Post Scriptum

Due note più o meno importanti circa “Solitudini” e il mestiere di scrivere

È scritto sul risvolto di copertina, l’ho detto in radio e alle presentazioni. Lo ripeto qui:Solitudini raccoglie poesie scritte nell’arco di dieci anni, dal 2001 al 2011. Il lavoro di composizione, allestimento, correzione e revisione del dattiloscritto che si sarebbe poi trasformato nel libro pubblicato, è durato invece circa un anno e mezzo, dai primi mesi del 2012 alla primavera scorsa.

In totale, un lavoro di dodici anni e mezzo. Un lasso di tempo che può impressionare, o quanto meno sembrare infinitamente lungo.

Eppure, personalmente, è un tempo che né mi impressiona né mi sconvolge. Questo per almeno quattro ordini di considerazioni. La prima è che il tempo che passa per me è sempre un piacere vederlo passare, una sorta di perversione privata e personalissima che non vale la pena approfondire. La seconda è che nello scrivere – per quanto bulimico e iperproduttivo – sono comunque lento, ossessivo e maniacale nelle revisioni e nelle correzioni, un ossimoro che col tempo ho imparato ad accettare e addirittura ad accarezzare. Soprattutto perché, terza considerazione, mi affeziono alle cose che scrivo, ne sono geloso, e visto che licenziarle vuol dire porre fine a quel senso di reciproca appartenenza tra me e lo scritto, cerco sempre di rimandare il più possibile il momento della separazione. Ma anche qui scendiamo in un contesto criptofreudiano su cui non è il caso di indagare. Ciò che veramente conta – quarta considerazione – è che non m’importa se viviamo in un mondo in cui il prodotto (sia esso una scrivania, un computer, una casa, una canzone o, appunto, un libro) deve essere realizzato e consumato (soprattutto consumato) nel più breve tempo possibile. In sostanza e molto prosaicamente, me ne sbatto beatamente della fretta e della rapidità con cui cercano, da ogni parte, di imporci di vivere. La letteratura, almeno quella che amo, ha bisogno di silenzio, un silenzio che pretende attenzioni, premure, pazienza, carezze, atti d’amore lenti e dilatati. Un silenzio che pretende tempi lunghi. I latini lo chiamavano otium, che non vuol dire non far niente, ma piuttosto distendersi, meditare, assaporare, cogliere. Imporre i tempi dell’anima sui tempi della frenesia quotidiana. Non riesco davvero a dare altra definizione al mestiere di scrivere. Non può essere altrimenti: per sua natura il tempo della scrittura, la scrittura vera, quella capace di sanguinare e far correre brividi lungo le schiene di chi legge, è infinitamente lungo e dilatato.

Così, i miei dodici anni e mezzo trascorsi dietro Solitudini non mi spaventano: è semplicemente il tempo di cui ha avuto bisogno la mia anima per concepirlo, generarlo e gettarlo nel mondo.

Ma perché proprio il 2001 e perché proprio il 2011? Perché queste quinte cronologiche? Non è facile da spiegare, ma ci proverò lo stesso.

Ricordo perfettamente il giorno del mio primo bacio, il giorno del mio primo spettacolo a teatro, il giorno del mio diploma e della mia laurea. E un’altra infinità oceanica di importanti e decisive ricorrenze. Ma non ricordo il giorno, e nemmeno il periodo, in cui ho cominciato a scrivere. Chi scrive, chi condivide con me questo mestiere, avrà senz’altro già capito: essendo, la scrittura, il modo più naturale in mio possesso per comunicare, è un qualcosa di inscindibile da me stesso, ancorato come un eterno cordone ombelicale dell’anima. C’è sempre stato e non so dire quando sia cominciato, sarebbe come chiedermi quando ho iniziato a parlare, a gesticolare, a respirare. Più facile al limite dire quando tutto questo sia diventata una consapevolezza, piena e razionale. È accaduto più o meno nei primissimi anni di liceo, a quattordici, quindici anni o giù di lì. È accaduto cioè che il semplice scrivere, vale a dire il puro atto di riversare delle parole su un foglio, non mi bastava più. Avevo bisogno anzitutto di conservare ciò che scrivevo, custodirlo con cura, ritornarci sopra, limarlo, correggerlo, migliorarlo. E, soprattutto, vincendo ogni vergogna e ogni imbarazzo, avevo bisogno che qualcuno, fosse anche una sola persona, leggesse e commentasse. In questo sono stato fortunato: ho avuto Samuele e Sandro, due amici splendidi (e la fortuna più grande è che ancora oggi siano amici immensi e fraterni) che hanno sputtanato pomeriggi d’adolescenza a leggere e ascoltare le mie storie. E a incoraggiarmi.

Erano i primissimi anni ’90. Scrivevo racconti brevi e poesie. Visto che parliamo di Solitudini,lasciamo stare in queste righe la narrativa e concentriamoci sulla scrittura in versi. Le poesie le scrivevo (e le conservavo) su dei quadernini a quadretti tutti uguali, rossi e con la costola a spirale. Dentro quei quaderni, che passarono per le mani di alcuni lettori, riversai diluvi d’inchiostro. Ce li ho ancora e a volte, quando mi sento o troppo forte o troppo disperato, mi rimetto a sfogliarli. Lì dentro ci sono versi scritti a quindici, sedici, diciott’anni. Ma, a parte qualche rara eccezione, più che di poesie si trattava di prove tecniche di poesia. Cerco di spiegarmi. In quei quaderni c’è la storia di un ragazzo sedotto dalla poesia che sta pian piano imparando a farla propria, che pian piano sta cercando il suo linguaggio, il suo verso. Per questo quelle composizioni, nella maggior parte, risultano essere variazioni sul tema sulla scorta degli stili e dei linguaggi degli autori che maggiormente mi seducevano e mi affascinavano: Baudelaire, Rimbaud, Ginsberg, Kerouac, Ferlinghetti, Poe, Morrison e Cobain. Un magma immenso di apprendistato poetico da cui ogni tanto saltava fuori qualcosa di originale e interessante.

