Il treno di Silvia

Silvia.

Non so perché, ma devi chiamarti Silvia.

Non so perché, ma sicuramente ti chiami Silvia.

E se ti chiami in un altro modo non importa, io ti chiamerò per sempre Silvia e per sempre ti terrò imprigionata con questo nome nella mia fantasia.

Francesco detesta partire la domenica, salutare amici e parenti a metà pomeriggio e salire sul treno delle diciotto e trenta per Firenze che non c’è mai posto nemmeno a pagarlo oro.

Poi un giorno è arrivata Silvia e il treno delle diciotto e trenta per Firenze è diventato il treno di Silvia, Silvia sola, Silvia con un’amica, Silvia che ci sono tutti i vagoni da percorrere per vedere se c’è anche stavolta.

Silvia legge un libro, scrive qualcosa su un quaderno con le pagine bianche, senza righe né quadretti proprio come piace a Francesco.

Silvia guarda fuori dal finestrino e chissà cosa pensa.

Francesco con due amiche per sopravvivere al viaggio parla e straparla, parla forte per farsi sentire da Silvia che siede lì accanto. Racconta dei suoi viaggi catastrofici in aereo, di mille peripezie, di valigie smarrite e finite per sbaglio a Stoccolma.

Racconta tutto e sicuramente inventa più di qualcosa, perché vuol far ridere tutti e vuol far ridere Silvia, perché una donna che ride di te con te e per te è sicuramente la cosa più bella del mondo.

E Silvia ride, si nasconde tra le pagine del libro ma ride e non si trattiene. E Silvia poi parla al cellulare e Francesco tende le orecchie per sentire com’è la sua voce, e dalla conversazione scopre che fa il primo anno di architettura e viene da qualche paesino dell’Umbria proprio come lui.

Firenze Campo Marte e le amiche di Francesco salutano e scendono. Restano soli, Francesco e Silvia, Silvia e Francesco, uno davanti all’altra in attesa del capolinea e forse lui le dirà qualcosa ma alla fine non dice niente, solo ciao.

Firenze Santa Maria Novella e lei che si allontana dal binario e sparisce chissà dove con il suo zaino i suoi libri e il suo quaderno, Firenze Santa Maria Novella e lui che la segue con lo sguardo fino a perderla e un po’ già si innamora, Firenze Santa Maria Novella e lei che è già Silvia, irrimediabilmente Silvia.

Francesco fuma sigarette a ripetizione per ingannare il tempo nella fila infinita del venerdì pomeriggio alla biglietteria automatica.

E all’improvviso Silvia, di nuovo Silvia cinque giorni dopo, lo stesso zaino e gli stessi capelli, la stessa espressione dolce e smarrita.

Silvia a qualche metro da lui si sbraccia e lo saluta. Lui l’aveva quasi dimenticata ma lei è ancora qui ed è ancora Silvia ed è sempre stazione.

Francesco risponde al saluto con la mano, non riesce ad abbandonare la fila e la guarda mentre s’incammina al treno per Foligno. Francesco pensa per un attimo che senso può avere adesso un eurostar, che senso può avere adesso Milano, che senso può avere qualsiasi cosa che non sia prendere il treno di Silvia.

Sull’eurostar che lo porta a Milano, lontano da tutti e lontanissimo da lei, Francesco si perde nelle reti del destino. Due volte Silvia in mezzo alla gente, in mezzo a troppa gente per essere un caso.

Pensa a cosa c’è da fare e a cosa è possibile fare.

Posso prendere da qualche parte gli orari dei corsi del primo anno di architettura.

Posso passare una giornata intera davanti alla facoltà e aspettare di vederla sbucare da qualche aula.

Posso far finta di niente, posso far finta che sia un caso e andarle incontro e dirle “tre volte in così pochi giorni…come minimo devo offrirti un caffè”.

Posso tornare in Umbria e aspettare il treno per Firenze dal suo stesso paesino.

Posso stare tutto il giorno a Santa Maria Novella e aspettare tutti i treni provenienti da Foligno.

Posso prendere dieci cento mille volte il treno di Silvia fino a incontrarla ancora in qualche vagone.

Silvia cammina a passo spedito e apre porte e percorre vagoni fino a imbattersi in Francesco che ancora è in piedi e ancora cerca posto.

E allora sì che è destino, pensa Francesco, sì che è destino e adesso rinuncio a tutto e m’innamoro.

Si salutano faccia a faccia e per forza dopo un ciao non sanno cosa dire. E Silvia diventa rossa e dice scusami, ma devo assolutamente andare in bagno.

Francesco ride e la lascia passare, ride e pensa ti aspetto, ride e pensa adesso cerco il tuo posto e mi siedo accanto. Ma quando trova il suo zaino vede tutti i posti attorno occupati. Non si dispera Francesco, si siede appena dietro ed è sicuro che lei tornerà dal bagno e cambierà posto per sedergli vicina.

