Lestini a Sanremo (edizione 2021)

LESTINI A SANREMO – I VOTI DELLA PRIMA SERATA
Signore e Signori,
su il sipario ed eccoci qua anche quest’anno a Sanremo per la 71esima edizione del Festival. Io, personalmente, sono alla 33esima. Nel senso che è il 33esimo anno consecutivo che do le pagelle al Festival.
Da quando facevo le medie, praticamente.
Il fatto che la RAI si ostini a non darmi la conduzione del dopofestival, dopo Piazza Fontana è il più grande mistero della storia d’Italia.
Comunque, Anno Secondo dell’era Amadeus, edizione nella più grande emergenza degli ultimi ottanta anni e di conseguenza già nella storia prima ancora di cominciare.
Lasciando stare le polemiche (trite) sull’opportunità o meno di farla, nello spettacolo c’è da sempre una regola non scritta che dice che le difficoltà sono l’occasione per sperimentare, inventare nuove formule, nuovi linguaggi. E la storia ci dice che quando questa regola non scritta viene applicata, i risultati sono sorprendenti. A volte addirittura eccezionali.
La tragedia è che qui a Sanremo, a quanto pare, di questa regola non ne hanno mai sentito parlare.
Con l’amico Pasquali stiamo raccontando giorno dopo giorni le edizioni del Festival fatte in emergenza. Ne sta venendo fuori un ritratto impietoso, con l’emergenza che non è mai uno sprone a fare meglio ma al contrario un appiattimento catastrofico sul nulla.
Quest’anno, vista la prima, non sembra purtroppo fare eccezione. Se le edizioni in emergenza sono state le peggiori della storia, questa promette di stare alla grande nel gruppo.
L’anno scorso, un buon Festival nel complesso, aveva evidenziato quattro errori madornali: la lentezza della scaletta, l’improvvisazione generale, la mancanza di coraggio nel proporre qualcosa di nuovo, il meccanismo di voto.
Sull’assenza di innovazione, abbiamo già detto. Le lungaggini sono apparse ancora più insostenibili, con una scaletta imbolsita e dei numeri da cabaret che in un teatro vuoto suonano ridicoli in maniera insopportabile. Circa il meccanismo di voto… be’, basti dire che è più complicato del Mattatellum, del Porcellum e del Rosatellum messi insieme. Senza nemmeno lo scorporo.
Amadeus in tutto questo affonda impietosamente. Nei momenti migliori è impalpabile, nei peggiori catastrofico, grottesco. Si sforza di essere simpatico come l’amico sfigato che non sa raccontare le barzellette. Lo sketch dei mazzi di fiori che non può toccare stanca dopo due secondi e al terzo vorresti spaccargli in testa tutto il tavolo con le rotelle. Quando si parla di cose serie infine, è di un retorico insopportabile. Bella la presenza dell’infermiera Bonari, ma più che uno spot alla lotta contro il Covid sembra senso di colpa per aver fatto Sanremo.
Il voto, al presentatore e allo show, al momento è un secco 4 (il voto come direttore artistico glie lo daremo domani, quando avremo ascoltato tutte le canzoni, ma le premesse non incoraggiano).
Gli fa compagnia il fido Fiorello, ugualmente grottesco e forzatamente simpatico. Uguale, solo un po’ più irritante (la storia del “su i braccioli” detto in continuazione alle poltroncine vuoto, sarà l’incubo che sogneremo per i prossimi cinque anni). Voto: 3,5.
In questo pastrocchio che è l’inizio del Festival (chiamano Arisa e poi mandano la pubblicità, aiuto!), la voce pulita di Diodato che canta il brano vincitore dello scorso anno (comunque niente di che), è balsamo per l’anima (voto: 7,5).
La presenza femminile della serata è l’attrice Matelda De Angelis. È chiaramente una marchetta per la fiction rai su Leonardo che la vedrà protagonista, ma regge benissimo il palco, sobria e professionale. A presentare, la migliore della serata. Voto: 8.
Poi ci sarebbe Ibrahimovic. Ma per decenza evito di parlarne. (Voto: non classificato).
Discorso a parte per Achille Lauro. Il suo “quadro” è il momento artisticamente più alto della serata. L’avanguardia, il dolore kitsch di una maschera glam punk poetica e borgatara. Troppo per questo palco. Talmente troppo che resta un corpo alieno e avulso da tutto il resto come un qualsiasi spot pubblicitario. Il voto è 9, ma lo avremmo preferito in gara. Lì, nessuno avrebbe potuto addomesticare la sua eversione.
Sul versante ospiti domina incontrastata la splendida, eterna e meravigliosa Loredana Berté. Minigonna d’ordinanza e forma strepitosa, l’unica vera rocker della musica italiana sfodera una prestazione che per grinta, talento e classe seppellisce chiunque. Sentirla cantare roba tipo Dedicato, Non sono una signora e Sei bellissima, fa venire letteralmente i brividi. Voto: 10
Dal punto di vista tecnico, disastrosa la regia. Camere sbagliate, dietro le quinte sciaguratamente in campo, zoom casuali, riprese circolari immotivate.
O correggono il tiro o il Festival sarà inguardabile.
Voto: 2
Per la sezione tributi, bello e necessario il ricordo del Dj Coccoluto.
Scandaloso invece, e sottolineo dieci volte scandaloso, che l’Ariston non abbia ricordato in nessun modo il grandissimo Erriquez della Bandabardò.
Vergogna.
E passiamo alla gara.
GIOVANI il primo a esibirsi è Guadiano, bravo, grintoso, convinto… peccato che il brano sia poca roba, banale nell’arrangiamento e misero nel testo (voto: 5);
segue Elena Faggi, che si presenta vestita con una di quelle buste laccate che da queste parti vanno tanto di moda… ha un arrangiamento che i Neri per Caso, venticinque anni fa e a cappella, facevano mille volte meglio e interpreta con l’intensità di un criceto scosso… il testo non è da buttare, ma non basta a riscattarla (voto: 4,5);
È poi il turno di Avincola, cantautore stralunato – e cinquantenne, che dovrà chiarire il perché si trovi tra i giovani – che si presenta con un pallone e un look interessante, ma la canzone e una delle più noiose degli ultimi 71 anni… (voto 4);
chiude Folcast, un insulto al concetto di NUOVE proposte… la sua “Scopriti” la sentiamo da 71 anni… per favore… (voto 3).
