Bohème

Ho scritto queste poesie tra i sedici e i diciotto anni. Oggi ne ho ventiquattro, e guardo questi versi come si guarda un bel ricordo, le fotografie del liceo sparse nei cassetti o i filmini delle feste dell’ultimo dell’anno. E il risultato è il medesimo: mi inteneriscono, mi commuovono e mi fanno male al tempo stesso. Nei sei-otto anni che separano oggi dalle poesie io sono cambiato, e di conseguenza è cambiato il mio modo di scrivere; qui ci sono cose che mi appartengono, ma che non potrei mai più scrivere. Perché pubblicarle allora? Anzitutto per consacrarle, per dargli quella dignità che in silenzio gli ho sempre riconosciuto, per vestirle bene dopo averle tenute avvolte per anni negli stracci dei fogli A4 della stampante o della macchina da scrivere, macchiati di correzioni e ripensamenti. E voglio pubblicarle per liberarmi: considero ogni composizione conseguenza della precedente e anticamera della successiva, anche se lo stile cambia e matura fino a rendersi irriconoscibile. Senza questi versi non esisterebbero le cose che scrivo adesso, ma solo “incatenandole” in un libro sento di poter andare avanti liberamente.

Ho voluto chiamare questa raccolta Bohème perché le poesie che la compongono sono in un certo senso figlie di una “folgorazione”, della scoperta, avvenuta in modo assolutamente naturale ed eccezionale al tempo stesso, della poesia di Kerouac, Ginsberg, Baudelaire e, in particolar modo, di Rimbaud, di cui ho voluto riportare una poesia all’inizio della silloge.

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