Non andrà tutto bene. La scuola di classe e senza classe che non ha futuro

Torno a parlare dopo un lungo silenzio che mi sono imposto in tempi, diciamo così, non sospetti, ovvero più o meno a dicembre scorso, quando l’esasperazione per il “tuttologismo” estremo, per l’ossessivo e ossessionante “e allora”, per la spaventosamente diffusa violenza verbale, mi ha spinto a prendere una pausa dai dibattiti politici e dallo scrivere di attualità.
Poi è arrivata la pandemia, e con essa l’aumento esponenziale del tuttologismo e del cicaleccio aggressivo e selvaggio. E la mia pausa si è trasformata in condizione a tempo indeterminato.

Ma come ho creduto che il silenzio, in una situazione di così spaventosa emergenza, fosse l’atteggiamento più rispettoso, intelligente ed efficace, così oggi, nel momento in cui ci viene chiesto di “ripartire”, credo sia necessario, forse indispensabile, far sentire la propria voce.
Ovviamente non tanto per dire qualcosa, ma perché si ha qualcosa da dire, nei campi specifici delle proprie competenze. Perché oggi come mai abbiamo bisogno di fuggire dalle lauree all’università della vita, oggi come mai abbiamo bisogno di competenze.

Per questo, da insegnante, è di scuola che voglio parlare.
Con una premessa, forse ridondante ma necessaria. In questi due mesi ho rispettato alla lettera le disposizioni governative, ritenendole generalmente indispensabili per fronteggiare il momento, non cercando deroghe nemmeno quando ne avrei avuto bisogno e, soprattutto, diritto. E continuerò a farlo, anche e soprattutto adesso. Ma rispettare le regole, essere consapevoli di un’emergenza senza precedenti, stringersi attorno ai vertici dell’esecutivo in una simile difficoltà, non significa rinunciare alla propria coscienza, al diritto di critica, alla propria lucida capacità di evidenziare errori, storture, assurdità. Al contrario, sono e resto convinto che smettere di esercitare tali diritti significhi rinnegare l’essenza della democrazia, e quindi ferire ancora di più il paese e condannarci a un buio ancora più profondo.

Tra questi errori, tra queste storture, la scuola è senz’altro tra i più gravi e clamorosi.
Per l’ennesima volta abbiamo un esecutivo che, tanto nella normalità quanto nell’emergenza, si insedia sventolando la bandiera della scuola e dichiarandone la centralità assoluta. E per l’ennesima volta abbiamo un esecutivo drammaticamente e totalmente smentito dai fatti.
Forse, addirittura, in questo caso è successo anche di più, anche di peggio. Questo governo ha – giustamente, beninteso – chiuso la scuola, ma poi l’ha dimenticata. Completamente.
Dimenticata al punto che nel celebre discorso alla nazione sul 4 maggio, sulla famigerata “fase 2”, sulla ripartenza del paese, il premier Conte non l’ha nemmeno nominata.
Ma come può un paese – e dico un paese civile, che DEVE vedere nel percorso scolastico il cuore della formazione del cittadino democratico, dotato di autonomia critica e consapevolezza di individuo – pensare di ripartire dimenticandosi della scuola, senza nemmeno menzionarla? Come può un paese pensare di ripartire dimenticandosi l’esistenza di otto milioni tra bambini e ragazzi?

Non mi si fraintenda. Non mi aspettavo certo che Conte annunciasse la riapertura delle scuole né sono tra quelli che tale riapertura la invocavano e continuano a invocarla ancora oggi.
La maggior parte degli esponenti del partito della riapertura immediata, oltre che totalmente irresponsabili, hanno in cuore la scuola ancor meno di chi la dimentica: sono infatti per lo più quelli che “gli insegnanti hanno tre mesi di vacanza l’anno”, convinti che le scuole aperte servano solo come parcheggio di infanti, bambini e adolescenti in attesa che i genitori tornino dal lavoro.

Ma, fatta questa precisazione, la scuola non può essere lasciata in tale scandaloso abbandono.
Erano e sono urgenti e indispensabili delle risposte. Ne abbiamo bisogno e soprattutto diritto noi come docenti, noi come genitori e noi come cittadini. Soprattutto, ne hanno bisogno e diritto loro, loro bambini e loro ragazzi. Loro cui ogni giorno di scuola chiusa nel corso del quale non siamo in grado di dargli quelle risposte che i loro occhi spalancati, spaventati e stupefatti chiedono con ansia e fame sempre maggiori, gli togliamo non solo l’istruzione che gli spetta, ma il futuro.
L’emergenza, tanto i bambini quanto i ragazzi, l’hanno capita e l’hanno saputa sopportare. Spesso, quasi sempre, molto meglio e con molta più dignità di noi adulti. È il nostro silenzio su cosa c’è al di là dell’emergenza che non capiscono, che non accettano e che li fa soffrire.
Molto più di quanto possiamo pensare.

