Il soldatino di piombo e la ballerina di carta

da questo racconto l’autore ha tratto uno spettacolo omonimo, con Riccardo Lestini e Azzurra Fettucciari

Egregia Signorina,

mi perdoni anzitutto se pur non conoscendola ho l’ardire di scriverLe questa lettera, ma avevo premura di scusarmi con Lei per l’increscioso incidente di ieri sera che, mio e Suo malgrado, ci ha visti coinvolti, benché incolpevoli.

Sarebbe senz’altro stato, da parte mia, ben più signorile porgerLe le mie scuse di persona, facendoLe un rispettoso inchino e offrendoLe un qualche presente in segno di pace. Ma come Lei può facilmente intuire, mi è assolutamente impossibile venirLe accanto e risolvere la spiacevole questione faccia a faccia.

Come ha avuto modo di vedere, sono fatto di piombo. Le antiche arti della fusione, degli stampini e della pittura artigianale che a suo tempo mi generarono, non contemplano, purtroppo, quella strana facoltà propria degli umani (e di certi giochi più moderni) chiamata parola. Facoltà che, se pur spesso usata a sproposito, a mio avviso può, in determinate circostanze, rivelarsi utilissima. Ma tant’è. A me non è concessa, non posso e non la so usare.

Inoltre, Lei avrà potuto notare come il dio dei giocattoli abbia deciso, per qualche oscuro e imperscrutabile disegno celeste, di farmi nascere zoppo. Il parto che mi diede la vita fu, spettabile Signorina, assai complicato: per motivi che ignoro si otturò lo stampino, e una minuscola colata di piombò fuoriuscì dalla cavità lasciandomi senza una gamba. Ho imparato col tempo, mia veneranda Signorina, a convivere con questa mia diversità, ma può ben figurarsi come, specie in giovane età, sia stato assai difficile accettarla. Durante le battaglie, assieme agli altri soldatini di piombo miei fratelli, venivo sempre messo in fondo alla schiera, e anche nelle parate, sopra qualche mensola o mobile, mi si nascondeva dietro decine di altri compagni. Così sono cresciuto schivo e timido, nutrito soltanto di fantasia.

Ma non voglio tediarLa con le mie disavventure. Era solo mia premura spiegarLe il perché di questa lettera, affinché Lei non la prendesse come un gesto sconsiderato e irriverente. Io, zoppo e di piombo, purtroppo non posso muovermi se non grazie alle dita di qualche essere umano: ci sono invece certi giocattoli moderni che da soli riescono a percorrere anche due o tre metri. Spesso sono stato lì lì per chiedere a questi nuovi giocattoli di spiegarmi il mistero, di insegnarmi il segreto del movimento. Ma ho desistito. Sa benissimo anche Lei come sono queste nuove generazioni: non ascoltano, vogliono tutto e subito, finiscono le pile in un batter d’occhio e stramazzano al suolo per un niente.

Ma veniamo a noi, rispettabile Signorina. Prima dell’incidente, come Lei sa benissimo, non ci eravamo mai visti. Io vivevo allo scaffale di sopra, condividendo tranquillamente un dignitoso spicchio di mensola con un eroico modellino di Fiat 500 giallo e con un coccodrillo di gomma, all’apparenza scorbutico e scostante, ma assolutamente degno e rispettoso. Per dimostrarLe la mia assoluta incolpevolezza Le dirò come sono andate le cose: l’essere umano piccolo piangeva a dirotto, cercava senza pace uno strano orso parlante, e l’essere umano grande, esasperato, ha preso a ispezionare ogni angolo della stanza alla ricerca del disperso, fino a smanacciare con furia proprio nel mio angolo di mensola. Impassibile e fiero è rimasto l’eroico modellino giallo di Fiat 500, il coccodrillo di gomma pur vacillando ha resistito mentre io, zoppo e sottile, colpito dalle mani enormi e distratte dell’essere umano grande, ho perduto di colpo l’equilibrio precipitando allo scaffale di sotto, Sua rispettabile dimora, mia timorata Signorina.

Mi scusi infinitamente, ma l’esserLe caduto addosso, come a questo punto avrà compreso, è stato evento assolutamente indipendente dalla mia volontà. Credo di averLe fatto male, e me ne dispiaccio e me ne dispero. L’urto della caduta ha fatto schiacciare il mio volto contro il suo e intrecciare la mia unica gamba alle sue, tese in quella posizione così plastica ed elegante.