Passano il turno e vanno in finale FOLCAST (e purtroppo non avevo dubbi) e GAUDIANO (poca, pochissima roba, ma comunque il migliore tra i quattro).
CAMPIONI (in ordine di apparizione)
ARISA – La vedi e hai sempre l’impressione che stia per commettere il più efferato degli omicidi. Ieri sera, con un look vagamente giapponese, le unghie della dimensione di tutta la provincia di Matera e una coda metallica evidentemente ispirata al samurai Ghemon, l’effetto serial killer era triplicato.
La canzone invece è il più trito pop sanremese con quegli arrangiamenti da saggio di prima elementare e i violini sotto le parti topiche. Scritta palesemente per Anna Tatangelo, Arisa la canta con una voce superiore in maniera imbarazzante. Peccato che la canzone resti scialba e mediocre.
Voto: 5
COLAPESCE e DIMARTINO – I due ragazzi siculi arrivano in punta di piedi, timidi e vestiti da evidenziatori Stabilo Boss. Poi attaccano e sfoderano un dancefloor davvero niente male che ci scuote dal torpore. Un provocatorio inno al disimpegno che ha tutte le potenzialità per crescere sera dopo sera. Peccato solo i loro nomi da coppia di carabinieri in un film con Alvaro Vitali… e soprattutto peccato che l’arrangiamento non sia all’altezza degli spunti del testo. Ad ogni modo una sorpresa.
Voto: 6,5
AIELLO – la classica furbata che va tanto di moda da cinque anni o giù di lì. Una specie di indie trap all’apparenza così gggiovane che più gggiovane non si può. In realtà, già vista e già sentita. Plagio generico e noioso.
Voto: 4,5
FRANCESCA MICHIELIN e FEDEZ – quel genere di duetti tipicamente sanremesi, nati a tavolino per sommare i fan di due artisti e ottenere più voti. In questo caso, operazione mediatica apocalittica e super pubblicizzata. La Michelin doveva mettere la voce e Fedez i followers. Si presentano con una specie di rotolo di carta igienica che unisce i due microfoni (la chiameranno “presenza scenica”, “teatralità”… aiuto). Lei con la voce comunque ci prova, ma la canzone è pessima. Fedez metterà pure i followers, ma ha meno vocalità della formica afona dell’Himalaya. E possiede l’intensità interpretativa di una cabina telefonica in disuso.
Deleteri.
Voto: 4
MAX GAZZÈ – classe indiscussa e levatura artistica almeno dieci spanne sopra chiunque altro in gara ieri sera.
Con il solito colpo di genio, si presenta in costume tra il leonardesco e il marinaro, accompagnato da una band di sagome di cartone. Il pezzo è un divertente horror comico che cita Frankenstein Junior.
Psicotico e surreale, ma ieri sera, forse per l’ansia da debutto, non è decollato a dovere.
Da risentire.
Voto: 6,5
NOEMI – non doveva nemmeno cantare stasera. Catapultata a sorpresa sul palco, si presenta in forma strepitosa e con la grinta di sempre. La sua è una delle voci più interessanti dell’attuale panorama, ma la sensazione è che gli autori (l’onnipresente Durdust in questo caso) non riescano mai a valorizzarla fino in fondo.
Peccato.
Voto: 6
MADAME – fenomeno social, ecco la trapper diciottenne che dimostra cinquant’anni. Scritta da Durdust come un sacco di altri pezzi in gara, la canzone è un casino colossale di autotune che nasconde la voce dell’interprete e che sotto sotto è la solita ballatina d’amore.
Voto: 4,5
MANESKIN – quando vennero fuori a X Factor erano genuini, un genere di rockband borgatara e caciarona che aveva il suo perché. Li hanno riempiti di lustrini trasformandoli in qualcosa che non sono né potranno mai essere. Un hard glam senza la classe non dico di Bowie, ma nemmeno di Pelù.
Finti come un Rolex cinese, costruiti in vitro, il brano è misero e con quattro parolacce e due effetti distorti assolvono il compito della trasgressione.
Arriveranno in alto.
Voto: 5
GHEMON – interessante rap cantautorale interpretato con una grinta inusuale per questo interprete. Inizio convincente, può crescere.
Voto: 6,5
COMA_COSE – il graffio del loro sound smaccatamente urban che prova a farsi pop. Le premesse facevano presagire il peggio. Invece il pezzo è davvero notevole, senza dubbio il migliore della serata. Lo eseguono con il fuoco negli occhi, citano addirittura i Velvet Underground, trascinano ed entrano dentro. Peccato solo l’ora indegna a cui si esibiscono.
Voto: 7,5
ANNALISA – si presenta all’una passata con le tette completamente di fuori. Di sicuro ci risveglia di colpo, ma non basta a riscattare una canzone che non è che sia pessima… è solo la solita pallosissima nenia amorosa per voce femminile che autori a cottimo costruiscono ad hoc per il festival da 71 anni a questa parte. Una di quelle che si dimenticano una settimana dopo la fine del Festival.
Però attenzione, che sta roba qua a Sanremo arriva sempre in alto. E quest’anno pare debba vincere per forza una donna.
Due più due…
Voto: 5
FRANCESCO RENGA – esiste la “renghitudine”, ovvero quello stile fatto di una voce potente e pulita che canta brani solitamente oscillanti tra la cagata e l’appena sufficiente. In ogni caso, straclassici e tendenzialmente pallosissimi. Per sgusciar via dal cliché Renga si affida a Durdust, che avrebbe il compito di svecchiarlo e rinnovarlo. Non si è reso conto, il buon Renga, che Durdust ha scritto quasi tutto il repertorio sanremese di quest’anno, e quindi di nuovo non c’è proprio niente.
E la sua canzone è una renghitudine a metà in cui si muove spaesato e a disagio.
Buco nell’acqua.
Voto: 4,5
FASMA – quando arriva sto ragazzetto è ovviamente tardissimo e ho un sonno olimpionico, ma riesco miracolosamente ad ascoltarlo. Ennessimo gggiovane affogato nell’autotune per mascherare l’assenza totale di qualità vocale. Dovrebbe essere trap ma in realtà è pop. In sostanza: l’ennesimo prodotto presentato come nuovo ma in realtà più vecchio del vecchio.
