Appunti per un film sull’esistenza di D10

Potrebbe essere l’inizio di un film di Pasolini. Esterno, giorno, Villa Fiorito: favela qualunque all’estrema periferia dell’Impero, polveroso campetto di terra sudori e miserie. Al centro dell’inquadratura un pischelluccio con occhi ridarelli e maglietta slabbrata palleggia, telecomanda all’infinito un pallone malconcio davanti agli occhi incantati dei suoi amici e a quelli increduli del reporter. Stacco in primo piano: adesso il pischelluccio guarda in macchina, si fa serio serio e dice di avere due sogni: il primo è giocare un campionato del mondo, il secondo è vincerlo. Claro que sì, verrebbe da rispondergli, sono i sogni di qualsiasi niño affamato di vita che trascorre i suoi giorni a rincorrere sfere rotolanti su asfalti macchiati d’olio e benzina. Solo che il niño che parla, che guarda in macchina e che prima telecomandava all’infinito un pallone malconcio, non è un pischelluccio qualunque. Si chiama Diego Armando Maradona, un nome che porta già addosso tutte le tortuose e ineluttabili vie del destino. Basta pronunciarlo: Maradona, dono del mare, che come il mare fluttua al solo suono, Ma-ra-do-na, quattro sillabe che di lì a pochi anni sarebbero diventate grido planetario, sommo godimento d’ogni calciofilo della terra. Di lì a pochi anni il pischelluccio sudicio di Villa Fiorito avrebbe cominciato a pestare l’erba di stadi stracolmi facendo cose che nessuno avrebbe mai creduto possibili. Almeno non qui, da noi, pianeta terra. Fu subito chiaro allora che gli dei avevano strappato Diego alla miseria donandogli una cascata di riccioli in fronte e due piedi con cui dispensare sogni e magie.
Eppure Maradona non era per tutti, non lo sarebbe stato mai. Sarebbe potuto essere puro lustro degli occhi, raffinato gingillo per domeniche di lusso, miracolo in carne e gol da tramutare in torrenziale poesia giornalistica del lunedì mattina. Ma per essere tutto questo, per essere solo tutto questo, occorrevano qualità ben precise: ci voleva l’altezzoso snobismo di Platini, lo sguardo malinconico di Van Basten, il libertinismo radical chic di Gullit, l’impressionante potenza teutonica di Matthaeus. Diego non aveva niente di tutto ciò, non ce l’avrebbe avuto mai, perché veniva da laggiù, dal fango e dalle baracche di Villa Fiorito, e ogni suo dribbling, ogni sua magia, ogni sua vittoria sulle più elementari leggi della fisica, avrebbe avuto il sapore maledetto delle pozzanghere di Buenos Aires, dell’acqua inquinata di qualsiasi barrio o basso del sud del mondo. Il calcio gli avrebbe rovesciato addosso miliardi, ma tutti quei soldi non sarebbero bastati a renderlo presentabile e accettabile agli occhi del bel mondo che conta. Il marchio della miseria cucito addosso, nonostante i gol e i trionfi, nonostante colpi di genio sbalorditivi che nessuno avrebbe mai più saputo ripetere, gli avrebbe negato per sempre qualsiasi dignità d’adulto, costringendolo a un ruolo di eterno e scandaloso ragazzo.
Mai stato capace di prendersi sul serio, affrontava finali e sfide decisive con l’incoscienza degli adolescenti al catechismo, sul campo materializzava l’impossibile con l’allegria e la prepotenza di un bulletto di tredici anni. Perpetuo ragazzo di vita, scugnizzo mai pentito, vantone rozzo e geniale, sborone e smargiasso come un vitellone da riviera, eroe di borgata improvvisamente asceso al cielo, metà santo e metà delinquente. Privo di buonsenso e moderazione, ignaro del più elementare politically correct, ogni sua dichiarazione alla stampa aveva l’effetto d’una devastante scossa tellurica. Tutto questo, e tantissimo altro, era Maradona. E il mondo adulto, serioso e composto, ottuso e ingessato nelle proprie immutabili leggi, non gli avrebbe mai perdonato quell’entusiasmo contagioso e quella debordante gioia plebea con cui giocava a calcio. Non gli avrebbe perdonato niente, soprattutto a lui, massima espressione della scienza calcistica d’ogni tempo e spazio.