Poi arrivarono gli anni dell’università, e qualcosa cominciò a cambiare. Prima di tutto vennero le agendine, che presero il posto dei quaderni rossi a spirale. Ma soprattutto, rallentai. Al diluvio affamato e ingordo del liceo si sostituì una scrittura più lenta e meditata, tornavo più e più volte sulla stessa composizione, si sovrapponevano più stesure e riscritture. In sostanza, era esplosa l’urgenza di trovare il mio, e solo mio, linguaggio d’autore.

Una sera di gennaio del 1999, sui gradini degli Uffizzi, sulle pagine immacolate di un’agendina col giglio di Firenze stampato sopra, scrissi questi versi:

Sere di luglio,

ma ogni sera andava bene

per giocare a essere libero. 

Poi mi fermai. Non riuscii ad andare avanti, ma fui subito certo di una cosa: era quello il mio stile. L’avevo trovato, finalmente l’avevo trovato. Ci misi quasi due anni a finire quella lunga poesia, iniziata e abbozzata nel gelo degli Uffizzi. Si chiama Rapsodie (frammenti di un’estate solitaria), la sua ultima e definitiva stesura reca la data del 4 gennaio 2001 ed è la poesia più “antica” pubblicata in Solitudini. Ecco perché la quinta cronologica d’apertura del mio libro è il 2001: perché da Rapsodie in poi sono definitivamente entrato in possesso del mio stile, che c’era anche prima, c’era da sempre, ma non ne sapevo padroneggiare gli strumenti.

Al completamento di Rapsodie seguirono due anni particolarmente intensi in generale, fuori e dentro la scrittura. Due anni anche di intensa produzione poetica. A quel periodo risalgono molte poesie oggi contenute in Solitudini: Smanie di solitudine, Due bicchieri di vino, La vita intensa, Urlo, Ricordi di una vecchia battona, Jenin. Credo che a leggerle tutte in fila, ci si possa ritrovare abbastanza facilmente questa vicinanza e comunanza cronologica.

Le poesie del periodo successivo (il biennio 2004-2005) non si trovano invece in Solitudini, ma non perché non c’entrino nulla. È che sono già state pubblicate: è il blocco di poesie interamente dedicate all’Irlanda, finite – e chi l’ha letto sa perché – dentro il mio romanzoAmore e Disamore.

Agli anni 2006, 2007 e 2008 appartengono invece tutte le poesie contenute nel capitoloDall’alba all’addio, che raccontano dall’inizio alla fine una lunga, intensa e decisiva storia d’amore (la più importante, senz’altro) da me effettivamente vissuta. Tutto il resto invece, è stato scritto dal 2008 in poi. Fino a quel 30 dicembre 2011, quando mettendo il punto sulla poesia Le rose e l’assenza (la più recente di Solitudini) capii, con la stessa lucidità di quella notte agli Uffizzi, che il percorso iniziato con Rapsodie si era definitivamente concluso ed esaurito. E che era venuto il momento di raccogliere questo lungo viaggio e farne un libro.

Non è stato facile, non lo è stato per niente. Fare un libro con un materiale così eterogeneo, spalmato su un lasso di tempo così ampio, è un qualcosa di molto simile a un’impresa. Non è un romanzo, si tratta di componimenti ‘sciolti’, singole poesie nate e compiute da sole, con un respiro proprio e un’autonomia che, ancora adesso, rivendicano con forza. Eppure, quella lucidità avvertita nel momento di terminare Le rose e l’assenza, mi diceva senza mezzi termini che quei dieci anni avevano una loro compattezza, un loro nucleo tematico, una loro sequenza logica ineluttabile. In sostanza, mi diceva che il libro già esisteva. Bisognava solo trovarlo.

Così per qualche tempo studiai le mie stesse poesie. E alla fine capii. Capii che quei singoli componimenti andavano a formare, in maniera assolutamente non accidentale, un romanzo in versi sulla solitudine, la solitudine come l’avevo sempre intesa io, vale a dire come unicità, irriducibile e ostinata irripetibilità del singolo. Una difesa e una ricerca continua della solitudine fatta attraverso un viaggio incessante per le strade del mondo, segnato e scandito da continui ritorni e continue fughe alla e dalla mia Itaca/Trasimeno. Una carrellata di “solitudini” pescate, amate e vissute nella mia piccola “odissea” personale.

Le poesie che sono andate a comporre questo “canzoniere” sono 37. In questi dieci anni ne ho scritte molte di più. Più o meno il doppio. Perciò nell’allestimento del libro c’è stato anche un lavoro di selezione. Una selezione all’inizio dolorosissima e poi, man mano che mi si chiariva il filo logico del libro, sempre più naturale.

Ma le poesie che non compaiono in Solitudini non sono state semplicemente, e barbaramente, “scartate”. Sono qui, tra le mie carte, come i frutti lasciati a riva dalle mareggiate. Così come, dopo quel 30 dicembre 2011 quando ho finito Le rose e l’assenza, non ho certo smesso di scrivere poesie. Ho continuato e continuo, incessantemente, a scrivere versi. E saranno altri libri, altri viaggi, altri romanzi in versi, altri fili logici da scoprire e legare. E, soprattutto, sarò sempre io, io che getterò via ancora una volta la maschera della vergogna per poterveli raccontare.

Riccardo Lestini

5 novembre ’13

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