Scrittori italiani all’indice

Oggi ci va di parlare di libri e censura, e ancor più per la precisione di scrittori italiani del ‘900 finiti sotto processo.
Se uno lascia stare tempi più antichi e va a parlare di ‘900 e censura in Italia, il pensiero corre di colpo al ventennio fascista.
Sì e no, ci tocca rispondere.
Nel senso che il fascismo, in quanto regime dittatoriale, di certo ricorse sistematicamente allo strumento della censura nei confronti degli intellettuali ritenuti scomodi, ma non si faccia l’errore di pensare che la successiva Italia liberata e repubblicana sotto questo punto di vista sia stata migliore. Anzi, in alcune occasioni le commissioni di censura repubblicane hanno adottato misure più severe e più grottesche di quelle del ventennio.
Così quella del rapporto tra Potere e Intellettuali è una storia difficile che si snoda lungo tutto quanto il secolo scorso, in maniera costante e continua almeno fino ai primi anni ottanta.
“La poesia”, scriveva qualche anno fa il grande poeta americano Lawrence Ferlinghetti, “esiste perché certi uomini vogliono mettere i fiori in prigione”.
E i carcerieri dei fiori, pare, non sono mai andati in pensione.
Come ogni altra dittatura, anche il fascismo, nelle sue azioni di gestione e conservazione quotidiane del potere, risulta spesso imprevedibile, se non addirittura incomprensibile.
Non c’è, specie nei primi anni, una politica chiara e coerente né uno straccio di regolamentazione in materia di censura letteraria.
Si colpisce “a macchia di leopardo”, con criteri non sempre univoci, inserendo senza soluzione di continuità la persecuzione nei confronti delle opere letterarie nella più generale persecuzione antifascista.
Ignazio Silone fu tra le prime vittime “intellettuali” del regime. Arrestato più volte a partire dal 1922 e alla fine costretto all’esilio, prima a Parigi e poi in Svizzera, Lugano e quindi Basilea. Una persecuzione però non tanto letteraria, quanto esclusivamente politica: a mettere Silone all’indice degli uomini invisi al fascismo non furono i suoi romanzi, ma la sua militanza nel Partito Comunista sin dal suo atto di nascista a Livorno.
Misure persecutorie che non furono però prese nei confronti di Eugenio Montale, nonostante il poeta ligure fosse tra i primi firmatari del Manifesto crociano degli Intellettuali Antifascisti e nonostante, nel corso del ventennio, Montale fece scelte pubbliche clamorose e coraggiose, prime fra tutte il rifiuto di tesserarsi al Partito Fascista e rinunciare a lavorare nel “Corriere della Sera”.
Allo stesso modo non fu censurato Elio Vittorini, né per il romanzo Il Garofano Rosso, ritenuto dal regime troppo licenzioso in materia sessuale, né per Conversazione in Sicilia, dove diede un’immagine dell’Italia completamente invisa al regime. Non solo: a Vittorini fu addirittura concesso di curare un’antologia di letteratura americana, nonostante sin dal 1924 il fascismo avesse osteggiato con ogni mezzo la diffusione della letteratura straniera, specialmente quella d’oltreoceano.
Viceversa Cesare Pavese, si vide censurare un gruppo di sei poesie dalla prima edizione di Lavorare stanca, ritenute “oscene” e “pornografiche”. E, successivamente, lo scrittore torinese subì anche la pena del confino.
Stranezze a parte, se c’è un filo conduttore nell’azione censoria del regime (chiarito dall’istituzione di quello strumento di controllo su tutta la cultura che fu il MinCulPop), tolta la questione puramente politica, esso fu linguistico (il purismo della lingua fu una priorità assoluta – con risultati deleteri e grotteschi – dell’intero ventennio) e soprattutto morale.
Ogni descrizione troppo esplicita di rapporti amorosi, i suicidi, gli aborti, viene puntualmente colpita dall’azione di taglio e asporto del MinCulPop.
