La crisi della cultura e la lezione di Loach

Il ritornello, più ossessivo d’un tormentone estivo, recita da anni che la cultura, intesa come settore culturale nel suo intero complesso (dalla lettura al teatro, dalla musica al cinema, dalle arti figurative alla danza) è in uno stato spaventoso di crisi apparentemente senza ritorno.
Vero. Verissimo. Tragicamente vero.
Tuttavia, se sono d’accordo nel giudizio finale, non riesco a condividere nemmeno una delle infinite analisi formulate negli anni nel tentativo di spiegare (e molto spesso di curare) la crisi di cui sopra.
Tali analisi, scritte ed enunciate dalle voci più disparate, a volte illustri e a volte assolutamente fini a se stesse, concordano sulla sostanziale scarsità di produzione culturale. Per quanto mi riguarda io credo invece che il vero (unico?) motivo della crisi sia non la penuria, ma al contrario l’abbondanza. Più semplicemente: di cultura, sempre intesa come il complesso del settore e della produzione culturale, ce n’è troppa.
Mi spiego. Si dice che l’editoria è in crisi, eppure ogni anno si pubblica una quantità spropositata di libri. Si dice che il cinema è in crisi, eppure tra film per le sale e fiction tv ogni anno l’industria italiana dell’audiovisivo sforna un numero altissimo di prodotti. Per non parlare dei festival. L’Italia è l’unico paese ad avere quattro enormi festival letterari (Strega, Campiello, Viareggio, Bancarella) e addirittura tre grandissimi festival del cinema (Venezia, Roma, Torino). E infine i concorsi e i festival minori, per esordienti e non: sparsi per l’Italia si contano qualcosa come oltre duecento concorsi letterari e altrettanti concorsi cinematografici (numeri, che stando alle ultime tendenze, sono in crescita esponenziale).
Allora dov’è la crisi? Nel fatto che ‘quantità’ non è quasi mai sinonimo di ‘qualità’. Nello specifico, nel caso dell’odierna produzione culturale italiana, quantità diventa sinonimo di serialità dozzinale. Si produce tanto, ma come in una grottesca conseguenza estrema della catena di montaggio fordista, i prodotti (libri, film, dischi o mostre che siano) si somigliano tutti, nelle forme e nei contenuti: un esercito di opere fasulle, patinate, innocue, costruite a tavolino e spudoratamente commerciali.
In letteratura ad esempio oggi va di moda lo ‘scandalo-sadomaso-della-signora-perbene’, oppure ‘il-libro-confessione-delle-adolescenti-depravate-e-prostitute’, o ancora ‘il-romanzo-d’amore-tra-lui-che-è-un-disgraziato-e-lei-che-invece-è-chiaracomeunalba-e-alla-fine-lo-redime-e-vissero-felici-e-contenti’. Ecco che allora le principali case editrici si affannano ognuna a sfruttare fino in fondo questi quattro-cinque (massimo sei, se no il pubblico si confonde) filoni narrativi e a produrre romanzi in serie, uno dietro l’altro fino a quando la moda non si è esaurita e si può passare ad altro. Le stesse grandi case editrici che poi regnano sovrane nelle grandi kermesse letterarie sopraccitate e che, di conseguenza, trasformano questi festival in ennesime passerelle per gli stessi romanzi in serie tutti uguali. Il discorso va replicato, identico, per cinema e fiction. Con un’aggiunta: ci sono anche sempre gli stessi attori, scelti con lo stesso criterio delle trame. Un attore va di moda e lo si sfrutta fino all’inverosimile, fino a fargli interpretare ruoli assolutamente al di fuori delle sue corde (penso a quando si arrivò a far interpretare Dino Campana a Stefano Accorsi), finendo di conseguenza per rovinare discreti talenti (geniale i passaggi di “Boris” in cui tutte le fiction che citano le interpreta Favino). In una simile situazione, non solo tre grandi festival servono a poco, ma risultano grotteschi: Roma e Torino, soprattutto, si susseguono nello spazio di un mese, uguali a loro stessi, con gli stessi party, con le stesse facce, con le stesse trame. L’unica differenza è che la ragazza vestita di blu che sta all’info point dell’ingresso, a Roma parla come Asia Argento, a Torino come Luciana Littizzetto.
Ma il discorso ‘grande quantità’ uguale ‘scarsa qualità’ – come sempre – non si limita alle grandi imprese delle multinazionali della cultura, ma si riflette – con risultati forse anche più catastrofici – anche nel basso delle piccole produzioni. L’idea (assurda) che tutti possano diventare artisti, che internet possa dare spazio e visibilità a tutti, che i sistemi digitali possano trasformare chiunque in regista nello spazio di un click, ha avuto conseguenze devastanti. Siamo letteralmente invasi da miliardi di e-books opera di scrittori improvvisati, fuori controllo, non revisionati da nessuno, sgrammaticati e ridicoli, quintali di libri autoprodotti con stamperie digitali o editori a pagamento, migliaia di cortometraggi girati male, montati malissimo e recitati peggio.
