21 maggio 2019 – “Il Piccolo Principe è morto”, Istituto Pacinotti, Pescia (PT)

Un giorno importante, importantissimo.
IL PICCOLO PRINCIPE È MORTO arriva a scuola, tra i banchi e soprattutto tra i ragazzi.
Il romanzo, finalmente, diventa un momento di riflessione per ragazzi che hanno la stessa età dei protagonisti, vivono le stesse ingiustizie adolescenziali, gli stessi drammi, le stesse frustrazioni.
E su amore, abbandono e tossicodipendenza hanno sicuramente da dire qualcosa in più – e di più interessante – rispetto a noi adulti.

Questa è la prima tappa di un progetto ambizioso – portare il romanzo a scuola – che speriamo prenda corpo e si allarghi quanto più possibile a ogni angolo d’Italia.
Nella speranza che questo romanzetto possa diventare, per i nostri ragazzi, qualcosa di veramente importante.

Il fatto che poi tutto questo parta non da una scuola qualsiasi, ma dall’istituto Pacinotti di Pescia (PT), la scuola dove sono entrato di ruolo, che ancora rimpiango e che è molto più che casa mia e molto più che un luogo dell’anima, rende il tutto ancora più emozionante.

Che il cuore inizi a battere.
E le gambe a tremare…

PERCHE’ I RAGAZZI VEDONO OLTRE

Istituto Professionale “Pacinotti”, Pescia, provincia di Pistoia, estrema periferia dell’impero.
Una di quelle scuole dove niente è facile. E che conosco bene, benissimo, visto che lì, proprio lì, sono diventato insegnante di ruolo, trascorrendovi due anni molto più che intensi.
Una di quelle scuole dove niente è facile ma dove, una volta capita e trovata la chiave, tutto è vero, vivido, potente, emozionante.
Magico.

È metà mattina quando torno in questa landa, con questo maggio strambo e autunnale ad appiattire la luce, a schiacciare il cielo e a rendere ancora più pasoliniano lo scenario della stazione.
Mi manca, dio se mi manca questa terra di nessuno dove, per due anni, ogni giorno ha saputo essere speciale.
La collega che mi accoglie e mi abbraccia appena arrivo a scuola nemmeno mi chiede se sono emozionato. Lo afferma, perché lo sa, lo sente. Qui dentro, tra colleghi, si va molto oltre il concetto di squadra, si condividono anime, ci si legge dentro. E gli anni non fanno dimenticare la grafia emotiva dell’altro.

Non torno da insegnante.
Oggi torno qui, a Pescia, in veste di scrittore, a presentare il mio romanzo “Il Piccolo Principe è morto”.
Questo libriccino che da mesi sta egemonizzando la mia vita mietendo successi inattesi a ripetizione, oggi arriva a una specie di prova del fuoco. Le scuole, i ragazzi. Perché hai voglia a catalogarlo nel genere “youngadult”. Ancora in una scuola non ci avevamo mai messo piede, una platea di ragazzi non l’avevamo mai incontrata.
E l’editore in primis, ma anche io, ci teniamo da morire, a che il mondo della scuola si accorga del nostro libro.

Così, in barba alle quindici e passa presentazioni che mi avrebbero dovuto rendere scafato e impavido, mi tremano le gambe.
E no, non è solo il primo appuntamento con le scolaresche. È che tutto avvenga qui, a Pescia, al Pacinotti, a questa casa che non smetterò mai di rimpiangere. Ché casa, si dice, è dove batte il cuore, e il mio sobbalza paurosamente.

Quando arrivo in aula magna, sono già in mille pezzi, tra ricordi, abbracci vertiginosi, profumi e sapori.
Guardo Cristina, Eva&Eva, Annachiara, Silvia, Angela… le mie colleghe adorate, le mie splendide amiche. Come ritrovarsi senza essersi mai perduti.

Per l’incontro aspetto quattro prime, un centinaio di 14-15enni.
Ma, d’improvviso e d’incanto, a precederli, ecco il colpo di grazia.
Arrivano loro, proprio loro. I miei ragazzi, lasciati alla fine della seconda e ora a un passo dalla maturità.
Grandi, alti, uomini.
Splendidi.
Mi circondano, mi abbracciano. Non erano tenuti a venire, hanno scelto di farlo. “Avevamo voglia di una sua lezione”, mi dicono mentre si siedono in prima fila.
E ovviamente dentro di me è il delirio. Vorrei piangere, urlare…
Di sicuro in pochi istanti tutto quanto – la mia professione, la mia stessa vita – trova senso. Un senso pieno, compiuto, altissimo e definitivo.

Poi arrivano le prime e in un attimo l’aula magna si riempie. Esco dalla mia tempesta di emozioni e torno a pensare al libro, all’incontro.
Guardo la platea.
Anche se non li ho mai visti, da insegnante li conosco. Penso che sarà terribilmente difficile tenere la loro attenzione per un’ora in un contesto simile.
La sindrome del supplente al primo incarico mi assale di colpo. Ho paura che tutto finisca in un delirio ingestibile.
Ma è solo un attimo.
Prendo fiato e comincio.
E gli racconto perché ho scritto questo romanzo, perché gli anni 80, perché Perugia, perché l’eroina. Racconto cosa è stata la mia adolescenza, il mio quartiere, cos’era la droga per me, per noi.
Sono ferocemente sincero e gli parlo del vuoto, della banalità della noia e di strade sempre uguali che non portano da nessuna parte. Racconto del perché non mi sono mai fatto e perché tanti amici miei sono caduti. Parlo dei tanti che non ci sono più e di quelli che ne sono usciti.
Loro stanno in silenzio.
Ed è un silenzio speciale, quel silenzio in cui i ragazzi sprofondano quando qualcosa li prende.
Parlo ancora. Spiego la trama del romanzo.
Poi leggo un passo dedicato a un’overdose. E mentre leggo il silenzio è teso, irreale.
Poi l’applauso. Pieno, potente, convinto.

Quello che poi i ragazzi mi vengono a dire, è la conferma definitiva.
Sento che lì, in quell’aula magna, in quell’oretta di chiacchiera, qualcosa è cambiato.
In me e nel mio libro. Sento che per una volta le etichette non sono così superficiali, che la definizione youngadult ha un senso.
Che questo romanzo appartiene a loro, ai ragazzi, più che a chiunque altro.
Che il ragazzo che ero ieri lo ha scritto per ragazzi che sono oggi.
Che farò di tutto per portare questa storia nelle scuola.

Che i ragazzi, come sempre, vedono oltre.
E sanno senza saperlo che l’essenziale è invisibile agli occhi.

Grazie.
Sono andato via dicendovi siete speciali. E più ci penso più mi convinco che sono sfacciatamente fortunato a fare questo lavoro.
E che la mia vita è straordinariamente piena anche grazie a voi.