si limitava al rispettivo residence di appartenenza. Io ero di Mare Azzurro, dove per Mare Azzurro si intendeva un agglomerato di quattro residence (Mare Azzurro, Mare Chiaro, Spiaggia d’Oro e Giardino). Il muretto che separava noi di Mare Azzurro da quelli di Mare Blu, del Sito e dei Gabbiani (direzione Fano), cadde molto presto, forse perché in mezzo c’era un grande spiazzo pieno di erbacce incolte, una terra di nessuno, una sorta di Potsdamer Platz ante ’89 in miniatura. Forse fu proprio quello spiazzo in malora, di tutti e di nessuno, ad unirci e a renderci amici e alleati. L’altro muretto invece, quello che ci separava da Mare Verde (direzione Marotta), fu più duraturo. Anzi, secondo me qualcuno potrebbe pure sostenere che in realtà non cadde mai. L’origine di questa separazione così netta fu l’annuale torneo di beach soccer tra i residence (almeno oggi si chiamerebbe così, mentre all’epoca era semplicemente il torneo di calcio sulla spiaggia). Quelli di Mare Verde erano semplicemente imbattibili. Un anno ci spezzarono le ossa in semifinale, l’anno dopo ci ridicolizzarono in finale. Al loro cospetto eravamo ossequiosi e timorosi. Però poi nei due anni successivi scoppiò la rivoluzione e glie le suonammo di santa ragione vincendo due-dico-due tornei consecutivi, sempre contro di loro in finale. Aver pareggiato il numero dei tornei vinti ci avvicinò senz’altro, ma fu un avvicinamento lento e graduale. Il quinto torneo non fu mai disputato e andò bene così: sarebbe stata una guerra senza esclusione di colpi.
Come se non bastasse, a Mare Verde c’erano le ragazze. Ragazze della nostra età, mentre a ;Mare Azzurro o erano troppo più grandi o erano troppo più piccole. A Mare Verde erano coetanee o giù di lì, erano tante (a quell’età lì cinque o sei ragazze ci appariva una cifra spropositata) e belle. Bellissime. Marziane piovute dal cielo. Per incontrarle, per scroccare preziose mezzore di chiacchiere serali con loro, compivamo imprese mirabolanti, scriteriate o semplicemente insensate, tipo sostare due ore sul muretto di confine in attesa di vederle spuntare dal loro residence. Questo, va detto a onor del vero, lo facevano soprattutto i miei amici. Io un po’ meno. Anzi molto meno. A quattordici-quindici anni avevo già una potentissima e inconsolabile indole idealista e foscoliana, per cui non avevo questo bisogno di conoscerle, parlarci. Tutt’altro: nella mia fantasia erano marziane, icone irraggiungibili e tali dovevano rimanere. Il massimo per me era vederle passare; conoscerle avrebbe rovinato tutto. Infatti quando dopo un po’ di tempo diventarono nostre amiche, la loro natura di esseri umani mi disturbava non poco. Beninteso, diventarono mie grandissime amiche, più o meno tutte quante, solo che faticai un po’ più degli altri ad accettarlo.
A Torrette di Fano non c’era davvero niente, eppure c’era davvero tutto.
C’era il minimarket del “ladro”, che ti fregava sempre sul resto e poteva arrivare a farti pagare cinquemila lire un pacco di piatti di carta.
C’era il baretto sulla spiaggia a lato del Sito dei Pescatori, che faceva un latte macchiato da paura.
C’era mia cugina che quando usciva in top e pantaloncini era in grado di bloccare tutto il traffico della provinciale Marotta-Torrette.
C’erano i quattro fratelli che gestivano il bar sullo struscio lungomare.
C’era l’emporio-bazar (credo fosse l’unico posto europeo a chiamarsi ancora così alla fine degli anni novanta) pieno di chincaglierie e bric-a-brac assolutamente inutili.
C’era l’infernale sottopasso da percorrere a tutta manetta in bici….e ci fu pure quel giorno che a Ugo si ruppero i freni proprio sulla discesa e strisciò per un tempo interminabile il pollice destro lungo tutto il marciapiede.