Internet poteva davvero essere un’alternativa. La rete avrebbe davvero potuto creare un circuito alternativo al di fuori delle leggi di mercato. Avrebbe, appunto. La logica liberista dell’arte-industria, della cultura venduta a chili e della produzione seriale, per cui tutti possono e tutti devono, ha trasformato il cyberspazio in una spaventosa cloaca maxima. Gli stessi concorsi, letterari, cinematografici, pittorici o fumettistici che siano, un tempo servivano davvero per offrire visibilità. Oggi sono organizzati per tenere in sella assessorati in crisi o rivitalizzare enti fatiscenti. Ma, soprattutto, sono così tanti che vincerne uno non ha niente di eccezionale: sono così tanti che, prima o poi, capita a tutti. Pure ai peggiori.
È bene precisare. Con quanto detto, non mi si prenda per un pericoloso intellettuale elitario e settario. Tutt’altro. Io non ho niente contro i prodotti commerciali, nel senso di prodotti realizzati espressamente per conquistare il mercato: ci sono, anzi, specie nelle produzioni americane, godibilissime opere commerciali dall’elevatissimo spessore tecnico e virtuosistico. Così come non ho mai snobbato prodotti capaci di raccogliere ampie fette di pubblico, anche se preferisco, quando questo accade, quelle opere che lo fanno senza programmarlo a tavolino. Ma non può esistere un intero sistema dominato solo da questo tipo di prodotti. Un sistema culturale e artistico è vivo e vitale soltanto se vario, se capace di spaziare dal nazionalpopolare all’essai.
Altra precisazione. Non ce l’ho con i prodotti amatoriali in quanto tali. Anzi, a volte hanno delle magie capaci di superare i primi dei professionisti. Ma è ovvio che diecimila prodotti amatoriali costituiscono un gioco al ribasso.
Soprattutto, in questo contesto, si sottrae all’arte la sua principale caratteristica: la scelta. Siccome l’artista ha, da sempre, il compito di creare bellezza, e siccome la bellezza è nata quando l’uomo ha cominciato a prendere decisioni, a separare, a selezionare, a scegliere appunto, la scelta è la caratteristica più peculiare dell’arte.
Editori e produttori non scelgono più, vi hanno rinunciato. Ecco dove sta la vera crisi. Ma soprattutto di scegliere hanno smesso gli artisti. L’arte per essere tale deve essere scelta, e non scelta qualsiasi, ma scelta coraggiosa, controcorrente, dura, estrema.
Una lezione (e una speranza), in questi giorni arriva da Ken Loach. Ospite d’onore al Torino Film Festival, dove doveva ritirare un prestigioso (e meritatissimo) premio alla carriera, ha rinunciato sia alla partecipazione sia al premio. Il motivo: lo sfruttamento dei lavoratori del Festival, sottopagati e costretti a lavorare, per ottenere una paga dignitosa, fino a 70 ore la settimana. Sensibile alla loro protesta, Loach ha fatto una scelta forte, decisiva, ancor più preziosa perché rara.
Amelio, altro grande regista e direttore del festival, ha accusato Loach di “elitarismo” e “massimalismo”. No caro Amelio, no. A parte che l’accusa di elitarismo resta assolutamente incomprensibile, la scelta di Loach è una gigantesca lezione di coerenza, un esempio da portare sul palmo della mano. Amelio sostiene che la vera scelta responsabile sia stata quella di Ettore Scola, anch’egli premio alla carriera, anch’egli sensibilizzato dai lavoratori, ma che al contrario di Loach ha deciso di andare, ritirare il premio e incontrare i lavoratori. Caro Amelio, anche qui sono in disaccordo: quello di Scola, che stimo e rispetto tantissimo, è un compromesso.
E in un’epoca come questa, di crisi, di quantità vuota e dozzinale, dei compromessi non sappiamo più che farcene. È da lezioni come quella di Loach che dobbiamo ripartire, se vogliamo salvare arte e cultura, se vogliamo riscoprire il senso più profondo dell’arte.
Perché l’arte non è compromesso. L’arte è scelta radicale, estrema. Non c’è arte senza rivoluzione, senza coraggio, senza rischio, senza denuncia forte, netta, senza appello.
Non c’è arte senza fame, rabbia, dolore.
Non c’è arte senza verità.
Se arte deve essere, che sia arte che insorge.