Per questo Maradona non poteva essere per tutti e di tutti. Nelle grandi squadre, quelle che macinano miliardi e campioni da copertina ostentando buonsenso e ragionevolezza, quelle che vincono senza strepiti e senza deliri da psicosi collettiva, Maradona non avrebbe avuto senso. Lui per primo ne era consapevole, al punto da rifiutare, neanche ventenne, la corte e i milioni del River Plate, società ricchissima, quadrata e infarcita di fuoriclasse, preferendogli un Boca sull’orlo del fallimento e del collasso finanziario. Lo stadio della Bombonera, con gli spalti più ciarlieri, baracconi e casinisti d’Argentina, sarebbe stato il suo regno. Le squadre dei grandi invece gli avrebbero riservato soltanto tristezza, fallimenti, solitudine e sconfitte. Come il Barcellona e come l’Argentina del 1982 di Kempes, Passarella e Ardiles. Di squadre piene di talenti e destinate a vincere non sapeva che farsene. Diego aveva bisogno di situazioni limite, squadre claudicanti, abborracciate, cenciose e caciarone. Aveva bisogno, per vincere, di assaltare il cielo, di partire dall’abisso, lui che dall’abisso era stato generato. Aveva bisogno di Napoli, di quel mare, di quei vicoli, di quei colori, di quei tifosi pazzeschi e improponibili ma che gli somigliavano come nessun altro, nei cui occhi poteva specchiarsi e glorificarsi. Aveva bisogno di compagni anonimi da trasformare con la sua sola presenza in semidei, e vincere così dove nessuno aveva vinto mai. Fece vincere coppe e scudetti a Bruscolotti, Carannante, Renica, Volpecina, si circondò di altri ragazzi di vita come Giordano e Carnevale, rese campioni del mondo Pumpido, Brown e Burruchaga. Compagni da proteggere e da baciare sulla bocca, come Ciro Ferrara in lacrime dopo la vittoria della Coppa Uefa.
Le vittorie appunto. Maradona fu tollerato dal mondo dei grandi fin quando restò nella stanza dei bambini senza disturbare, dispensando puntuali genialità domenicali ma senza schiodarsi dalla metà della classifica. Il primo scudetto del Napoli fu uno sconquasso devastante agli equilibri immutabili del palazzo del calcio, la festa più lunga, sentita e pazzesca mai dedicata alla vittoria di un campionato. Quando orde di reietti si riversarono in strada reclamando fette di gloria e potere, il loro pittoresco re divenne inesorabilmente il nemico numero uno dei quartieri alti. Per forza allora Maradona non sarebbe mai potuto essere per tutti. L’urlo Diego Diego che ancora ci risuona nelle orecchie fu puro orgasmo plebeo, suprema rivincita di ogni desperado del mondo.
Glie l’avrebbero fatta pagare prima o poi, questa picaresca e inammissibile rivolta dei pezzenti. L’ora della vendetta scoccò nel momento in cui el pibe osò mandare a monte il business miliardario dell’Italia finalista in casa propria nei mondiali del 1990. Un destino sadico, che nemmeno il più fine autore di thriller avrebbe mai saputo immaginare, volle che il palcoscenico della semifinale Italia – Argentina fosse proprio Napoli, la sua Napoli. Lì, in quel San Paolo che era casa sua come nessun altro posto al mondo, Diego ebbe l’ardire di battere l’Italia e guadagnarsi la finale in una partita che solo lui avrebbe potuto vincere. Perché quell’Argentina era senza dubbio la peggior squadra che Maradona avesse mai avuto e quell’Italia una delle più forti di tutti i tempi. L’Italia perdeva così un mondiale che per le oscure leggi del potere avrebbe dovuto vincere per forza, e la colpa era sua, di Maradona, sua e di nessun altro. Aveva fatto leva a tutta forza sul populismo più sfrenato, si sarebbe detto, aveva plagiato i napoletani, si sarebbe scritto; li aveva truffaldinamente tirati dalla sua parte privando l’Italia dei suoi tifosi naturali. In realtà Dieguito aveva soltanto detto quel che aveva visto e vissuto in sei anni di campionato italiano: che Napoli era ai confini del mondo, che andare a giocare al nord voleva dire trovarsi in una terra straniera, con cartelli di benvenuto che recitavano a caratteri cubitali frasi come «Benvenuti in Italia, terroni…prima però, lavatevi». Aveva detto in sostanza che il belpaese si ricordava che Napoli faceva parte dello stato italiano solo quando gli faceva comodo.
