Non eravamo No Global (Genova 01-21)

Non eravamo no global.
Quella era solo una sigla, un’etichetta che ci avevano appiccicato addosso altri. Forse la stampa, forse qualche detrattore. O forse chissà, non credo sia più tanto importante saperlo.
Ad ogni modo noi così non ci siamo mai chiamati. E soprattutto non ci siamo mai considerati tali. Perché noi non eravamo contro la globalizzazione. Noi ci opponevamo a questa globalizzazione, a questo modello globale. E nemmeno lo facevamo alla cieca. Al contrario, contestando, proponevamo un’altra globalizzazione, un altro sistema economico. Un altro modello per nulla utopistico, ma pensato nel concreto e nei dettagli. Un altro modello che ci pareva più giusto, più equo, più umano. Talmente tanto che valeva davvero la pena lottare in suo nome.
Perché per noi globalizzazione non voleva dire né omologazione né asservimento alla legge del più forte.
Per noi globalizzazione significava scambio e valorizzazione delle differenze.
Non eravamo no global.
E nemmeno avevamo i santini di Naomi Klein, Noam Chomsky o chissà chi altri. Non esistevano oracoli né profeti. Avevamo un Pantheon variegato, indefinito e in continua mutazione. Niente, per noi, era indiscutibile. Non avevamo nemmeno dei leader, dei capi: le parole “orizzontale”, “coordinamento” e “portavoce”, nel nostro caso erano davvero applicate alla lettera. La riprova è che a vent’anni di distanza non abbiamo un Mario Capanna da mandare in televisione a mitizzare quella stagione. E nemmeno un Mughini pentito a distruggerla.
No, non eravamo no global.
E non eravamo nemmeno – come tanto certi maligni quanto alcuni nostalgici volevano credere o far credere – una parodia di inizio millennio del 68 o degli anni settanta. Di quegli anni non avevamo niente. Altre erano le motivazioni, altre le urgenze, altri gli approcci e altre le modalità di discussione e azione.
Noi non eravamo i protagonisti delle nostre richieste. Consapevoli di essere la parte privilegiata del pianeta e convinti che quel privilegio era l’anticamera della catastrofe, non avevamo l’urgenza di prenderci qualcosa, ma di farcelo togliere.
Degli anni settanta, soprattutto, non avevamo la rigidità ideologica. Eppure, nonostante la nostra distanza siderale dal rigore dell’ideologia – o magari proprio in virtù di questo – sono fermamente convinto che siamo stati la sinistra migliore degli ultimi quarant’anni, una gigantesca occasione perduta. E che, al netto di una serie di concause enormi che hanno determinato la nostra sconfitta (storica prima ancora che politica), il colpo di grazia ce l’abbia dato proprio la sinistra.
Non è l’unico paradosso che ci riguarda e nemmeno il più clamoroso.
Di solito, quando un movimento esce sconfitto – e travolto – dalla storia, anni dopo deve fare i conti con le proprie velleità e i propri errori. A noi, nella più assurda delle maniere, a vent’anni di distanza tocca misurarci con le nostre ragioni. Nel senso che la stragrande maggioranza delle cose per cui ci battevamo allora – tra queste, la responsabilità unica e diretta di questo modello economico nella perdita dei più elementari diritti dei lavoratori, nell’impoverimento generale e nel sempre più ampio divario tra ricchezza (di pochi) e povertà (di molti), la distruzione della piccola e media impresa a favore della logica omicida delle multinazionali, l’assurdità di certi parametri globali da rispettare a tutti i costi, l’azione criminale degli istituti bancari, la drammatica emergenza ambientale, la distruzione delle culture locali e la sistematica costruzione di un mondo malato sotto ogni punta di vista che sarebbe diventato terreno straordinariamente fertile per pandemie e disastri sanitari d’ogni sorta (sic!) – oggi non sono soltanto tragicamente evidenti, ma sono generalmente condivise dai più e nei più vari contesti.
Impossibile oggi non chiedersi cosa sarebbe successo, in quale mondo vivremmo se, anche solo in parte, allora ci avessero dato ascolto.
Domanda inevitabile, ma inutile. Non solo nessuno ai tempi ci ascoltò, ma ancora oggi nessuno riconosce quanto, pur nella nostra ingenuità e nella nostra disorganizzazione, avessimo ragione.
Al contrario, ancora oggi in molti, forse i più, percepiscono quel movimento esattamente come vent’anni fa: un gruppo rumoroso di eccentrici saputelli, visionari e, soprattutto, violenti.
