Quante gocce di rugiada

Correva l’anno 1971.

E dire 1971, specie quando si parla di Italia, non è dire poco. Anzi… gli ultimi residui del boom economico si sono appena dissolti nel nulla gettando l’Italia in una pesante crisi sociale ed economica che durerà per tutto il decennio.
Soprattutto, si era dissolto l’entusiasmo colorato del ’68, sepolto sotto la bomba di piazza Fontana e l’inizio della strategia della tensione. Inizia così il decennio del più alto scontro sociale della storia del Paese, ma anche il decennio della più grande fermento artistico e culturale mai conosciuto dall’Italia.
In questo oceano di contestazioni di piazza, sperimentazioni e vitalità creativa ai massimi livelli, la musica fa da padrona.
In questi anni, per esempio, i grandi cantautori nostrani come De André, Guccini, De Gregori e altri, scrivono e producono i loro lavori migliori.
Ma non ci sono solo i cantautori. Troppo spesso lo dimentichiamo, ma in Italia, negli anni settanta, c’è stata una grandiosa esplosione di immensi gruppi rock che nulla hanno da invidiare ai colleghi anglosassoni.
Una vera e propria scuola di progressive rock italiano che comprende nomi enormi come gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso, i Perigeo, le Orme, i New Trolls, i Goblin, gli Osanna.
E, ovviamente, la Premiata Forneria Marconi, PFM per gli amici.

La PFM, che insieme agli Area è stata l’unico gruppo italiano ad avere una reale risonanza all’estero (la PFM è riuscita anche ad entrare nei top 100 della mitologica classifica di Bildboard), proprio in 1971 debutta nel mercato discografico con il primo 45 giri cui seguirà, l’anno dopo, il primo album.
Un album che arriva al termine di un apprendistato pazzesco e irripetibile: l’apertura dei concerti di autentici mostri sacri del rock come i Deep Purple, gli Yes, i Procol Harum.
Del resto banda elencare i nomi dei componenti della PFM per capire di trovarsi davanti una favolosa all star di alcuni fra i migliori musicisti italiani di tutti i tempi: Franz Di Cioccio alla batteria, Franco Mussida alla chitarra, Flavio Premoli alle tastiere, Giorgio Piazza al basso e Sua Maestà Mauro Pagani al flauto e al violino.

In questi anni di “formazione”, la PFM uscì gradualmente dalla consueta “forma canzone” strofa-strofa-ritornello-strofa-ritornello per lanciarsi in composizioni più complesse ed elaborate, soprattutto dal punto di vista musicale.
Da maestri quali i King Crimson e i Jethro Tull appresero la cura nell’arrangiamento e il gusto dell’improvvisazione live, per rielaborarle in uno stile proprio, originalissimo e inconfondibile.

Scelto il nome per il gruppo (la Forneria Marconi esisteva veramente, a Chiari in provincia da Brescia, ed era frequentata quotidianamente da Pagani), composero il loro primo, splendido album, Storia di un minuto, interamente registrato in presa diretta per non perdere l’impatto e l’energia delle registrazioni live.
Fu un grandioso successo, anche e soprattutto all’estero. Fu Greg Lake (bassista e cantante degli Emerson, Lake&Palmer) che, dopo averli sentiti suonare a Roma, ne rimase così entusiasta da portarli a Londra e lanciarli così sulla scena internazionale.

Il 45 giri che precedette l’album, nel 1971, conteneva sul lato B un pezzo destinato a diventare non solo il cavallo di battaglia della banda, ma uno dei classici immortali della storia della musica italiana: Impressioni di settembre. 

Su testo di Mogol, la PFM compone il primo brano ad avere un ritornello esclusivamente strumentale, concepito di getto da Franco Mussida, improvvisamente ispirato sul divano della casa dei suoi genitori, che riesce a dare una geniale forma musicale a una senso di sogno che porta all’apoteosi in una psichedelica ricerca di se stessi.

Completato da Mauro Pagani, il pezzo viene scelto per il singolo d’esordio. Per registrarlo, la PFM diventa il primo gruppo italiano a usare il Moog, un sintetizzatore allora sconosciuto in Italia, che la band aveva sentito proprio in un disco degli Emerson Lake&Palmer.
Non fu facile averlo. In Italia lo importava la ditta Monzino, il cui titolare incontrò il gruppo durante una fiera dello strumento. Esistendone all’epoca pochissimi esemplari al mondo (pare che quello che vide la PFM alla fiera fosse il secondo in assoluto), il costo era spropositato, fuori dalla portata di una band emergente e sconosciuta.
Ma i miracoli, si sa, a volte accadono per davvero.
Così Fran Di Cioccio tirando fuori “l’abruzzese” che era in lui (come ebbe a dire anni dopo), tanto fece da convincere il signor Monzino in persona a dargli il Moog per incidere il pezzo.
“Se ce lo lascia usare, le assicuriamo che poi ne venderà almeno dieci”, avrebbe detto Di Cioccio all’imprenditore per convincerlo.
Monzino si lasciò sedurre dalla determinazione della PFM e prestò il Moog alla band.
Il risultato fu un sound clamoroso, mai sentito prima, destinato immediatamente a fare scuola e a produrre innumerevoli tentativi di imitazione.
Il risultato fu Impressioni di settembre, un pezzo immortale, tra i più belli e pazzeschi della storia del rock di tutti i tempi.
Il risultato fu il successo travolgente della PFM e l’invenzione del Progressive Rock in Italia.
E, quanto a Monzino, be’… di quei Moog là, ne vendette davvero molti, ma molti più di dieci…

Ai vostri settembre immacolati e pieni, per quando il rock esisteva davvero…

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