Perdoni il mio prolungato silenzio in quel momento così imbarazzante, ma come Le ho già spiegato, non ho il dono della parola. E La prego di non prendere il mio sguardo impassibile come segno d’indifferenza all’altrui dolore. Quando nacqui, l’essere umano che mi dipinse era stanco e assonnato, e tracciò frettolosamente sul mio volto un rigo dritto: altri più fortunati soldatini miei fratelli hanno invece deliziosi sbaffi verso l’alto che li eternano in un gaio sorriso, altri ancora verso il basso, che li rendono tristi, malinconici e affascinanti. Io invece ho avuto in sorte questa linea retta che non tradisce emozione alcuna, e mi rende anonimo e poco interessante. Ma Le assicuro, onesta Signorina, che rido e soffro e m’immalinconisco come tutti gli altri giocattoli, anche se non si vede.

Perdoni infine l’assoluta assenza di iniziativa da parte mia durante tutto il periodo dell’incidente. Siamo rimasti intrecciati in questa strana posizione per qualche ora, e ho aspettato che l’essere umano grande mi togliesse dall’imbarazzo e mi riponesse dove mi trovo adesso, a terra, in un angolo della stanza, assieme ad altri giocattoli sconosciuti. Perdoni davvero tutto il mio imbarazzo ma, Lei capisce, prima d’allora mai avevo veduto una Signorina, almeno non da così vicino. Dallo scaffale alto dove vivevo, vedevo solo il muro e il soffitto. E le avventure cui sono destinati i soldatini di piombo non contemplano presenze femminili: le guerre sono affari di maschi.

Adesso, nella mia nuova dimora, posso vederLa ogni istante, così come Lei può vedere me. E, mi scusi l’ardire, non mi dispiace affatto.

La prego quindi di accettare questa lettera e le mie scuse. Se vuole, risponda anche solo con un cenno, un fremito di gambe, un lieve oscillare delle braccia. E io capirò. Altrimenti, se preferisce, resti pure in silenzio: credo che il silenzio sia dono prezioso che io, abituato alla solitudine e alla fantasia, so ugualmente comprendere.

La riverisco sentitamente,

Suo affezionatissimo

Soldatino di Piombo.

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Spettabile Signore,

spero che Lei non equivochi né che mi ritenga frivola, ma appena ho ricevuto la Sua lettera ho sentito il bisogno di risponderLe subito e di getto.

Non può nemmeno immaginare quanto gradite siano state le Sue parole. Prima di tutto, non si curi più dell’incidente: Le assicuro che anche senza le Sue nobili spiegazioni non sono mai stata in collera con Lei. VedendoLa precipitarmi addosso ho avuto solo un fremito, un sussulto, simile a quei piccoli e subitanei spaventi da niente, come quando una porta sbatte all’improvviso, o come quando si scorge un’ombra dal nulla. Paure da poco, miseri singhiozzi, che passano nell’arco di pochi istanti. Quando poi ho potuto mettere a fuoco la Sua figura, egregio Signore, ho capito subito che dietro quella linea retta e impassibile si nascondeva un’anima grande e pura, e pur nell’imbarazzo di quella singolare e inattesa posizione in cui siamo venuti a trovarci, ho provato uno strano senso di benessere nello starLe così vicina, occhi negli occhi.

Aggiungerò poi, altissimo Signore, che il racconto delle Sue sventure mi ha oltremodo scossa, commossa ed emozionata. Quanta vita nella Sua malinconia, quanta sincerità nel Suo dolore, quanta grandezza nei Suoi sentimenti!

Perdoni questo trasporto che forse Lei potrà giudicare eccessivo e poco confacente alle grazie di una Signorina, ma i Suoi racconti hanno illuminato la mia anima.