C’erano i pomeriggi di niente ad aspettare la sera e le sere di niente ad aspettare il giorno dopo.
C’erano i giorni di pioggia e acquazzoni stipati dentro i sottoscala con carte e chitarre.
C’erano gli amori, tanti, e c’erano i baci, pochi.
C’erano i pratini dei residence con le foglie delle siepi che puzzavano sconsideratamente.
C’erano le prime sbronze spaventose e i collassi sulla spiaggia.
C’erano le chitarre e le canzoni da cantare tutti insieme.
C’era la piadineria con le tovaglie di carta arancioni.
C’erano le albe e c’erano i falò.
C’erano le lacrime al momento della partenza. A proposito, Lorena, ma mi dici quanto cazzo hai pianto quegli anni lì?
E sempre al momento della partenza, c’era il rito dello scambio di indirizzi e numeri di telefoni, una bolgia dantesca di penne, bigliettini, nomi, codici d’avviamento postale, abbracci, promesse, ‘ti scrivo’, ‘ci sentiamo’. E poi non ci si sentiva mai e ci si scriveva ancor meno. Forse perché non ce n’era bisogno, forse perché tanto sapevamo che l’anno dopo ci saremmo ritrovati ancora lì, sempre lì, e ogni anno sarebbe stato come se non fosse passato nemmeno un giorno. Forse perché eravamo inconsapevolmente consapevoli di essere una comunità a tempo, un gruppo che poteva esistere solo d’estate, solo lì, a Torrette di Fano. Forse era così, e una volta sta storia l’ho pure messa in uno spettacolo a teatro.
Non torneranno più, quelle estati a Torrette di Fano.
Non torneranno più, eppure mi hanno marchiato a fuoco. Ho avuto altri mari, posti splendidi da togliere il fiato, la Sardegna, il Salento, la Sicilia, la Croazia, l’Elba, l’Argentario. Ma non sono mai riuscito ad affezionarmi a nessuno. Come se per me spiaggia e sole e ombrelloni e mare possa voler dire solo Torrette di Fano.
L’ultima volta che sono tornato a Torrette d’estate era il luglio 2006 ed eravamo appena diventati campioni del mondo per la quarta volta. Ero con la mia ex compagna e ci fermammo appena un paio di giorni, giusto il tempo di salutare i miei, che ancora vanno lì ostinatamente ogni estate. Fu tremendo tornare. La mia ex compagna mi chiedeva continuamente cos’avessi e io non seppi mai risponderle. Avrei dovuto dirle: qui adesso io non posso stare, tanto meno con te; come essere in un paese fantasma abitato solo dalle ombre. Guardo e guardo, cerco e cerco e non trovo niente e nessuno. Dove sono Babbu, Manu, Ugo, Gerry, Lorenzo e pure Padella (già, Padella, dove cazzo sei??)?
Dov’è Ilaria? Ilaria dove sei? Più che altro, dove siamo tu e io seduti su quelle panchine ad aspettare che finisse la notte?
E dove sono Federica, Luisa, Letizia, Lorena, Claudia? E Paola, Marina, Francesca, Cristina, Sara? Dove diavolo siete finiti tutti? Perché nemmeno una voce pesarese a chiamarmi ‘pollo’?
Non torneranno più, quelle estati a Torrette di Fano.
Però, che straziante meraviglia ci siano state….

‪#‎storieRiccardoLestini‬

2 thoughts on “Quelle estati a Torrette di Fano

  • 12/05/2020 at 22:06
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    Mi hai fatto emozionare, non ci conosciamo ma essendo di Torrette credo di averti capito nel profondo…

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  • 13/05/2020 at 07:25
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    Ho iniziato a leggere anche altri suoi racconti, complimenti. Peccato non esserci conosciuti all’epoca, sarei stata una, forse l’unica, voce fanese a chiamarla “pollo”. La correggo però, dove lei era trattasi veramente di Torrette di Fano, il confine tra le due parrocchie è da sempre posto all’altezza del Rio Crinaccio ovvero al bar Alda. Saluti. Giorgio

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