Noia letale.
Voto: 4
E con questo è davvero tutto. A domani per i voti della seconda serata!!
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MENO PEGGIO LA SECONDA – Lestini a Sanremo, i voti della SECONDA SERATA
Signore e signori,
eccoci alla seconda serata dove, lo diciamo subito, le cose sono leggermente migliorate rispetto alla prima. Anche se sinceramente, dopo un debutto così catastrofico, fare peggio era francamente molto difficile.
Amadeus e gli altri autori corrono ai ripari e correggono il tiro: alla scaletta viene data quanto meno una parvenza di ritmo, si riducono al minimo i siparietti comici forzati e imbarazzanti, ove possibile si riempiono i vuoti con la musica, la regia è leggermente più ordinata, non c’è Ibrahimovic e scompare anche il terribile tavolino a rotelle dei fiori.
Il che non significa che lo show diventi improvvisamente bello e coinvolgente. Semplicemente va un po’ meglio, con Amadeus meno smarrito (il 4 di ieri diventa 5) e Fiorello che giogioneggia meno (anche lui lo portiamo a 5, specie perché l’imitazione di Vasco è irresistibile).
Ma la lungaggine atroce del carrozzone (mezzanotte meno venti non siamo nemmeno a metà dei cantanti e a metà degli ospiti) persiste. E persiste soprattutto uno spettacolo che, anche con tutti gli accorgimenti del caso, proprio non funziona. È ancora presto per tirare le somme e arrivare alle conclusioni, ma su un primo verdetto sentiamo già di poterci sbilanciare.
Ovvero, il problema di questo Festival è l’ostinazione. Nel senso che tutti – Amadeus in primis – si ostinano a tutti i costi a voler rifare pari pari l’edizione dell’anno scorso, dalla scenografia alle luci e ai contenuti. Il che è impossibile. Impossibile, suicida e deleterio costringersi e costringerci alla normalità quando di normale non c’è niente.
Su questo discorso ci torneremo a bocce ferme, ovvero dopo la finale.
Intanto, con ieri sera abbiamo finito di ascoltare tutti i big in gara. Il livello è molto, ma molto più basso dell’anno scorso. Ma non per questo c’è da mettere in croce Amadeus come direttore artistico. La sensazione è che questo sia ciò che passi il convento. Quanto meno il convento cui vuole e deve bussare Sanremo. I grandi nomi tanto non vengono, e se vengono non spostano di nulla gli ascolti (non inorridite, sta baracca per stare in piedi ha bisogno soprattutto degli ascolti): quando Morandi portò in gara Dalla, Battiato e Vecchioni l’Auditel non si impennò affatto. Occorrerebbe cambiare convento, ovvero cambiare totalmente modalità di approccio al mondo della musica.
In attesa che qualcuno abbia questo coraggio, alla direzione artistica un 5,5 complessivo.
Madrina della serata Elodie.
Appena arriva, una incantevole Signora in Rosso 2.0, i miei ormoni si trasformano in pericolosissimi cuccioli di Pitbull e qualsiasi giudizio sulle sue performances di presentatrice è totalmente inattendibile.
Voto: sposami
Sul versante ospiti, domina ovviamente Laura Pausini, fresca vincitrice del Golden Globe. Pluricelebrata, preceduta da un’attesa spasmodica, annunciata ogni cinque minuti. L’aspettativa è così alta (più o meno ci si aspetta faccia finire la pandemia) che alla fine delude per forza. Non fa nessun medley (e per me è un punto a suo favore), ma dice cose importanti senza banalizzarle e la sua voce, a confronto della roba che abbiamo a disposizione stasera, è oro puro. Voto: 8
Poi, tocca all’immancabile operazione nostalgia. A rotazione, due pezzi a testa, Gigliola Cinquetti, Fausto Leali e Marcella, si esibiscono nei loro classici sanremesi. Ci fosse stato il pubblico, la cosa sarebbe degenerata in un agghiacciante karaoke. Il teatro vuoto, paradossalmente, permette a tutti di uscirne con dignità. Voto: 6,5
Chiude le ospitate Gigi D’Alessio. Sentirlo fare rap a mezzanotte passata è come andare in acido ascoltando Nilla Pizzi. Straniante, non sono nemmeno in grado di dargli un voto.
Poi c’è il solito angolo tributi. Tocca al maestro Morricone, essere omaggiato. Niente da eccepire, ci mancherebbe (a parte la presenza de Il Volo, capaci di rendere deleteria ogni cosa in cui compaiono – voto 2). Ma ripeto: possibile che nessuna parola per il grande Erriquez scomparso nemmeno un mese fa?
RI-vergognatevi.
Achille Lauro propone un nuovo quadro ed è di nuovo una sorpresa – impreziosita dalle presenze necessarie di Claudio Santamaria e Francesca Barra – di grandissima levatura artistica. Ma così sfacciatamente confinato e ripetuto ogni sera, questo angolo rischia di trasformare il performer in “quello che fa il diverso al Festival”. Il fatto che lo stesso Festival inizi a farci ironia, significa che siamo già un pezzo avanti, sulla strada dell’avvilente etichetta. Io continuo a dargli 9, ma occhio a non bruciarlo. Sarebbe un vero peccato.
E andiamo alla gara.
GIOVANI – il primo a esibirsi è Wrongonyou, che con un nome del genere (dopo un quarto d’ora non ho ancora capito come si presenta) mi aspetto chissà quale sconquasso avanguardistico… in realtà è un avvilente campionario della musica più dozzinale degli ultimi dieci anni, a partire dalla chitarra acustica suonata male e che non ha alcun ruolo nella partitura ma fa tanto scena falò-uno-de-noaltri, passando per i crescendo urlati senza intonazione e finendo con abbondanza di effetti buoni solo a mascherare (senza riuscirci) i limiti e della canzone e dell’interprete (voto: 4); poi arriva la cantautrice Greta Zuccoli e finalmente, alla sesta nuova proposta, mi sento riavere e vedo qualcosa di interessante… a parte un eccesso di teatralità che più di una volta la rende innaturale, la canzone è discreta e la sua voce sussurrata che d’improvviso esplode in un alto dolente, quasi disperata, è la novità che cercavamo.. necessario sospiro di sollievo (voto 7,5); terzo in gara è Davide Shorty, un look da rasta pariolino e una canzone che pretendendo di essere sia pop sia rap, non è né l’una né l’altra… forse un giorno sarà qualcosa, per ora vuole essere tutto e non è niente (voto: 4); chiude il duo dei Dellai, simpatici e divertenti, ma le canzoni devono essere anche belle, e la loro è davvero poca roba (voto 5).