Silvia torna e non batte ciglio. Silvia torna e si siede al suo posto e parla e ride e scherza con la sua vicina, che sicuramente è la sua migliore amica.

Francesco allora si arrende e sprofonda nel walkman sparandosi a tutto volume Vinicio Capossela nelle orecchie.

Francesco precipita nel quaderno e scrive senza sosta, è un fiume in piena e le idee gli esplodono addosso e scrivendo combatte il sonno ancora sbronzo del sabato mattina.

A Firenze Campo Marte alza gli occhi dal quaderno e osserva il via vai del treno che si svuota e si riempie, facce sconosciute e vite e gioie e disperazioni che s’incrociano e s’ignorano e non si riconoscono. E infine Silvia, di nuovo Silvia incredibilmente viva e reale, Silvia col fiatone che ha preso il treno di corsa e che si lascia cadere sfinita sul sedile davanti a lui, esattamente davanti a lui.

Francesco resta immobile e non la saluta perché lei non lo saluta.

Silvia forse è imbarazzata, Silvia forse l’ha dimenticato, Silvia forse non l’ha mai visto.

Smette di scrivere, al diavolo il romanzo e traccia scarabocchi e frasi senza senso a grandi lettere stampatello. S’illude di destare qualche interesse, chino e romantico su un quaderno spiegazzato e spera che lei gli chieda cosa stai facendo, cosa stai scrivendo.

A dividerli ci sono tre o quattro stazioni di differenza, Francesco scende prima e mormora di nuovo ciao, solo ciao, perennemente ciao e nient’altro.

San Frediano, vie strette, strettissime, traffico delle cinque, buio di gennaio e Francesco che cammina a caso e non si da pace.

San Frediano, botteghe aperte, facce straniere, rumore e odore dell’Arno, semafori e Silvia che frena davanti al rosso in scooter e casco grigio.

Francesco attraversa la strada e la vede ed è sempre e ancora lei, sempre e ancora Silvia. Anche Silvia lo vede, lo vede e lo riconosce, lo vede e lo guarda, non c’è dubbio che lo sta guardando.

Poi scatta il verde e Silvia sparisce in un vicolo che sicuramente non ha uscite, un vicolo dove sicuramente ha parcheggiato.

Francesco riattraversa la strada, quasi corre e s’infila nel vicolo per vederla, trovarla, parlarle.

Che io lo sapevo che eravamo destinati all’incontro, lo sapevo che eravamo destinati all’amore. Siamo destinati all’amore perché tu hai occhi enormi e dolcissimi, perché hai capelli scarmigliati e dappertutto, perché hai quaderni bianchi senza righe né quadretti, e poi hai vestiti e colori che mi fanno impazzire, hai gonne calze maglie e sciarpe che mi fanno morire. Hai tutto questo e chissà che altro, hai tutto questo e mi somigli per forza, hai tutto questo e devo amarti senz’altro. E adesso è inverno e fa freddo e la sera ci chiuderemo in qualche cinema minuscolo, avremo film da dividere e da guardare stretti stretti, usciremo e il freddo di gennaio non ci riguarderà perché staremo abbracciati, il freddo di gennaio non ci riguarderà perché ce ne andremo in qualche locale spartano a bere e a guardarci negli occhi, e finiremo birra e porto in poco pochissimo tempo tanta sarà la voglia di tornare a casa e fare l’amore. Ma poi verrà maggio e primavera e noi saremo cielo stellato e serate all’aperto, sonnacchiose mattine domenicali e passeggiate prima di cena.

Francesco ha il batticuore e gira l’angolo, ha il batticuore e s’infila nel vicolo. Ma Silvia non c’è, Silvia è sparita, Silvia forse non è mai esistita.

Silvia ritorna mesi dopo, quasi identica e sempre sullo stesso treno, il treno di Silvia.

Francesco la vede subito dal finestrino, prima di salire. La vede ed ha un leggero sussulto. Attraversa il vagone a testa bassa e si siede lontano, lontanissimo.

Si siede, sospira e pensa io non voglio più sapere la fine di niente, io non voglio più vedere la fine di niente. Io non voglio più conoscere nessuno, io non voglio vedere più nessuno sfiorirmi tra le braccia, io non voglio più attraversare cieli stellati e orchestre di violini e poi svegliarmi una mattina e sentirmi soffocare e non riconoscere più la donna che dorme nel mio letto da mesi, da anni e da una vita.

E allora Silvia lasciati amare così.

E allora Silvia lascia che io ti ami per sempre così.

E allora Silvia ti prego, resta Silvia, la mia Silvia e nient’altro.

Silvia.

Non so perché, ma devi chiamarti Silvia.

Non so perché, ma sicuramente ti chiami Silvia.

E se ti chiami in un altro modo non importa, io ti chiamerò per sempre Silvia e per sempre ti terrò imprigionata con questo nome nella mia fantasia.

Riccardo Lestini, dal romanzo “Amore e disamore”

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