Ma come non eravamo no global, non eravamo neppure violenti. Al punto da pensare che i servizi d’ordine, nei cortei, non fossero indispensabili. Il che farebbe sorridere, se non parlassimo di una tragedia.
Perché Genova finì con due giorni di guerra, cui in alcuni frangenti abbiamo risposto e resistito, in altri – la maggior parte – abbiamo subito passivamente e senza scampo. Ma in nessuno di questi casi siamo stati noi a cominciare, non siamo stati noi a creare quel clima di guerra, non siamo stati noi a instaurare quel livello di scontro.
Noi siamo stati vilipesi, pestati, massacrati. Siamo stati rincorsi, estratti a forza dai sacchi a pelo, torturati, umiliati, spogliati di ogni diritto.
E non c’è mai stata, né mai ci sarà, giustizia. Per quelle violenze sono stati processati (male) e puniti (poco) soltanto i singoli.
Ma le violenze di Genova non furono opera dei singoli, non furono individui particolarmente zelanti a massacrarci.
Fu un intero sistema a farlo, un modus operandi deciso e delineato a priori, nella più piena volontà e consapevolezza.
Chi aprì le teste di manifestanti inermi a colpi di manganello, non lo fece nella concitazione del momento, ma rispondendo a ordini precisi.
Un sistema criminale che decise di stroncarci.
Forse avevamo così tanta ragione da essere davvero un problema, e per questo era necessario colpirci il più duramente possibile.
Di sicuro quel sistema aveva già vinto, e Genova fu anche e soprattutto la grande prova generale per la sottrazione degli spazi democratici, dei diritti al dissenso e alla diversità. La grande prova generale per un mondo autoritario che non ammette voci fuori dal coro. Che è esattamente quello in cui viviamo oggi.
Genova, quel movimento, noi, fummo infatti l’ultima sacca di resistenza. Poi sarebbero sparite le piazze, gli spazi di dibattito e di confronto, il pluralismo.
In ogni settore della nostra vita.
Non eravamo no global.
Eravamo una generazione. Quella generazione cresciuta nei terribili anni 90, la terra di mezzo per eccellenza della storia contemporanea, che in quelle lotte, e in Genova, si scrollò di dosso quella “x” con cui l’avevano marchiata a fuoco e si guadagnò la sua identità.
Una generazione di cui facevo parte io, i trecentomila di Genova, il milione di Firenze e tutti quelli che avrebbero voluto esserci ma non hanno potuto.
E di cui faceva parte Carlo Giuliani.
Che non è stato il nostro eroe e nemmeno il nostro martire.
È stato solo uno di noi, un ragazzo come noi che credeva nelle stesse cose in cui credevamo noi, che portava avanti le stesse battaglie, che era in piazza quel giorno per gli stessi identici motivi per cui c’eravamo noi. E che si è comportato come, al suo posto, ci saremmo comportati noi.
Per questo noi siamo e io sono Carlo Giuliani. Oggi come ieri.
So che molti miei coetanei (e dintorni) non si riconosceranno affatto in tutto questo.
Non importa. Una generazione è un gruppo di coetanei che agisce nel medesimo contesto storico segnandolo. Che è esattamente quanto abbiamo fatto noi.
Nessuna generazione è onnicomprensiva e non è affatto necessario che tutti condividano tutto, che tanto le commemorazioni quanto le analisi a posteriori siano per forza conciliatrici. Anzi, a volte, le divisioni e le separazioni, le nette linee di confine e di demarcazione, sono sane, preservano l’integrità di un pensiero e danno ulteriore misura della sua importanza.
Per questo motivo, io che su Genova e sul movimento per vent’anni ho parlato, dibattuto, replicato, risposto e spiegato (soprattutto a chi, per arroganza e violenza, non avrebbe meritato alcuna risposta), oggi – almeno oggi – non intendo discutere.
Queste sono le mie parole e i miei pensieri nel giorno del ventennale. Una lunga riflessione che non vuole repliche né principi di dibattito.
Per questo sarete ovviamente liberi di commentare, anche in maniera feroce. Ma io non risponderò. Domani tornerò a discutere. Oggi no.
Oggi bastano queste parole, che mi è costato tantissimo scrivere. Come mi costa tantissimo affrontare questa giornata. Che non è né un ricordo né un rimpianto, ma qualcosa di vivo. A suo modo il principio del mondo di merda in cui oggi siamo tutti impantanati.
Vischioso e osceno come il sangue della Diaz. Che io no, non ho mai lavato e ancora non ho alcuna intenzione di farlo.
Non, je ne regrette rien.
Riccardo Lestini
Genova 20 luglio 2001-2021

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