Tornando alla scuola materiale, in quel discorso al paese sulla Fase 2, non c’era bisogno di spiegare perché e per come la chiusura si sarebbe protratta fino a fine anno scolastico, così come non c’era bisogno di spiegarlo prima e così come non ci sarà oggi o nei giorni a venire. Basta la più elementare delle intelligenze a capirlo.
Occorreva però – diciamo pure era obbligatorio – spiegare il progetto da mettere a punto, la scuola non tanto di settembre, quanto del futuro da costruire sulle ceneri di questa crisi.
Perché questa emergenza senza precedenti ha portato alla luce tutti i mali più acuti e spinosi della scuola italiana, tutte le inadeguatezze, tutti i risultati fallimentari e scandalosi di trent’anni di tagli, di politiche, in materia di istruzione, a dir poco criminali. E di colpo tutti questi problemi annosi, fino a ieri noiosi ritornelli ripetuti da quei fancazzisti dei docenti capaci solo di scioperare, sono diventati “carne viva” sbattuta violentemente in faccia a tutti; e si è scoperto che la carenza cronica di personale docente non consente né consentirà una ripresa delle lezioni “a doppio turno”, che non consentirà di gestire adeguatamente recuperi (immediati, estivi o all’inizio dell’anno prossimo) per tutti quegli alunni svantaggiati che, loro malgrado, non hanno potuto usufruire appieno della Didattica a Distanza vedendosi così negato il loro diritto all’istruzione; che le cosiddette “classi pollaio” rendono impossibile una ripresa in sicurezza dell’attività didattica (oltre a essere deleterie a prescindere); che l’informatizzazione tanto sbandierata è la più colossale delle bufale su cui tutti, da destra a sinistra, si sono fatti belli, ma in realtà non è mai avvenuta (almeno per gli istituti più periferici e svantaggiati), e a dirlo è il numero impressionante di alunni mai raggiunti dalle lezioni on line o dalla fatica spaventosa che moltissimi istituti hanno fatto per predisporre l’attività a distanza; che l’autonomia scolastica tanto voluta e agognata non ha fatto altro che acuire le disparità tra centro e periferia, tra licei e professionali, tra istituti di serie A e istituti di serie B, tra alunni di serie A e alunni di serie B; che anche l’inclusione è una bufala e che il numero di studenti con handicap gravi totalmente tagliati fuori dalla Didattica a Distanza è a dir poco gigantesco; che sull’edilizia scolastica si è giocata una folle partita al risparmio creando le più vergognose delle fatiscenze, incapaci di garantire sicurezza in condizioni normali, figuriamoci nel bel mezzo di una pandemia.

Ma paradossalmente le crisi sono anche incredibili e spettacolari possibilità di chiudere i conti con un passato fallimentare e ripartire da zero nella più formidabile delle maniere, e perciò l’occasione di questo governo era davvero unica.
L’occasione di dare un senso a queste ceneri dicendo finalmente basta allo scempio della scuola pubblica. L’occasione di usare i finanziamenti già stanziati dello sblocca cantieri (utilizzabili immediatamente, senza deroghe o iter burocratici) per mettere già a settembre in sicurezza gli edifici, sanarne l’annosa fatiscenza, realizzare climatizzatori e impianti di areazione adeguati, potendo così creare, contemporaneamente, lavoro per le piccole e medie imprese del settore edilizio (e non solo). L’occasione di riformare finalmente e una volta per tutte il surreale sistema di reclutamento dei docenti, svuotare le mille graduatorie sovrapposte, sanare il precariato storico e, contemporaneamente, stilare un progetto di assunzione almeno per il prossimo decennio così da dare agli istituti un corpo docente finalmente non precario, stabile, motivato e aggiornato. L’occasione di equiparare finalmente gli asili nido al resto del percorso di formazione e istruzione, fare il più grande progetto per l’infanzia dal dopoguerra a oggi e dare un posto al nido a ogni bambino, in particolar modo nelle aree più svantaggiate; e non per dare alle mamme e ai papà un parcheggio dove piazzare il figlio, ma perché il nido, specie nelle aree di cui sopra, è il più grande investimento sul futuro che si possa fare, il più grande contrasto alla dispersione scolastica, la più grande scommessa su una società che trovi nell’istruzione il suo perno e il suo centro propulsore. L’occasione di mettere in campo strategie concrete e tangibili di recupero per tutti gli alunni più svantaggiati, per tutti quelli che hanno potuto usufruire meno – o affatto, della didattica on line; e metterle in campo da subito, usando – per queste e per gli interventi sugli asili – i fondi europei.
L’occasione di fare finalmente della scuola pubblica italiana ciò che dice e chiede la Costituzione.

