Della colpa e del linciaggio

Il parroco di un piccolo paese vicino a quello in cui sono nato, al lago Trasimeno, è stato arrestato per pedofilia e prostituzione minorile.
La piccola comunità e quelle limitrofe sono, come è ovvio e comprensibile, molto scosse dall’accaduto.
Lasciando però stare la dimensione paesana dello scandalo, l’episodio è – e sarà – il pretesto per riproporre questioni annose come il rapporto tra istituzioni ecclesiastiche e moralità. In particolare, ovviamente, moralità sessuale.
In merito, ecco le mie considerazioni.
In ordine più o meno sparso:
1. Detesto i linciaggi. Sia quando il linciato è a mio avviso innocente sia quando lo ritengo colpevole. Non ho nessuna pietra da scagliare contro il parroco accusato. Le prove contro di lui sono tali e tante da avergli aperto le porte della galera. Ora la giustizia si occuperà di lui, ci sarà un processo e lui avrà il diritto di difendersi.
La mia opinione sull’uomo è pessima ma, ripeto, questo non mi porta a urlare insulti o desiderare il suo dolore. È nelle mani della legge e questo mi basta.
È la mia idea di giustizia. Nemmeno troppo originale a dire il vero. L’ho copiata da Beccaria e dall’illuminismo. Roba di 250 anni fa…
2. I commenti arrabbiati e furiosi di chi si scaglia contro il parroco e contro la chiesa in genere per “predicare bene e razzolare male” non li biasimo. Li comprendo e li condivido pure.
Però fondamentalmente – e soprattutto razionalmente – la cosa, da uomo al di fuori della chiesa e della religione cattolica, non mi riguarda molto.
Anzi non mi riguarda affatto. Nel senso: se un uomo di chiesa si comporta in modo diametralmente opposto e contrario al suo credo, dal punto di vista morale è un problema esclusivo della comunità di fedeli.
E loro, e non io, devono risolvere la contraddizione etica, morale e spirituale.
A me interessa soltanto il reato commesso dall’uomo in quanto cittadino, non in quanto parroco.
3. Ed è questa, in definitiva, l’unica cosa che chiedo alla chiesa.
Di considerare i propri principi morali esclusivamente all’interno del proprio perimetro. Che non coincide affatto con quello dello Stato.
La chiesa non è tenuta ad accettare ciò che non ritiene giusto: se non vuole che un convivente faccia da testimone o da padrino o madrina, se non vuole che gli omosessuali si sposino in chiesa e diventino una famiglia in seno alla comunità religiosa, io non ho niente da dire.
Ma, cosa cruciale, non ha autorità alcuna, né tanto meno il diritto, per pretendere di imporre tutto questo al di fuori di essa.
In quel caso, la mia battaglia è furiosa e totale.
Per concludere:
casi come quello del parroco citato all’inizio – tutt’altro che rari – sono talmente orrendi e squallidi da commentarsi e condannarsi da soli.
Non serve alcuna pubblica lapidazione.
Io di sicuro non la farò.
Non sono come loro.

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