Troppo davvero. Si scatenò allora lo spietato tiro al bersaglio sullo scugnizzo e su tutto quel che rappresentava. Il primo atto della vendetta si consumò all’istante, nella finale di quegli stessi mondiali contro la Germania. Votato al martirio come ogni divinità, Maradona offrì il suo corpo al massacro in maniera plateale, eccessiva, esagerata come l’intera sua esistenza. Quando gli italiani sommersero di fischi il suo inno nazionale lui rispose gridandogli hijos de puta in mondovisione, straziante e dolente come un Cristo ormai in croce. E nonostante il copione di quella partita fosse già stato scritto prima del fischio d’inizio, Diego non si rassegnò mai a recitarlo. A dieci minuti dalla fine, con mezza squadra infortunata, quattro squalificati e due espulsi, l’ormai ex pischelluccio era ancora in piedi, stoico e solitario, disperatamente aggrappato ad un eroico e miracoloso zero a zero. Ma la capitolazione era a un passo. Quando restavano da giocare poco meno di cinque minuti, l’arbitro Codesal fischiò il rigore più inesistente della storia del calcio a favore dei tedeschi. Del resto l’ordine perentorio era questo: abbattere l’Argentina a tutti i costi, abbattere Maradona e tutta la sua banda. Per farlo bastò un volo solitario di Voeller in area ad almeno mezzo metro dall’incolpevole e incredulo Sensini. Maradona la coppa non l’aveva perduta, glie l’avevano rubata, strappata dalle mani con un rigore inventato. Fu la fine. Poi vennero le lacrime disperate, potenti, torrenziali, anche queste gridate in mondovisione per denunciare il furto gigantesco appena subito e quella totale e lancinante solitudine che cominciava ad avvolgerlo.
Eppure nessuno alzò una voce contro quello scempio di partita, perché fa scandalo solo ciò che il potere vuole faccia scandalo. Il re era caduto, solo, defraudato, fatto a pezzi. La vendetta avrebbe potuto dirsi completa, ma era soltanto l’inizio. Dopo le lacrime gli toccò il ritorno nel campionato italiano, una terra adesso veramente straniera, e quel senso assurdo di totale appagamento che tutti, napoletani esclusi, provavano ad ogni sua sconfitta, ad ogni suo minimo passo falso. E, pour en finir, la squalifica. Che Maradona prendesse cocaina era da anni il segreto di Pulcinella, ma si decise di dare il tutto in pasto al mondo come ultimo atto della vendetta contro chi troppo aveva osato. La cocaina. Lui che aveva così bisogno di calore, di baci, di abbracci, di amore totale e incondizionato, di osanna continui e processioni festanti in suo nome, di essere il volto e il simbolo di una squadra, di una città, di una stessa condizione esistenziale, era anche disperatamente bisognoso d’oblio. Che Maradona fosse diventato il dio del pallone non grazie alla cocaina ma nonostante la cocaina fu detto dai più solo tanti, troppi anni dopo. All’epoca della squalifica, della gogna e del calvario, la cocaina fu il mezzo più perfido e ovvio per spiegare ogni suo colpo sovrumano, ogni suo incredibile successo. Quel ragazzetto con la faccia da schiaffi che all’inizio del film voleva solo giocare un mondiale e vincerlo, era diventato carne da macello, bersaglio annunciato e scontato d’una guerra feroce dove contava soltanto annientarlo con ogni mezzo possibile.
Ma l’eterno bambino che non poteva crescere conosceva le favelas, aveva fatto la fame, aveva avuto tetti inesistenti e pioggia dentro il letto: nessuno meglio di lui sapeva come venir fuori dal fango. A forza di scatti di reni poderosi e dolorosi il niño di Villa Fiorito si scrollò via di dosso tutta l’immondizia da cui era stato ricoperto. Tornò imperioso come l’eroe d’una favola d’altri tempi, esattamente nello stesso punto dove il sogno si era interrotto, di nuovo ai mondiali, di nuovo con la maglia della selecciòn addosso, di nuovo con il numero 10 cucito sulle spalle e la fascia di capitano al braccio, vessilli che solo lui aveva il diritto di indossare.
Rivederlo in campo ai mondiali americani del 1994 fu come assistere a un miracolo. Tre anni più vecchio, tre anni di scandali e attacchi d’ogni sorta addosso, ma ancora bellissimo, ancora invincibile, ancora capace di inventare l’impossibile e di dispensare magie e divertimento a tutto campo. Il gol contro la Grecia fu un canto elegiaco di straordinaria bellezza, un colpo perfetto scagliato al termine d’un pazzesco ping pong al limite dell’area, essenza spumeggiante della più autentica e incontenibile gioia del ritrovarsi il pallone tra i piedi, dell’essere lì, a correre in un rettangolo verde circondato da una folla in delirio. Eppure la fine era di nuovo lì, dietro l’angolo. Quel ritorno così grandioso e imponente, invece di essere salutato e celebrato come meritava, fu vissuto come un problema gigantesco, un enorme imbarazzo di cui liberarsi al più presto. Non erano stati sufficienti tre anni di calvario, di punizioni esemplari, di esilio forzato: Maradona non andava soltanto punito, andava eliminato, cancellato dalla storia. Ecco allora, nel bel mezzo del mondiale della sua rinascita, una nuova squalifica, violenta come un macigno, come un colpo al cuore. Una squalifica più terribile e devastante della prima, perché completamente assurda, sfacciatamente pilotata e, soprattutto, definitiva. A decretare la fine ultima del più grande calciatore di tutti i tempi non fu la cocaina, ma l’efedrina, una sostanza contenuta in una bibita energetica regolarmente in commercio: la Ripped Fuel. Fu allora finalmente chiaro come anche tre anni prima il problema non fosse la cocaina, ma Diego in quanto tale, il suo stesso essere, la sua irriducibilità a qualsiasi regola, il suo scandaloso e inaccettabile esistere. Il dorato governo del calcio, pianificatore e calcolatore fino all’ossessione, si scoprì impreparato al ritorno imperioso di chi, col pallone tra i piedi, calcoli e piani li aveva sempre stracciati a colpi di fantasia: come si poteva accettare la folle e spregiudicata genialità di Maradona in uno sport che si sbandierava ipocritamente sano e pulito a tutti i costi? Ci si sbarazzò allora di quel peso ingombrante nel modo più casuale, sbrigaticcio e grottesco possibile: l’efedrina.