Vanno inspiegabilmente in finale i peggiori, ovvero Shorty e Wrongonyou.
Non sono manco le nove e mezzo e sono già depresso…
I CAMPIONI
ORIETTA BERTI – Più di vent’anni fa Fabio Fazio andò a sdoganare un tipo di spettacolo basato sul recupero di icone del passato inattive e scomparse da anni (se non da decenni). Innocente e pure simpatica all’inizio, la cosa è sfuggita di mano. E oggi, che il presente non esiste e il futuro si fa bestemmia a parlarne, siamo invasi di personaggi che hanno fatto e non fanno più. Amadeus in questa storia ci sguazza e Orietta Berti è lì per questo, per incarnare un ricordo di un’epoca che è migliore solo in quanto passata. Ripeto, era una cosa simpatica. Oggi è deprimente. E pure irrispettosa per i diretti interessati.
Voto: non giudicabile.
BUGO – lui è ovviamente qui di diritto, per un dovuto risarcimento danni dopo essersi dovuto sorbire un Morgan posseduto da Satana e refrattario a qualsiasi esorcismo.
Detto questo, il pezzo è notevole. Fin qui, il miglior arrangiamento in gara, un pop rock che nella partitura cita il miglior Battisti e che Bugo interpreta con coraggio e passione. Sprazzi dei migliori anni 80 rivitalizzati da una raffinata visione contemporanea d’insieme.
Voto: 7,5
GAIA – aiuto e aiutatemi a dire aiuto. Viene da Amici, e se mi dite hai dei pregiudizi io vi dico sì, li ho e sono nel giusto ad averli.
Con le più improbabili delle movenze, vorrebbe presentarsi come la maudit de noaltri: l’effetto è l’amica sbronza e logorroica alla festa in campagna che tocca a te riaccompagnare a casa sorbendoti le più sconnesse pezze esistenzialiste. Dannosa.
Voto: 3
LO STATO SOCIALE – in apertura citano gli Skiantos… ovvio che della poesia di Freak Antoni non hanno nemmeno un’unghia, ma riescono ad allestire un divertentissimo circo anarcoide e sconnesso che, tra tutte ste pippe trite e ritrite sull’amore perduto, è una vera boccata d’ossigeno. Scenicamente i migliori.
Voto: 6,5
LA RAPPRESENTANTE DI LISTA – li presentano come la novità di quest’anno, la musica indipendente che finalmente arriva sul palco dell’Ariston. Peccato che non c’è alcuna differenza tra loro alla prima volta e chi al Festival ci va un anno sì e l’altro pure.
Arisa travestita da Courtney Love per martedì grasso.
Voto: 4
MALYKA AYANE – una delle interpreti più raffinate della musica italiana, voce d’angelo con movenze da regina degli elfi, stavolta – pur cantando sempre in maniera sopraffina – arriva con un brano stranamente dozzinale, col ritornello che pare il jingle del Kinder Pinguì.
Vuoi vedere che è la chiave giusta per metterla sul podio?
Voto: 5
EXTRALISCIO feat DAVIDE TOFFOLO – acidi, autoironici, musicalmente superiori, irresistibili. Rivedere Toffolo rigorosamente in maschera da Allegro Ragazzo Morto, è una stretta al cuore. Per me e per ogni fanciullo degli anni 90. Echi di Bregovic e Capossela mescolati al più lisergico dei reggaeton.
In questa gara non andranno da nessuna parte, ma è un piacere che ci siano.
Voto: 7,5
ERMAL META – solito pop elegante di Ermal Meta, interpretazione sussurrata e potente al tempo stesso. Ma il brano, specie nel testo, stavolta è incolore, lontano anni luce dai fasti dei tempi migliori.
Voto: 6
RANDOM – ovvero, il curioso caso di Benjamin Button. Nel senso di giovane più vecchio della storia. Un bambino che canta come Gino Latilla.
Un incubo che manco Dario Argento.
Voto: 2
FULMINACCI – finalmente una chitarra acustica sensata, finalmente un bel testo che dà senso alla parola cantautore. Peccato questo continuo richiamo alla necessità del disimpegno che, oltre che già sentito, è oggettivamente pericoloso.
Voto: 6,5
WILLIE PEYOTE – dichiaratamente ispirata alla splendida serie cult “Boris”, questo pezzo è un limpido, orecchiabile e apparentemente scanzonato atto d’accusa alla sporcizia della nostra coscienza borghese.
L’unico brano in qualche modo scritto con spirito critico. Rimette al mondo.
Voto: 7
GIO EVAN – inutile ballata omeopatica che alle dieci di sera non mi sarebbe piaciuta. All’una passata, mi fa proprio incazzare.
Voto: 3
IRAMA – lui, nella sfiga, è già nella storia in quanto primo cantante a esibirsi in una specie di DAD distorta nello spazio tempo.
Ma al di là della solidarietà per la sfiga di cui sopra e al di là della distopia, la canzone è un pastrocchio di suoni male assortiti che vorrebbe scuoterci, magari pure farci ballare, ma riesce solo a moltiplicarci gli sbadigli. Soporifera.
Voto: 4,5
E con questo è davvero tutto. A domani con la serata delle cover, ovvero l’agghiacciante carrozzone karaoke!
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QUANDO IL CHITARRISTA RESTAVA SOLO E GLI ALTRI POMICIAVANO DIETRO LE BARCHE – Lestini a Sanremo, i voti della TERZA SERATA
Signore e signori,
a ennesima testimonianza di come la vita sia breve quanto la pipì di una farfalla, eccoci già al giro di boa, serata numero tre di questa surreale settimana sanremese.
Serata MONSTRE, ovvero carrellata di tutti e ventisei (ventisei!!!) big in gara impegnati nelle cover di grandi classici della musica italiana (tema di quest’anno il cantautorato) che a loro scelta possono interpretare da soli o in coppia (o in trio).
