Un libro da leggere assolutamente: In un elaborato impeto d’ira, di Francesco “Fry” Moneti

Dici “Moneti” e ti viene subito in mente quel violino che da trent’anni marchia a fuoco il grandioso e indemoniato folk rock dei Modena City Ramblers, le sue splendide e immancabili “incursioni” durante i live scatenati e sudaticci (che se non esiste primo maggio senza Bella Ciao dei Ramblers, non esiste nemmeno un concerto dei Modena senza le incursioni del Moneti).

Ti viene in mente un polistrumentista mostruoso, che oltre ai Modena (e alla Casa del Vento e a un numero incalcolabile di progetti ideati dal suo genio vulcanico), negli anni ha impreziosito i dischi dei migliori gruppi e solisti prestandogli la sua arte funambolica e sopraffina. E nella rara ipotesi non lo conoscessi e ti capitasse di sentirlo, sicuramente diresti “cazzo come suona quello che sembra Brian May” (almeno questo fu il mio commento la prima volta che lo vidi sopra un palco, a metà anni novanta, dentro il circo di Paolo Rossi).

Ti viene in mente, in sostanza, la quintessenza della musica. Perché Francesco Moneti è uno di quegli artisti sublimi che non sono concepibili senza il loro strumento, quasi fosse un prolungamento del corpo che rende complicato capire dove finisca l’uomo e cominci il violino (o la chitarra o qualsiasi altra cosa abbia impugnato e suonato negli anni).

Quasi impossibile perciò pensarlo altrove, fuori da questa dimensione.

Ma il miracolo che, alle volte, riesce agli artisti, è proprio questo: spiazzarti e sorprenderti.

E Francesco ci ha spiazzati e sorpresi posando per una volta gli strumenti e imbracciando la penna. Regalandoci “In un elaborato impeto d’ira”, un bellissimo romanzo che ci svela un talento di scrittore di razza e ci fa venire voglia, a lettura appena ultimata, che ne scriva subito un altro.

È la torrida estate del 1995 e Vinnie Brody, al secolo Vincenzo Brodo – ex chitarrista di una pop band meteora degli sfavillanti e miserabili anni ottanta, da tempo reinventatosi come turnista – cerca se stesso tra slanci (pochi) e indolenze (molte), tra avventure eroicomiche e drammatici scoramenti, tra miserie artistiche e umane e improvvise illuminazioni.

In tempi in cui l’editoria naufraga e sbanda in balia di romanzacci improvvisati che si scrivono per la pura smania di dire qualcosa, la scrittura di Moneti ha anzitutto il pregio di esistere perché ha qualcosa da dire. Un romanzo sincero e appassionato che racconta un mondo, un microcosmo – il sottobosco musicale e artistico degli anni 90 – che l’autore conosce alla perfezione, ma senza cadere nella trappola di quegli autobiografismi esasperati e incapaci di procedere oltre il proprio ombelico. Al contrario la storia di Moneti, mettendo in pratica il celebre adagio di Tolstoj – parla del tuo piccolo e sperduto villaggio e avrai parlato del mondo intero – allarga il suo apparente minimalismo fino a farsi sia affresco di un’epoca (i novanta, anni inquieti e disperati, dove in un’Italia scossa, misera e ancora ingenua, stritolata tra lo tsunami della prima repubblica e l’uragano della globalizzazione, seppero comunque fiorire genialità e talenti a iosa), sia apologo esistenziale sulla perenne ricerca di sé e della propria dimensione più autentica.

Il tutto sorretto da una scrittura dannatamente ispirata, rapida e scorrevole come l’acqua di un torrente di montagna, che si inerpica e zigzaga felicemente in un caleidoscopio di registri ed emozioni.

Un romanzo di formazione e sentimenti che gronda ironia (non generalmente toscana ma specificatamente aretina, sottigliezze che da queste parti, in Etruria, cogliamo al volo e fanno la differenza) e tocca le più profonde corde dell’anima in egual misura. Caustico e commovente al tempo stesso.

Ultima nota, obbligatoria: senza ovviamente spoilerare nulla, il finale – non generalmente come va a finire, ma specificatamente le ultime righe – è un colpo di scena inatteso che squarcia, innamora e commuove.

Da leggere e rileggere.

Lo trovate in libreria e negli store on line.

E ovviamente anche ai concerti.

Fatevi questo regalo. Anche questa è musica. Quella dell’anima.

R.L.

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