Con la squalifica a Usa ’94 il sipario su Diego calciatore calò per sempre. Le brevi e sporadiche apparizioni sui campi da gioco che seguirono non furono altro che tristi e malinconiche passerelle, tardivi premi alla carriera più simili a epigrafi tombali che a veri riconoscimenti, scatti fotografici all’immagine di un dolore potente e incancellabile. Sbattere Maradona fuori dal calcio giocato non voleva dire soltanto sconfiggerlo, umiliarlo, farlo a pezzi. Voleva dire ucciderlo, perché Dieguito non era un giocatore di calcio, era il calcio. Era uno strano, inconcepibile, assurdo oggetto misterioso che, una volta messo dentro uno stadio, aveva il potere di diventare un tutt’uno con il pallone, indistinguibile dalla sfera, come uno di quegli straordinari musicisti di cui, durante il concerto, è impossibile tracciarne i confini con lo strumento. Creature sovrumane con addosso lo splendido e crudele destino di saper materializzare il magnifico ma di non poter esistere senza quel dono smisurato. Fuori dallo stadio, senza tacchetti sotto le scarpe, senza l’urlo assordante degli spalti, Maradona suona impossibile, impensabile, orrendamente mutilato. Una specie di straziante albatro baudelairiano la cui indecente bellezza può manifestarsi soltanto in cielo, ad ali spiegate. Privato per sempre del suo cielo, resta solo uno sgorbio goffo, ridicolo, inadatto al mondo, deriso e ingiuriato da tutti. E allora ecco Diego malato, perduto, autolesionista, suicida, Diego obeso, orrendo pupazzo di gomma, voce impastata e occhi liquidi, Diego cuore drogato, cuore infartato, cuore che ha corso e amato troppo.
Diego che infinite volte muore e infinite volte risorge, tra la panchina della Selecciòn e gli abbracci di Fidel, il deserto dorato di Dubai e il sudore dei pazzeschi bagni di folla a ogni ritorno a Napoli, i passi dell’ennesimo tango rock e le marce contro l’imperialismo yankee.
Diego che infinite volte muore e infinite volte risorge anche se stavolta pare che gli non sia riuscito l’ultimo maledetto dribbling. Anche se stavolta, Dieguito, hermano querido, pare sia davvero arrivato il tempo di rientrare negli spogliatoi e salutarti per sempre.
Eppure la strada dall’inferno di Villa Fiorito al cielo è lunga, lunghissima, troppo lunga davvero per non contemplare altri miracoli, per lasciare che il perpetuo e divino fanciullo muoia davvero.
E allora no, lui che è Maradona, dono del mare, niño affamato, scugnizzo impertinente, ribelle, rinnegato, cuore che ha corso e amato troppo, lui che è il mondo bambino prima di ogni cosa, lui che è la gioia e la purezza di ogni nostra infanzia, non è morto, è stata solo una caduta per un fallo da dietro, un lieve sbandare e impolverarsi la schiena prima di rialzarsi per l’ennesimo gol.
Solo un altro modo di essere eterno.
Semplicemente perché lui è dio senz’altro da aggiungere e dio non può morire. Perché solo dio ha cascate di riccioli in fronte e passi di tango nella corsa. Solo dio può provarci la sua esistenza materializzando davanti ai nostri occhi l’impossibile, come quel giorno ormai remoto a Città del Messico, quando il piccolo Diego, centosessantasei centimetri d’altezza e una caviglia mobile soltanto al settanta per cento, si caricò sulle spalle tutto il peso della storia, e in soli 44 passi, 12 tocchi e 14 secondi percorse 52 metri dribblando l’intera nazionale inglese e segnando la rete più bella della storia del calcio: un poema de gol.

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