Non ho avuto, a differenza Sua, un parto complicato: fui generata da mani esperte che manipolando saggiamente carta resistente e di prima scelta mi diedero vita e forma. Come può vedere ho entrambe le gambe ma, come immaginerà anch’io, al par Suo, posso muovermi soltanto se adeguatamente manovrata dalle mani degli esseri umani. Il Suo destino è la malinconia e la diversità, il mio è una strana stazione di transito, una terra di nessuno. Chi mi ha creato ha scelto per me questa eterna posizione: le braccia protese in alto, la gamba sinistra dritta sulle punte, quella destra sollevata in uno slancio acrobatico, perfettamente parallela ai fianchi, ed entrambe pronte a chiudersi in piroetta. Una piroetta che non farò mai. Sono sempre in movimento, eppure sto sempre ferma: è buffo, non trova? O quantomeno singolare. Come vede, mio nobile Signore, anch’io ho le mie particolarità, non siamo così differenti in fondo.

Certo il mondo della carta è ben diverso da quello del piombo: Lei dice di non aver mai visto una Signorina, io ho condiviso invece giochi e avventure con altri Signori di carta. Ma Le assicuro che mai mi era capitato di incontrare qualcuno come Lei.

Non so se sono riuscita a esprimermi al meglio in questa breve lettera. Non so usare le parole in modo così meraviglioso come sa fare Lei. Per questo spesso preferisco ascoltare. Quindi se Le va, ogni volta che Le va o che ne sente il bisogno, la prego, mi scriva: mi racconti altre storie, e io sarò felicissima di ascoltarLa.

Perdoni la mia invadenza, forse inopportuna.

La ringrazio infinitamente per avermi scritto,

Sua devota,

Ballerina di Carta

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Eccellentissima Signorina,

so già che qualsiasi parola Le scriverò non riuscirà neppure minimamente a farLe arrivare le emozioni che ho provato nel ricevere la Sua lettera. Sappia soltanto che le Sue parole hanno fatto un bene immenso al mio povero cuore di piombo.

Per prima cosa, con un pizzico di vergogna, Le confiderò che la Sua è, in assoluto, la prima lettera che ricevo. Non sono nemmeno un regalo di natale, non ho il privilegio, a differenza di tanti nostri coinquilini, di esser stato richiesto con una letterina. Potrà quindi comprendere, osservandissima Signorina, l’emozione con cui ho scartato e letto e riletto la Sua missiva.

Proseguo col dirLe che Lei non è affatto invadente, Lei ha avuto il potere con poche, e forse inconsapevoli parole, di darmi gioia e allegra frenesia, come davvero non provavo da tempo, nonché di stimolare ulteriormente, se possibile, la mia già florida fantasia.

Fino a oggi ho sempre pensato che la cosa più penosa dell’esser di piombo, per di più con una gamba sola, fosse quella di non poter viaggiare. Deve sapere, mia serenissima Signorina, che prima di approdare in questa stanza io vivevo in un buio negozietto di cianfrusaglie e rarità, e che anni or sono fui acquistato dall’essere umano grande assieme a un vecchio atlante geografico pieno di illustrazioni. Non mi sentii umiliato del fatto di esser ritenuto un giocattolo di poco prezzo e da vendere a sconto, perché il giorno che l’essere umano grande mi comprò vissi la più bella avventura della mia vita. Dal portabagagli della macchina (e, badi bene Signorina, non un modellino, ma una macchina vera!!) dove l’essere umano grande mi caricò vidi cose incredibili e straordinarie che ancora oggi non riesco a dimenticare: le strade, quelle buffe strisce bianche per terra, gli strambi cartelli appesi ai pali, quelle strepitose colonnine a tre luci che gli uomini chiamano semafori, gli alberi enormi, le foglie per terra e, soprattutto, quel continuo e incessante via vai di umanoidi di ogni forma e grandezza impegnati nelle cose più disparate: vecchi umanoidi che tenevano per mano umanoidi minuscoli con enormi zaini sulle spalle, umanoidi maschi che baciavano appassionatamente umanoidi femmine, altri umanoidi che parlavano tra loro, altri ancora persi in chissà quali pensieri. Fu straordinario: ancora oggi mi chiedo come facessero, gli umanoidi, a ritenere tutto questo normale, pareva quasi che non facessero minimamente caso a quella festa di colori e rumori che gli danzava tutt’attorno.

