Bruno Vespa e il figlio di Riina

Non amo il modo di fare giornalismo di Bruno Vespa. Anzi, lo detesto proprio. E nemmeno cordialmente.
Solo non capisco, sinceramente, gran parte della polemica attorno all’intervista – che andrà in onda questa sera su “Porta a Porta” – al figlio del super boss mafioso Totò Riina.
L’unico aspetto su cui sarebbe – anzi è – necessario fare chiarezza in merito, è se – e in che termini – vi sono accordi tra la Rai e la casa editrice del libro appena scritto dall’ospite di Vespa e se, eventualmente, la puntata rientra nell’ambito di uno spot promozionale (il che sarebbe, a prescindere, inaccettabile).

Per il resto, al di là del modus operandi del giornalista in questione, non capisco davvero dove sia il problema.
Anni fa Paolo Bonolis, sempre in RAI, intervistò il serial killer delle prostitute Donato Bilancia e nessuno, dalle stanze della politica, sollevò alcuna obiezione (forse perché le vittime erano prostitute?).
Da decenni – e in questo è stato maestro il grande Zavoli – si intervistano in specifici approfondimenti terroristi come Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, riconosciuti da tutti i gradi della giustizia italiana come gli esecutori materiali della strage di Bologna, oppure come Mario Moretti e Franco Bonisoli, tra i brigatisti materialmente responsabili della strage di via Fani e della detenzione di Aldo Moro.
L’informazione, da sempre, per esistere e per essere ritenuta tale ha avuto anche (soprattutto?) bisogno di portare alla luce la voce delle “parti avverse”.
Quindi ripeto: al di là del possibile scandalo “editoriale” e “promozionale” (comunque da accertare), cosa esattamente si contesta?

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