Mussolini in persona intervenne per ripulire alcuni passi di due romanzi ritenuti troppo audaci: Singolare avventura di viaggio di Brancati e un innocuo romanzetto rosa della scrittrice Mura, Sanbadù, che raccontava la storia d’amore e sesso tra un’italiana e un africano.
Se noi lasciamo stare quindi la questione politica e ci concentriamo sulla censura di costume, è interessante notare come tra Italia fascista e Italia democristiana del dopoguerra, vi sia addirittura una sorta di continuità di intervento.
Nonostante l’articolo 21 della Costituzione sancisca la libertà di stampa, e quindi svincoli il Potere dal controllo diretto sulle opere rimandando divieti all’azione esclusiva dei tribunali, la censura continua ad abbattersi inesorabile. Per questioni praticamente identiche alla censura sulle poesie di Pavese, sul romanzo di Brancati e sull’operetta della Mura, nel 1947 viene sequestrato, poche settimane dopo la sua pubblicazione in Italia, il romanzo di Lawrence L’amante di Lady Chatterly.
Tra l’inizio degli anni cinquanta e la fine dei sessanta, l’elenco delle opere sequestrate è sterminato. Lo schema è sempre lo stesso: pur non potendo di fatto intervenire, è sempre il politico di turno a segnalare lo scandalo al tribunale competente e a far scattare il processo.
Sotto sequestro finisce ancora Brancati, con lo scritto emblematico Ritorno alla censura (un attacco senza troppe metafore alla DC e in particolare a Giulio Andreotti), l’inchiesta di Dolci sulla Sicilia e sui rapporti tra mafia e DC, Il ponte della Ghisolfa e L’Arialda di Testori.
Per non parlare di Pier Paolo Pasolini, che dalla pubblicazione del romanzo Ragazzi di vita (1955), fino alla sua ultima fatica artistica (Salò, film uscito nel 1974), dovrà continuamente e quotidianamente scontrarsi con la censura, i sequestri e i processi, riassumendo nella sua figura “scandalosa” di intellettuale contro e omosessuale, ogni genere di accusa possibile, da quella politica a quella morale.
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, nonostante il notevole progresso sociale, la rivoluzione sessuale e le importanti conquiste civili in materia di aborto e divorzio, la censura e il sequestro di opere ritenute contrarie alla pubblica morale continua a mettere in scena casi clamorosi. Come il processo al romanzo-diario Porci con le ali di Rocco e Antonia (Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera), ritenuto “pornografico” e, soprattutto, il sequestro del romanzo d’esordio di Pier Vittorio Tondelli Altri Libertini, per via del linguaggio crudo e osceno.
La storia tuttavia, non finisce qui. Meno noti e fatti abilmente passare sotto silenzio si susseguono fino a tempi recentissimi casi di ostracismo, se non addirittura di eliminazione, di libri ritenuti “scomodi”.
Caso clamoroso, degno della peggior censura fascista, riguarda il libro di Palumbo sulle stragi italiane in Africa e nei Balcani, mandato al macero dalla Rizzoli prima ancora di uscire in libreria. E non stiamo parlando di ventennio fascista né dell’Italia monocolore degli anni cinquanta, ma di un episodio risalente al 1992.
E oggi, anno 2014 di nostro signore, uno scrittore torna alla sbarra. Si tratta di Erri De Luca, messo sotto processo con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo.
Il tutto per aver scritto parole di appoggio, sostegno e consenso alle azioni di boicottaggio del popolo No Tav in Val di Susa.
Se la libera circolazione delle idee, se la libertà di espressione attraverso la parola scritta sono, come riteniamo, termometri essenziali per misurare il grado di democrazia di un popolo, la storia recente – dal fascismo ai nostri giorni – della letteratura messa sotto processo, ci racconta di un paese, l’Italia, dove una democrazia reale e compiuta è ancora molto lontana dal suo compimento.
Un paese dove ancora esiste un esercito di uomini che vuole “mettere i fiori in prigione”.

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