Quella che io da anni chiamo la SERATA KARAOKE, da me tanto detestata. Per dire, una delle ragioni per cui ho amato la direzione artistica di Claudio Baglioni è proprio la soppressione della serata cover, poi sciaguratamente ripristinata da Amadeus.
Il perché vorrei tanto venisse eliminata, è molto semplice. Prima di tutto, è un’assurdità del regolamento: al Festival della canzone, in gara logicamente c’è la canzone. Che senso ha, nella classifica finale, conteggiare i voti delle cover? E poi l’orchestra ha già votato nel pomeriggio… a che pro? Non si deve votare anche l’esibizione? Come se in un Gran Premio contassero le prove e la gara si facesse solo per la diretta. Mah…
Ma soprattutto è proprio deleteria in sé. Mi spiego meglio: questo Festival è oggettivamente un brutto Festival e inevitabilmente gli ascolti, specie se confrontati con i record dell’anno scorso, sono impietosi. Nemmeno i guizzi azzeccati delle sere precedenti – vedi il ciclone Elodie, che ci ha lasciati ancora in piena tempesta ormonale – hanno prodotto risultati. Una serata come questa è chiamata a salvare la baracca. E probabilmente lo farà. Perché in questo paese che ha scientificamente distrutto la bellezza e il coraggio di osare (quintessenza di ogni manifestazione artistica), siamo solo capaci di ricopiare all’infinito il passato. Incapaci di immaginare il futuro e di vedere il presente, replichiamo meccanicamente il passato non come custodia della memoria e ricerca di noi stessi, ma come karaoke appunto. Come urlo di serata sudaticcia tanto per fare caciara e non pensare. Tanto per sperare di pomiciare mentre il chitarrista al falò sulla spiaggia resta solo.
Quindi, ci saranno sicuramente belle cover, ma alla serata in sé, al messaggio che nasconde, diamo un 4 affranto e privo di speranza.
Detto questo, visto che abbiamo ventisei canzoni, per non diventare più lunghi del Festival, rapidamente: per Amadeus e Fiorello ripetiamo più o meno quanto detto ieri: aggiustato il tiro del disastro del debutto, asciugano, ci provano a volte anche generosamente, ma non trovano mai la quadra e continuano ad annaspare. Tra 4 e 5, per entrambi.
Il problema centrale dello show – lentezza e lungaggine insostenibili – resta immutato e irrisolto (nella prima metà sembrava scorrere a ritmo più sostenuto, ma era una mera illusione), mentre dal punto di vista tecnico abbiamo toccato bassezze imbarazzanti. Fuori sincro e microfoni spenti a iosa come fossimo alla sagra della polenta con il mixer che il figlio del presidente della pro loco ha avuto per la prima comunione. Semplicemente terribile, voto: 1
Madrina della serata, la top model Vittoria Ceretti. Bellissima ma palesemente a disagio. Se Matilda De Angelis, e soprattutto Elodie, hanno lasciato meravigliosamente il segno, la Ceretti resta impalpabile e fuori posto. Un 6 per la generosità con cui comunque ci prova.
Gli ospiti. Aprono i Negramaro con un omaggio a Lucio Dalla. Obbligatorio, visto che è il 4 marzo. E un omaggio a Dalla commuove sempre, ma i Negramaro fanno una versione di 4/3/43 eccessivamente carica, mentre la grandezza di Lucio era quell’apparente e leggera svagatezza che scavava nell’anima come un implacabile cucchiaio. Appena sufficiente. E sui tributi, mi ripeto per la terza volta: possibile che per Erriquez non si spenda nemmeno una parola? RI-RI-RI vergognatevi.
Poi c’è Antonella Ferrari, bravissima in un monologo sfacciatamente doloroso e autobiografico. Voto: 8,5
Su Sinisa Mihajlovic che canta Io vagabondo con Ibrahimovic e i due presentatori, una sola domanda: perché? In attesa di risposte, cinquanta chilometri del più pietoso dei veli.
Quanto al quadro di Achille Lauro, questa volta è stato impreziosito da Monica Guerritore (divina, da brividi) e Emma Marrone (splendida). Probabilmente il migliore tra i tre fin qui proposti e di nuovo il momento più alto della serata. Ancora 9 pieno. Peccato davvero che l’operazione “ghetto culturale” sia in pieno atto.
E ora, via alla carrellata delle cover!
NOEMI con NEFFA – Noemi è bellissima, la grazia eterea di una Banshee d’Irlanda con la grinta di un’amazzone. Il suo partner però non è pervenuto, non si capisce se è un vergognoso fuori sincro tecnico o un ancor più vergognoso playback. Fatto sta che Neffa arranca e sbanda, in totale confusione. La grinta da leonessa di Noemi ci mette eroicamente una pezza, ma non basta a salvare il pezzo.
Voto: 5,5
FULMINACCI con VALERIO LUNDINI e ROY PACI – essere più intonati di Jovanotti non è una grande impresa. Eppure per cantare i suoi brani non basta. Ci vuole un certo tipo di energia e di potente entusiasmo per renderli credibili. Fulminacci li possiede entrambi e sfodera un “Penso positivo” travolgente ed efficace, reso eccelso dalla tomba sublime del maestro Paci.
Voto: 8
FRANCESCO RENGA con CASADILEGO – Renga che “rengheggia” a più non posso sbrodolando toni tenorili su un pezzo della Vanoni che vorrebbe sussurro e ottimismo, la giovane vincitrice di X Factor perduta in inutili acuti. Un disastro senza altro da aggiungere.
Voto: 3
EXTRALISCIO feat DAVIDE TOFFOLO con PETER PICHLER – folli, psicotici, meravigliosi. Tre minuti di casino apocalittico dove la polka di Rosamunda si mescola meravigliosamente a Casatchok, chitarre rotanti e ballerini di liscio.
Una sublime balera, la gioia di fare musica come un balsamo per l’anima in un’atmosfera così deprimente.
Necessari. Voto: 8
FASMA con NESLI – detti uno dietro l’altro, Fasma e Nesli suonano un po’ cartone animato, tipo Sussi e Bribissi. A parte questa nota di colore (e la solidarietà per il microfono di Fasma che non funziona), la cover di Ferro è piatta e insapore.