Quello, stimatissima Signorina, fu l’unico viaggio della mia vita. Ad ogni modo seppi viaggiare con la fantasia, ad ogni modo: l’essere umano grande passava serate intere a spiegare con parole semplici ed efficaci il mondo all’essere umano piccolo dalle pagine di quel vecchio atlante. Sapesse, pregiatissima Signorina, quanti splendidi mondi ho saputo immaginare soltanto ascoltando quelle parole!

E a Lei, piace viaggiare?

Non sarebbe bello perdere ogni santo giorno della nostra vita a scoprire nuovi mondi?

Oh, Signorina, avevo così paura di sentirmi solo dopo l’incidente. Non riuscivo a figurarmi la vita senza i miei affezionatissimi e unici amici, il modellino giallo della Fiat 500 e il coccodrillo di gomma. Ma Lei, le Sue parole e la Sua stima, mi avete strappato all’abisso e donato nuova linfa.

È bello essere Suo spettatore privilegiato da quaggiù: mi piace soprattutto attendere le lievi folate di vento dalla finestra che Le scuotono le braccia. Sembra quasi, in quei momenti, che Lei riesca a volare.

La ringrazio ancora e d’ogni cosa,

Suo umilissimo,

Soldatino di Piombo

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Onestissimo Signore,

vorrei poterLe far sentire tutte le urla del mio piccolo cuore di carta! Sempre più gradite, infatti, mi risultano le Sue parole. Non sa che sussulto ho provato nel leggere quanto Lei ha scritto circa la bellezza del viaggiare e dello scoprire cose nuove ogni giorno.

Io amo moltissimo viaggiare, e ho avuto la fortuna e il privilegio, prima di trasferirmi in questa stanza, di farlo a lungo. A differenza Sua, non vivevo in un negozio, ma nella bancarella di un venditore ambulante che girava per mercatini, cambiandone uno ogni settimana. Così ho potuto vedere molti paesi, molti umanoidi: ho studiato le loro voci, i loro gesti, le loro espressioni. Era, non so come dire, come ubriacarsi bevendo mille differenti sensazioni ogni giorni. Le voci si accavallano, si confondevano…ma era bello perdersi in quel crogiuolo di rumori. Più degli umanoidi amavo però i monumenti e la natura: a volte, sulla bancarella, soffiavano aliti di vento leggeri leggeri che spingevano in alto la mia testa, e riuscivo a scorgere le punte delle vecchie chiese, le abbazie lontane lontane, i campanili. E poi il mare: sapesse, mio caro Signore, quant’è stato bello vedere il mare!

Sì, spettabilissimo Signore, sarebbe bello viaggiare ogni giorno e ogni giorno raccontare a tutti quanto visto e scoperto. Se fosse possibile, Le assicuro, sarei già pronta sull’uscio.

Grazie per avermi fatto ancora sognare con le Sue parole. Cosa devo sperare per incontrarLa ancora una volta e non soltanto scriverLe e vederLa da lontano? In un altro incidente?

Sua sensibilissima

Ballerina di Carta

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Nobilissima Signorina,

le Sue emozioni sono così vive che quasi riesco a immaginarmeLa quando, con occhi sognanti e cuore rapito, sospira guardando il mare. Io non l’ho mai visto purtroppo: lo immagino immenso, spaventoso e azzurrissimo. È vero che esistono pesci con denti affilati come sciabole? È vero che ci sono, a volte, onde così alte da inghiottire intere città?

Mia esemplare Signorina, perdoni l’ardire, ma più La leggo più mi convinco che il Nostro fortunoso incontro sia da sempre nei disegni del destino. Lei crede nel destino? Non sa davvero, Signorina mirabile, cosa darei per incontrarLa ancora: lo sogno e lo spero ogni istante.

Era tanto che la mia fantasia non galoppava così veloce e felice. E, Le ripeto, Lei in tutto questo ha ben più di un merito. Ho fantasticato molto su viaggi interminabili, su strade vergini e incontaminate da percorrere assieme a Lei. Non so perché, ma in queste fantasie La immagino sempre avvolta nella nebbia.

Suo affezionatissimo,

Soldatino di Piombo

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Eccellente Signore,

il mare l’ho veduto solo una volta ed era placido e tranquillo, un’infinita tavola azzurra priva di increspature. Non ho avuto il privilegio di vedere pesci e non so se a volte si alzino le onde gigantesche di cui parla. Ma la natura sa compiere i più mirabolanti, inattesi e spettacolari miracoli.