Sarebbe bastato molto meno, anche un solo punto di quelli elencati e la parola “ripartenza” avrebbe avuto magicamente senso.
Ma neanche quel molto meno è arrivato, e mentre il paese è approdato alla “Fase 2” e per i settori industriali già si ragiona di fasi 3, 4 e 5, la scuola – testuali parole della task force di esperti del Ministero della Pubblica Istruzione – è ancora fermo allo studio dello “scenario 0”.
Il perché è tragicamente ovvio: non perché Azzolina (o chi l’ha preceduta o chi le seguirà) sia incapace, ma perché è il sistema stesso di cui tutti (dall’ultimo degli elettori al presidente del consiglio) siamo pedine più o meno consapevoli, che tutti più o meno consapevolmente contribuiamo ad alimentare, a fondarsi sulla logica “produci-consuma-crepa” e per questo a non sapere che farsene della scuola, luogo dove non si è né produttori né consumatori di alcun bene materiale e generatore di profitto, e perciò secondaria, trascurabile, inutile.
E la cosa peggiore è che da decenni ci convincono che tutto questo sia giusto e normale. E con questa pandemia – che come tutte le crisi tira fuori il meglio e il peggio dell’umanità – abbiamo raggiunto probabilmente l’apice di quest’opera di convincimento.

Ci siamo lasciati ammaestrare così bene da scambiare la sacrosanta solidarietà verso chi ha responsabilità istituzionali in questo momento così delicato con il servilismo più abietto e genuflesso. Così bene da vedere nel singolo runner untore il grande traditore, il responsabile ultimo e unico di una pandemia globale, da scaricare su di lui tutta la rabbia e dimenticare totalmente le enormi responsabilità di chi da decenni governa questo Stato e questo pianeta decidendo scientificamente e continuamente i tagli all’istruzione e alla sanità ovviamente (l’eliminazione dei presidi ospedalieri, dei posti letto, delle terapie intensive, il taglio del personale medico e infermieristico… ).
Il tutto in nome di un mondo dove non esistono anime da proteggere, menti da formare, eccellenze da coltivare, ma soltanto corpi che o si ammalano o producono, che se si ammalano non producono, se non si ammalano devono produrre e se non producono possono anche ammalarsi (e morire).
Il tutto in nome del più selvaggio neoliberismo capitalista.

Non smetterò mai di dirlo: questo allarme fu lanciato vent’anni fa.
Lo avevamo detto – noi ventenni di allora – a chiare, chiarissime lettere: questo modello disumano di globalizzazione, regolato dalla sola legge del mercato e del profitto, illudendoci col miraggio di un benessere inesistente, ci avrebbe avvelenati, resi incerti e precari a tempo indeterminato, ci avrebbe sottratto il diritto alla salute creando i presupposti per farci mettere in ginocchio da una crisi sanitaria come questa, ci avrebbe tolto il diritto all’istruzione negandoci il futuro.
Non ci ascoltarono.
Anzi, ci ascoltarono, ma la risposta furono i colpi dei manganelli.
Ma noi non siamo meno responsabili. Abbiamo abdicato quasi subito, siamo rifluiti nel silenzio, abbiamo lasciato noi stessi e gli altri a sopravvivere. E abbiamo costruito anche noi la nostra parte di mondo senza futuro.

I bambini e i ragazzi, i nostri bambini e i nostri ragazzi, questo scempio, questo continuo e sconsiderato furto di futuro non ce lo perdoneranno.
O meglio, spero che non ce lo perdonino.
Che non accettino questa specie di mondo che gli stiamo lasciando in eredità, che in qualche modo insorgano, pacifici e rabbiosi al tempo stesso, con quella forza e quel coraggio che noi abbiamo dimostrato di non avere.
E che, con quelli, finalmente costruiscano una scuola (e una società) degne di essere chiamate tali.

Riccardo Lestini