Superflui. Voto: 5
BUGO con PINGUINI TATTICI NUCLEARI – tanta aspettativa, visto il bel pezzo che Bugo porta in gara e visto il credito di cui godono i Pinguini. Ma per fare “Un’avventura” di Battisti ed evitare l’effetto falò sulla spiaggia, serve qualcosa di più, un guizzo, una genialità di arrangiamento che i musicisti in causa non hanno. I Pinguini, che per me valgono poco e sono solo furbi, vanno così a pomiciare dietro le barche. Bugo, da par suo, è il chitarrista che rimane solo attorno al fuoco.
Voto: 4
FRANCESCA MICHIELIN e FEDEZ – lei vestita come Heidi all’Oktober Fest, lui espressivo come una lavatrice col cestello verticale. Propongono un terrificante medley di duetti sanremesi intervallati dalle strofe di Felicità. E l’unica cosa degna di nota è che Fedez ha meno voce di Romina Power.
Clamoroso. Voto: 3
IRAMA – per carità e aiutatemi a dire per carità. Il cantante in Smart Working (tutta la nostra solidarietà) si lancia nella più improbabile esecuzione di “Cyrano” del maestro Guccini. Non ha niente – l’esistenzialismo, la rabbia, gli anni – per interpretarla in maniera credibile. Come se Dawson di Dawson’s Creek cantasse La donna cannone.
Per piacere… voto: 3
MANESKIN con MANUEL AGNELLI – finalmente i CCCP all’Ariston! Osano portarceli i Maneskin (che stasera, specie il frontman Damiano, avevano rubato i vestiti ad Achille Lauro), insieme al loro mentore Manuel Agnelli. Tre minuti di grande spettacolo e di musica eccelsa. Esecuzione perfetta, interpretazione travolgente e Agnelli – il cui zampino è evidente nello splendido arrangiamento – in forma strepitosa.
Grandi. Voto: 9
RANDOM con THE KOLORS – vedi il giudizio di Fulminacci e giralo al contrario. Nel senso che Random ci regala la versione più oscena, coatta e tirata via di “Ragazzo fortunato”. I The Kolors, che si credono gli Oasis ma hanno lo spessore della cover band che suona alla festa della fettuccina, provano a rimediare. Senza riuscirci.
Voto: 3,5
WILLIE PEYOTE con SAMUELE BERSANI – splendido Bersani, che canta sé stesso nella meravigliosa “Giudizi universali”. C’è da chiedersi solo se dobbiamo considerarla una cover o un modo per cedere il palco al suo interprete originale.
Voto: 6
ORIETTA BERTI con LE DEVA – un super classico – Io che amo solo te – in cui la compostezza e la pulizia della voce di Orietta Berti è perfettamente a suo agio.
Voto: 7
GIO EVAN con I CANTANTI di THE VOICE SENIOR – Gio Evan propone “Gli anni”, brano a suo modo epocale ma che non è propriamente Shakespeare. Lui però la interpreta seduto in proscenio, in posa racconta da poeta esistenzialista. Ma dietro si porta le spruzzate trash di The Voice Senior. Quindi?
Progetto oscuro. Voto: 5
GHEMON con I NERI PER CASO – azzeccatissimo medley che prima fa rivivere il leggendario “a cappella” dei Neri per Caso e poi si conclude in un ottimo arrangiamento musicale.
Voto: 7
LA RAPPRESENTANTE DI LISTA con DONATELLA RETTORE – la Rettore che canta “Splendido splendente” è automaticamente dieci e lode. La rappresentante di lista, vestiti con un pigiama in linea con la canzone come il catechismo con un porno, eseguono con decisione e, tolto qualche gigioneggiamento teatrale, in maniera dignitosa.
Voto: 6,5
ARISA con MICHELE BRAVI – Arisa è pazza e lo dimostra con i versi sconnessi che fa all’indirizzo dell’orchestra a fine esibizione. La matta del paese catapultata sul palco. Che comunque canta “Quando” (mica pizza e fichi) in maniera egregia. Peccato l’arrangiamento miserino e soprattutto peccato Michele Bravi, una specie di Virginia Raggi maschio disegnato da Angelo Stano, che non ha proprio capito che cavolo stia cantando. Sacrilego.
Voto: 6,5 a lei e 3 per lui
MADAME – vestita con la carta zucchero di Pinocchio, la giovanissima maturando che dovrebbe rappresentare il nuovo che avanza, continua a sembrarmi una cinquantenne che gioca a fare la ragazzina. Anche nella cover non lascia alcun segno. Voto: 4,5
ANNALISA con FEDERICO POGGIPOLLINI – notevole la scelta del partner, capitano Fede in persona. Il brano, La musica è finita, mostruoso e che te lo dico a fare. La voce di Annalisa incredibile. E allora cosa c’è che non va? Semplice: questa ragazza quando interpreta ha la verve e l’intensità dei messaggi registrati di Trenitalia. Ti dicono c’è Fellini e invece è lo spot della Unipol Sai. Sprecata. Voto: 5
LO STATO SOCIALE con FRANCESCO PANNOFINO, EMANUELA FANELLI e I LAVORATORI DELLO SPETTACOLO – dopo tre giorni di retorica e parole di circostanza, finalmente la musica diventa parte del mondo contemporaneo e la si usa come reale strumento di denuncia. Lo Stato Sociale, che con la sua scanzonatura apparentemente superficiale ste robe quasi le sa fare molto bene, sceglie Non è per sempre degli Afterhours e da inno generazionale la trasforma in grido di speranza. L’arrangiamento in alcune parti non convince, ma in questi casi gli obiettivi sono altrove.
Grazie. Voto: 8,5
GAIA con LUS AND THE YAKUZA – mi ripeto: sì, ho dei pregiudizi verso Amici e sono nel giusto ad averli. Questa vincitrice del celebre talent, come tutti quelli passati da quelle parti, sono convinti che una faccetta carina e una voce intonata sia sufficiente per poter fare tutto.
Manco per niente. Per fare Tenco, soprattutto per fare Tenco, serve una cosa chiamata arte.
Ma che parlo a fare? Sacrilegio, voto: 3
COLAPESCE e DIMARTINO – incazzato per lo scempio di Tenco e stordito di sonno (è l’una passata), comincio a vacillare. Ma i due carabinieri Colapesce e Dimartino mi tengono sveglio con una discreta cover di Battiato. Niente di trascendentale, ma il cameo finale del sommo maestro siciliano, dopo Gaia torna a convincermi dela bellezza della vita.