Non so dirLe nemmeno se credo nel destino: credo senz’altro che le anime riescano a chiamarsi, a incontrarsi, pur nell’inconsapevolezza, nei tempi e nei momenti più giusti e congeniali.

Anch’io Le devo molto, mio umanissimo Signore. La vita mi aveva inaridita, i rapporti mi avevano delusa, e grazie a Lei ho ritrovato un’antica scintilla, un vecchio brillio che credevo perduto per sempre.

Sa che fino a qualche tempo fa avevo un amore? Un altro ballerino di carta acquistato dall’essere umano grande pochi mesi dopo il mio arrivo qui. L’essere umano piccolo ci mise uno accanto all’altra, avvinti in un unico passo di danza che credevo eterno. Ahimè, così non è stato. D’improvviso lui se n’è andato e non so dove. Credo fosse stato scelto all’ultimo momento per qualche compleanno imprevisto. Quel che più di ogni altra cosa mi ha ferita è stato vederlo andar via sicuro e convinto, senza nemmeno un tentennamento, dopo tutto quello che c’era stato fra noi. E così ho imparato l’abbandono, ho imparato che le cose finiscono anche così, d’improvviso e senza apparenti perché.

Oh, mio affezionato Signore, scusi se L’invado con queste personali e tristi storie, ma sento che Lei più d’ogni altro può comprendermi.

La riverisco sentitamente,

Sua Ballerina di Carta

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Preziosissima Signorina,

non tema giammai alcuna invadenza, poiché l’ascolterei all’infinito. Spero davvero, come Lei dice, di essere in grado di capirLa. Perché vede, eccellente Signorina, io non solo non ho mai visto il mare, ma nemmeno so cosa sia l’amore. Di certo sono stato innamorato, ma solo nel buio dei miei pensieri e della mia solitudine. Non so cosa voglia dire condividere emozioni e batticuore, la vita non me lo ha concesso. E non credo sia per colpa della menomazione fisica che porto dalla nascita. È che sono di piombo. L’amore è leggero, vago e vitale; il piombo è goffo, pesante e sgraziato. Col piombo ci si fanno proiettili, supremi strumenti di morte.

Come posso essere adatto all’amore? Ho paura di far male, ferire, distruggere con la mia oscena pesantezza. Lei danza, mia carissima Signorina, è eternamente protesa in un volo leggiadro che fa sognare. Ma io? Io sono pesante e ingombrante. Chi potrebbe mai amarmi? Eppure, strano a dirsi, ho fame smisurata d’amore, di baci, di carezze, smisurata fame di cose che non conosco.

Certo nell’infinita immaginazione in cui sono solito rifugiarmi, vivo continuamente storie d’amore totali e travolgenti. Ma ben altra cosa, ahimè, è la vita.

Il mio corpo non fu fatto per essere amato. È uno scherzo tragico della natura, un disegno sghembo e malriuscito di chissà quale fato burlone. Tutt’al più può suscitare compassione e tenerezza. Oh, saggissima Signorina, perdoni l’immalinconimento. Seguiranno, Le prometto, storie più gaie e leggere.

Rispettosi saluti,

Suo Servitore,

Soldatino di Piombo

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Molto Egregia Signorina,

sappia La prego perdonare questa mia irrispettosa invadenza. Da un po’ di tempo non ricevo Sue lettere, ma non Le scrivo per questo: ricorda, nella prima lettera che Le spedii, scrissi che avrei saputo capire e rispettare ogni Suo silenzio. E non rimangio quanto detto. È che da un po’ di giorni mi pare di notare un lieve abbassamento delle sue braccia di carta, quasi in segno di dichiarata tristezza e malinconia.

Mi sono un po’ preoccupato per Lei, tutto qui.

La saluto e perdoni davvero l’intrusione. Spero di avere presto Sue notizie,

Suo Eterno Estimatore,

Soldatino di Piombo

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Mio Caro e Rispettosissimo Signore,

non temete d’essere invadente, né abbiate paura dei miei silenzi.

