Come una specie di sorriso

Della vita di Fabrizio De André sappiamo tutto. Forse anche troppo.

L’esistenza dell’artista, il suo privato, dalla frequentazione della Genova malfamata ai contrasti familiari, dagli amori al drammatico sequestro in Gallura, continuano a essere scandagliati e sezionati, non senza quelle punte di morboso purtroppo tanto in voga di questi tempi.

Parimenti si susseguono dal giorno della sua scomparsa tributi, celebrazioni e riconoscimenti. Certo dovuti, vista la grandezza dell’artista, ma che rischiano di spostare continuamente l’attenzione su un piano quasi agiografico, di pura adorazione. Col rischio di restituirci tanto mito e poco artista, tanto personaggio e poca persona.

Quello che manca è proprio un approccio diretto alle opere, tanto alle parole quanto alla musica, alle metodologie di lavoro, alla sua evoluzione e ai ai rapporti con il contesto storico e sociale in cui tutto ciò avvenne.

Più semplicemente, manca lo studio vero, critico e realistico, libero sia da fastidiosi preconcetti che da facili idolatrie.

Non si tratta di discutere ancora – e inutilmente – se la canzone d’autore possa o non possa essere considerata una forma di poesia e quindi di letteratura. È un dibattito che se in generale è quasi sempre trito e pretestuoso, nel caso specifico di De André diventa completamente assurdo e fuori luogo.

C’è in tutta la sua produzione una complessità, una serie di rimandi, citazioni e suggestioni (caso unico nel panorama musicale italiano, e non solo) da giustificare la necessità di uno studio serio e approfondito (al pari, tanto per capirci, di quelli che siamo soliti affrontare quando si parla di Pascoli o Montale) indipendentemente dalla definizione che vogliamo darne.

Che De André debba essere considerato un poeta o un cantautore è assolutamente superfluo. È stato un artista, tra i più grandi, influenti e importanti del nostro novecento.

E come tale deve essere trattato.

Edgar Lee Masters, François Villon, Georges Brassens, Gabriel Garcia Marquez, Jacques Prèvert, Cecco Angiolieri, Alvaro Mutis, Umberto Saba. E ancora Riccardo Mannerini, Nicola Piovani, Massimo Bubola, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, la Premiata Forneria Marconi.

Sono solo alcuni delle illustri fonti di ispirazione e degli illustri collaboratori che hanno costellato la sua carriera. Se è vero che l’artista mediocre copia mentre il genio ruba, allora possiamo tranquillamente affermare come da ognuno di loro (e da molti altri) De André abbia rubato echi, frammenti d’anima e scampoli di stile con l’umiltà artigianale di chi ha fatto dell’ascolto e del confronto il perno centrale della sua arte.

Perché questo è l’arte e questo è De André: una contaminazione continua e incessante reinterpretata in maniera originalissima e inimitabile.

Quello che proveremo a fare in queste pagine è una sorta di viaggio, in ordine cronologico, album dopo album, nell’universo creativo del grande artista genovese.

Per guardare in faccia parole e musica e nient’altro.

Ovviamente cominciando dall’inizio.