Voto: 6,5
COMA_COSE con ALBERTO RADIUS e MAMAKAS – la raffinata chitarra di Radius galvanizza l’urban graffiante del gruppo per una versione de Il mio canto libero convincente e non banale.
Scelta azzeccatissima. Voto: 8
MAX GAZZÈ con DANIELE SILVESTRI e MAGICAL MISTERY BAND – è talmente tardi che ormai ho la visioni (ma si può far suonare a quest’ora??). Meno male arriva la musica di qualità. Gazzè con l’amico Silvestri duetta in una complicata e splendida ballata indie di Giovanni Lindo Ferretti e dei CSI. Un brano che ha bisogno di una teatralità che i due grandi cantautori non hanno, ma l’interpretazione è comunque credibile e coraggiosa.
Voto: 7
MALYKA AYANE – Insieme a te non ci sto più è il suo brano per eccellenza e lo interpreta con classe, bravura e disinvoltura immense. L’eccessiva sicurezza la porta a strafare nel finale. Ma è e resta una indiscussa regina.
Voto: 8
ERMAL META con NAPOLI MANDOLIN ORCHESTRAL – scegliere Caruso è già di per sé un rischio mostruoso. Farlo nel giorno del compleanno di Dalla, roba da far tremare i polsi. Lasciando stare paragoni che suonerebbero grotteschi, Ermal Meta interpreta con umiltà e se la cava egregiamente. Bella cover, ma il primo posto suona eccessivo. Forse è davvero il suo anno.
Voto: 7
AIELLO con VEGAS LONES – quando canta praticamente albeggia e io sono ormai stravolto. Ma anche fossi stato in piena forma, avrei detto lo stesso: una versione terrificante e sacrilega dell’immortale Gianna dell’immenso Rino Gaetano. Senza poesia, senza ironia, senza follia. Solo una stonata sborona e tamarra. Un vitellone da spiaggia che vuole declamare Shakespeare. Un incubo.
Voto: 2
Uff… e con questo è davvero tutto.
A domani con il penultimo atto, non mancate!
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DIO BENEDICA ACHILLE LAURO – Lestini a Sanremo, i voti della QUARTA SERATA
Signore e signori,
eccoci arrivati al penultimo atto di questo Festival così complicato e claudicante, di certo abborracciato e probabilmente trascurabile, che però, se ha messo sul piatto una ragione, una soltanto, per essere ricordato, quella è Achille Lauro.
Da tre sere, questo splendido artista (che di certo non è un musicista, ma un performer fenomenale e spiazzante) offre inquietudini, provocazioni e poesie sotto forma di bellissime contaminazioni di musica, teatro, costume, luci. Una sorta di Exploding Plastic Inevitable 2.0, senz’altro qualcosa di mai visto sopra questo palco.
Il rischio, scrivevo ieri, è che finisca per ripetersi. E che, soprattutto, diventi una sorta di Elephant Man, il ghetto di sé stesso, “quello che fa cose strane a Sanremo”. Deve avermi sentito, e per sgusciare via dalla prigione dove le logiche televisive lo stavano ingaggiando, ha sfoderato una prestazione più scollacciata e meno rigorosa delle altre, ma splendidamente più efficace e più provocatoria.
Dio benedica chi se ne frega, ha premesso. E poi, fregandosene del cliché e del giudizio, si è gettato in un medley di suoi brani cantati come fosse ubriaco e infilando la lingua in bocca a tutti i suoi musicisti.
Il tutto a Sanremo. Semplicemente 10 e lode.
Tutto questo spaccherà i giudizi, dividerà l’opinione pubblica. Ma da secoli l’arte, quella vera, quella sincera, questo fa: divide, destabilizza, inquieta e non pacifica.
Perciò, Dio benedica Achille Lauro, che in tre minuti fa più spettacolo di cinque sere di Festival messe insieme.
Sul resto del Festival, rimandando le considerazioni generale al gran finale di domani, cerchiamo di procedere spediti.
Amadeus e Fiorello continuano a provarci a salvare questa baracca: generosi, aiutati anche da una scaletta talmente congestionata che non lascia buchi da riempire, vanno leggermente meglio (a parte l’agghiacciante parodia di Siamo donne) e diamo un 5 per entrambi.
Il problema è che lo show continua a non funzionare proprio, per ragioni che stanno molto al di là dei due presentatori, e la solita durata mostruosa è solo uno dei problemi. Ieri nuovi problemi tecnici imbarazzanti con un audio a tratti che continuava a essere quello del mixer che il figlio del presidente pro loco ha avuto in dono per natale. E pure la regia è tornata a essere catastrofica, con un’alternanza da un incubo di un blu freddo tipo panettone Motta e un rosso caldo tipo Rossana Perugina. Voto: 3
Tra l’altro, è difficile aspettarsi qualcosa di buono da uno show annunciato da quello scempio che è il PRIMAFESTIVAL. Un qualcosa di indegno, orrendo. Comici imbarazzanti e Lady Amadeus ben oltre la soglia del presentabile. Ma come si fa anche solo a pensare una striscia quotidiana così bassa, uno dei punti più tristi della storia della televisione italiana. Voti: ZERO. E un appello: vi prego, riportiamo Sanremo a una durata umana e rimettiamo quel mix di approfondimento, polemiche e costume, con tanto di critici di qualità, che era il DOPOFESTIVAL.
Madrina della serata Barbara Palombelli. Eleganza, sobrietà e professionalità indiscusse. Forse fin troppo compassata, ma il monologo ha qualche passaggio molto bello. Voto: 6,5
Quanto a Ibrahimovic a qualcuno sta piacendo, ad altri sta irritando. Io lo trovo semplicemente inutile. Senza voto.
L’ospite principale è invece un bravo Mahmud in splendida forma. Voto: 7,5
E andiamo alla gara.
I GIOVANI – Pronti via e a inizio serata è subito finale delle Nuove Proposte.
Che può sembrare cosa buona e giusta, mettere i giovani in primissima serata e garantirgli il pubblico. In realtà la sensazione è che siano a inizio scaletta per toglierseli di mezzo il prima possibile. Infatti, suonano uno dietro l’altro e subito dopo, che non sono manco le 21,30, viene proclamato il vincitore.
