Scuola e Green Pass

Sulla questione Green Pass e riapertura delle scuole in sicurezza, molte cose non tornano.
A fronte di un personale scolastico – docente e non – già vaccinato in una misura che a livello nazionale supera l’80% (ma in alcune regioni siamo abbondantemente oltre il 90%), non si capisce quale impatto decisivo – sulla indispensabile riapertura in sicurezza che possa finalmente spedire la DAD in soffitta – possa avere la vaccinazione di un numero così esiguo di ATA e insegnanti.
Specie a fronte del fatto che in questo computo non viene preso affatto in considerazione che il 90% dei fruitori degli ambienti scolastici, ovvero gli studenti, in larga misura non sono vaccinati.
Il che va a riproporre, tale e quale, in merito a classi e docenti in quarantena e conseguenti continui ricorsi alla DAD, lo scenario della primavera scorsa.
Risulta quindi difficile – molto difficile – comprendere la logica della campagna mediatica di questi ultimi giorni, dove l’obbligatorietà del vaccino per i docenti viene presentata come l’unica condizione indispensabile affinché la scuola possa riconquistare l’agognata normalità.
Con un messaggio di fondo alle famiglie inequivocabile: se a metà settembre non potremo garantire la riapertura in sicurezza, la colpa è dei docenti.
Non è una grande novità. Anche un anno fa, di questi tempi, fu lanciata una campagna analoga con i test sierologici, e buona parte del mese di agosto fu spesa a parlare del fatto che i docenti irresponsabili non avevano alcuna intenzione di farli (quando in realtà i ritardi in merito, nella stragrande maggioranza dei casi, dipendevano dalla mancanza di kit per eseguirli nelle strutture preposte).
Adesso però, parlando non di sierologici (sulla cui utilità effettiva in termini di contenimento della pandemia nessuno ha mai creduto) ma di vaccini, la questione è molto più seria.
Talmente seria che il corpo docente da sei mesi – e non da sei giorni al solo scopo di assicurarsi il diritto ad andare al cinema o al ristorante – sta rispondendo in massa alla campagna vaccinale.
Questo assurdo, ingiustificato e violento scaricare ogni responsabilità sui docenti agli occhi dell’opinione pubblica, risponde quindi a una sola necessità, anzi due:
1) gettare fumo negli occhi per nascondere il fatto che, al di là dei proclami sulla centralità della scuola, il governo (come ogni esecutivo da trent’anni a questa parte) non ha alcuna intenzione di investire alcunché in materia di istruzione pubblica;
2) gettare sempre fumo negli occhi per nascondere la totale incapacità del Ministero che, in oltre diciotto mesi di pandemia (e di DAD), non è stato in grado di applicare UNA delle misure realmente necessarie (ovvero, tanto per dirne alcune: interventi sull’edilizia scolastica, aumento degli spazi, abolizione delle classi pollaio, implemento del personale docente, screening settimanali per docenti e studenti con tamponi rapidi e gratuiti… )
La tragedia è che tra poco più di un mese la scuola ricomincerà e di nuovo sarà totalmente impreparata a fronteggiare l’emergenza, con dirigenti e docenti abbandonati al loro destino, costretti a tappare buchi e improvvisare tra decreti ambigui e indicazioni o affatto chiare o direttamente inesistenti (si pensi, ad esempio, che nella stessa Toscana a seconda della provincia cambiano le disposizioni per le quarantene: a Pistoia e a Lucca i docenti non sono ritenuti contatti stretti dei propri studenti positivi, a Firenze e Arezzo sì… ).
Ma nessuno sembra preoccuparsene. Perché non interessa la soluzione del problema, l’importante è avere un colpevole da lapidare.
Tra l’altro, so già che aver detto e scritto queste cose mi rovescerà addosso chissà quali polemiche. Probabilmente qualcuno mi dirà che sono contro il Green Pass, addirittura contro i vaccini.
No, niente di tutto questo. Io la prima dose di vaccino l’ho fatta il 14 febbraio (e la campagna vaccinale per docenti in Toscana è stata aperta il 10), solo che stiamo parlando di una misura, il Green Pass, complessa e articolata, elaborata in un tempo talmente breve da contenere per forza falle, contraddizioni e necessità di aggiustamenti in corso d’opera.
Non si può chiedere o pretendere di essere pro o contro come se si dovesse scegliere tra la Lazio e la Roma. L’intelligenza, lo spirito critico e la reale intenzione di analizzare la realtà, ci imporrebbero distinguo, considerazioni e conclusioni tutt’altro che univoche.
Ma questa mia risposta preventiva alle critiche, queste mie precisazioni, sono probabilmente inutili. Allo stato attuale delle cose lo spazio naturale del dubbio, della discussione e del ragionamento, è stato completamente fagocitato e annullato.
E ai cittadini non si chiede più di discutere, ma di scegliere una delle due curve e mettersi a tifare.
E qualcuno mi chiede perché tra quattro giorni chiuderò il blog?

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