È un doppio filo ciò che m’avvince alle emozioni. Da una parte mi rapisce, dall’altra mi allontana. E quando mi trovo in questa terra di nessuno, preferisco il silenzio. Perché la paura mi vince, la paura di soffrire e far male mi vince e mi piega, capisce, mio caro Soldatino?

Lei, mio eletto Signore, è un’infinita emozione, disarmante e straziante. Lei parla di piombo, di pesantezza e della sua incapacità ad amare. Sappia allora che anche l’eterea leggerezza della carta non fu fatta per l’amore: vola, scappa via, non resiste ai più miseri aliti di vento. Per questo preferisco restare muta e alimentare il mio cuore di un unico attimo di beatitudine piuttosto che rischiare di fare male.

Il piombo può schiacciare, la carta invece ha angoli appuntiti. E graffia.

Sua Affezionatissima e comunque Vivissima,

Ballerina di Carta

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Oh, mia Stimatissima Signorina,

capisco e capisco ogni cosa. Soprattutto capisco, mia Egregia, come io finora non abbia davvero mai saputo cosa fosse la vita. Lei, nella Sua lettera potente e disperata, mi ha regalato parole che mai avevo udito, parole che mi hanno fatto capire che un corpo, qualsiasi corpo, anche un immobile ammasso di piombo come me, vive fin quando vi è qualcuno al mondo che sa emozionarsi della sua esistenza. E quel qualcuno è Lei, mia Struggente Ballerina, Lei che ha saputo dirmi e svelarmi come io possa essere “un’infinita emozione, disarmante e straziante”.

Oh, Signorina, Ballerina del mio cuore, resti nell’incanto del Suo silenzio, non si preoccupi di spiegarmi altro, poiché di nient’altro avrò bisogno: per vivere mi basteranno per sempre queste Sue eterne parole.

Suo per sempre,

Soldatino di Piombo

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Mia Eccellente Ballerina di Carta,

ma quanti, quanti battiti riesce a fare un cuore in un minuto?

Suo Soldatino di Piombo

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Mia Carissima Ballerina di Carta,

Lei brilla di luce propria, continuo ad osservarLa nel Suo eterno volteggio da questo privilegiato angolino di stanza dove il destino, settimane or sono, ha deciso di relegarmi. E che magnifico regalo mi è stato dato in sorte! Tremo, come scosso di febbre e delirio….ma questa è la felicità, felicità che mai avevo provato in tutta la mia misera esistenza.

Ballerina Mia, Regina Perpetua di questo cuore mio cuore di latta, sappia perdonare l’ardire, ma i battiti volano via veloci e salterini, e non trattengono le mie parole. È necessario allora che Le dica che io L’amo, Signorina, L’amo con tutto me stesso, L’amo e L’amerò per sempre,

Soldatino del Suo Cuore

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Mia Ballerina di Carta,

è passato molto tempo dalla mia ultima lettera.

Di Lei, ahimè, nessuna notizia, nemmeno una parola.

Sì, ha letto bene: ho scritto proprio “ahimè”, perché mi dispiace, perché tutto questo mi strugge. E non mi fraintenda, Signorina Carissima: il mio dispiacere e il mio struggimento nulla hanno a che vedere con Lei. Io non sono arrabbiato con Lei, io La capisco e La comprendo in pieno.

E questo, forse, è ancora più tremendo.

Vorrei forse avere, adesso, la forza della rabbia, il marcio del disprezzo, la smania immotivata di una vendetta assurda, le idiote recriminazioni degli amanti infelici. Sarebbero lacrime e sofferenze rauche e malsane, ma forse liberatorie e catartiche, nette e senz’altra soluzione possibile.

Ma il dolore di chi stride ma capisce, il dolore di chi soffre ma comprende, è di una cattiveria disumana, un inferno immeritato. Non trova? Le lacrime senza odio sono silenziose e struggenti, una lama perpetua, il suono ininterrotto di un cuore che si spezza.

Mi scusi, mi scusi mia Splendida Ballerina, perdoni queste mie parole: scrivo e già mi pento, parlo e già vorrei ammutolirmi. Forse Le spedirò questa lettera in una busta bianca su cui vergherò a grandi caratteri “La prego, non apra mai”.

E soprattutto, non ho iniziato a scriverLe per dirLe i tristi moti del mio cuore. Le ho scritto soltanto per salutarLa. Oggi, mia Meravigliosa Signorina, ho sentito gli esseri umani grandi parlare tra di loro: c’è aria di pulizia nella stanza, e non so se Lei ha vissuto abbastanza a contatto con gli umanoidi per comprendere il loro strano gergo, che spesso pronuncia parole intendendo tutt’altro. Ebbene, “pulizia” significa liberarsi di cose vecchie e ingombranti. Prendono quei contenitori bui che chiamano scatole e ci chiudono dentro tutto ciò che ritengono superfluo. A volte spediscono tutto nelle cantine, altre nei secchi della spazzatura. Non fa molta differenza: in un luogo o nell’altro è sempre buio.

Non voglio commiserarmi né voglio che sia Lei a farlo. Né, tantomeno, voglio eccedere in melodramma. Ma stavolta, ne sono certo, è arrivato il mio momento. Da troppo tempo nessuno gioca più con me, e da troppo tempo giaccio abbandonato a terra nel cantuccio che Lei ben conosce, senza che nessuno si periti di rimettermi a posto.

Credo ci sia poco da fare: è un momento che arriva tristemente per tutti, e anche per i soldatini di piombo. Non m’importa, non m’importa davvero: me ne vado col cuore colmo di vita, e tutto questo grazie a Lei, tutto questo grazie agli infiniti aliti di vita e di amore che ha saputo soffiarmi addosso, anche tra le pieghe dei Suoi silenzi.

Avrei ancora tanto da dirLe, ma la mia mano ha preso a tremare, per cui mi fermo qui.

Addio mia Ballerina,

Suo per sempre Innamoratissimo,

Soldatino di Piombo

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Mio Soldatino,

dove ti stanno portando? Soldatino dolce del mio cuore, ti arriveranno mai le mie lacrime, il mio dolore, il mio strazio?

Ti arriveranno mai queste parole che ti dicono che anch’io ti amo?

Dovunque tu sia ora, Soldatino mio, ti prego, sappi sempre che ti ho amato, e di un amore puro, perché di questo avevo bisogno e questo ti dovevo: un amore incontaminato, da non corrompere col veleno dello scorrere dei giorni, col veleno dei piccoli ricatti e delle insignificanti recriminazioni.

Ecco, tu sei stato questo, tu sei stato tutto senza essere niente. E io ti ho amato nei cieli infiniti fatti solo d’amore e aria pulita. E dei miei necessari silenzi.

Mi tocca questo rimpianto adesso, Soldatino mio. Perché adesso ti hanno portato via, perché adesso non sei più lì, nel tuo cantuccio fatato, e io non posso più vederti. E io non potrò vederti mai più.

Oh, ma che razza di vita è mai questa, dove non si ha tempo di innamorarsi, di viversi le proprie paure che già tutto finisce, che già tutto è finito?

Che la terra sia lieve amore mio: io sarò sempre lì, nella mia vita aerea, nel mio eterno accenno di volteggio che sarà per te e solo per te.

Ti amo,

tua per sempre,

Ballerina di Carta

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Mia Ballerina,

provo a scriverti quest’ultima volta, anche se questa scatola buia mi toglie la vista e anche se mi trovo schiacciato dal peso di venti libri che mi schianta il respiro.

Ti amo, e davvero non importa nient’altro. Anche se sto morendo continuerò a vivere, puoi contarci: vivrò in eterno in quell’attimo, in quel nostro incontro casuale e sbilenco che mi ha fatto scoprire i battiti del cuore, quelli veri. E continuerò a vivere perché so che anche tu mi ami, e non importa come.

Tu promettimi che vivrai, promettimi che ti alimenterai di vita e di emozione, che ti farai sorprendere dalla gioia, che saprai soffrire e sperare, che scenderai nelle risse dei sentimenti, che non rinuncerai alla polvere e alla terra delle emozioni.

Anche questa tua promessa, amore mio, mi terrà in vita.

Ecco, è finita, i libri mi schiacciano e il piombo si spezza. Oh, ti prego, dimmi che sei esistita, dimmi che sono esistito: dimmi che tutto questo è esistito e che da qualche parte continuerà a farlo. Dimmi che l’amore esiste, anche al di là degli ammassi di carta e piombo…

Riccardo Lestini (dicembre 2009)

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