Ma se sono solo un peso di scaletta, che senso ha tenere in piedi questa gara? Non era stato più onesto Baglioni a sopprimerla?
Che poi, non si tratta soltanto di collocarla adeguatamente. È una gara, quella dei giovani, da ristrutturare completamente. Bisogna ampliare la modalità di selezione e non usare i soliti vivai discografici che, in crisi da dieci anni, offrono giovani musicisti tutti uguali e senza anima. Aggiornandolo ai tempi di oggi, si dovrebbe tornare al modello di Baudo, dove i giovani erano selezionati ovunque e le loro esibizioni erano incastonate tra quelle dei big. Questo sistema portò a scoprire Ramazzotti, Pausini, Paola Turci, Giorgia, Irene Grandi, Alex Britti, Silvestri, Gazzé, Niccolo Fabi…
Altrimenti i talent renderanno sempre più inutile questa kermesse.
Nota più lieta di questa mini competizione, il direttore d’orchestra Beatrice Venezi che svolge alla grande il ruolo di presentatrice. Ci facesse un pensierino in futuro… voto: 8
Quarto classificato Wrongonyou, un trascurabile campionario di tutte le banalità musicali degli ultimi quindici anni, compresa la chitarra acustica che non serve a nulla alla canzone, ma è lì solo per fare scena. Voto: 4
Terzo posto per Folcast, una canzone tragicamente sanremese, ultimo anello di una catena lunga 71 anni di canzoni fabbricate a tavolino apposta per il Festival. Li chiamano “nuove proposte”. Voto: 3,5
Secondo Shorty, che volendo acchiappare i gusti di chiunque prova a essere qualsiasi cosa, dal pop al rap e dall’alternativo all’ordinario. Il risultato è che non è niente. Voto: 4
Vince Gaudiano, canzone senza slancio e per niente memorabile. Lui però, quanto meno, interpreta con grinta e convinzione. Alla fine, trionfa il meno peggio. Voto: 6
I BIG
ANNALISA – dopo aver osato spiattellare le tette in mondovisione, si presenta decisamente più sobria. La canzone è un concentrato di rime agghiaccianti e arrangiamenti da pianola giocattolo, quel genere di pezzi che da queste parti vanno molto forte. E lei ricorda certe cantanti che sul finire degli anni 90 provavano a imitare Giorgia e Laura Pausini, ma l’unica cosa che riuscivano a fare era partecipare a Sanremo.
A volte addirittura a vincerlo. Occhio, al 90% è sul podio.
Voto: 5
AIELLO – all’inizio sembra un po’ – un po’ eh – meglio del debbuto. Poi però comincia a urlare come se non ci fosse domani, tipo Fabio Grosso a Dortmund. Ma non essendo la semifinale dei mondiali, i suoi strilli sono solo puro fastidio. E poi quel piumato alla schiena… cioè, per portare le piume o sei Renato Zero o Achille Lauro. Su tutti gli altri l’effetto è grottesco. Sulla tamarraggine di Aiello poi, si sfiorano gli estremi della denuncia penale.
Voto: 4,5
MANESKIN – la sera prima avevano spaccato l’Ariston con una performance fantastica. Ieri, tornati privi del nume tutelare Manuel Agnelli, si sono ridimensionati e di brutto. Meglio del debutto, ma il pezzo continua a suonare costruito e artefatto, con una laccatura che non gli appartiene.
Tornassero a essere quei rocker caciaroni e imperfetti che abbiamo apprezzato, altrimenti finiranno per diventare la parodia di ciò che non potranno mai essere.
Voto: 5,5
NOEMI – bellissima, sorridente come un soffio e grintosa come una leonessa. Essere pazzo di lei non mi impedisce l’oggettività. A mio avviso una delle voci più originali del panorama italiano, che però a Sanremo non riesce mai ad avere tra le mani un pezzo che la sappia esaltare. Quello di quest’anno è bruttino, ma lei ieri sera lo ha interpretato con un’energia devastante, riuscendo quasi a riscattarlo.
Voto: 6,5
ORIETTA BERTI – il pezzo è poca roba, la dignità dell’artista invece gigantesca. Così enorme da seppellire la volgarità di chi l’ha chiamata solo per esibire un pezzo da museo.
Voto: 7
COLAPESCE e DIMARTINO – uno ritorna nel solito vestito da evidenziatore Stabilo Boss, l’altro invece si cambia e si veste per la cresima della cugina. Così vestiti, sfoderano una bellissima prestazione, con un brano al secondo ascolto ancora più convincente. Il loro dancefloor, che nell’esibito disimpegno diventa quasi corrosivo, a tratti è irresistibile.
Una sola domanda: ma voi avete capito chi è Colapesce e chi è Dimartino?
Voto: 7,5
MAX GAZZÉ – rispetto alla prima sera, Gazzé interpreta il suo psicotico comic horror con più forza e linearità. Anche il travestimento da Dalì è più efficace. Ma il brano ha qualcosa che non va: un’intuizione geniale che però non riesce mai a decollare ed esplodere.
Peccato.
Voto: 6,5
WILLIE PEYOTE – bel pezzo pulito e ben eseguito, scritto con autentico spirito critico e polemica profonda e non banale. Le sue quotazioni stanno salendo e probabilmente sarà la sorpresa di questo Festival. Qualcuno lo ha definito trasgressivo. Ora non esageriamo, è un bravo ragazzo la cui unica trasgressione è essere un rapper giovanissimo che scandisce parole e non usa autotune.
Rarità. Voto: 7
MALIKA AYANE – prima del Festival la davo tra i papabili per la vittoria. Il pezzo però delude e lei ieri sera ci ha messo il carico da 11 con una interpretazione incredibilmente tirata via. Quasi fosse sbronza, si è mangiata la metà delle parole. Scivolone. Voto: 5
LA RAPPRESENTANTE DI LISTA- ritornano con lo stravagante pigiama con cui si sono esibiti la sera delle cover. La canzone invece, è purtroppo quella della prima sera. Che comunque, per quanto è trita e banale, potrebbe pure passare per cover.
Giovani vecchi. Voto: 4,5
MADAME – praticamente nuda con un effetto maglia di armatura medievale e la culotte della RariNantes, con una teatralità generosa prova a nobilitare il suo pezzo. Che però è un jingle d’amore buono per lo spot di San Valentino sofficato di autotune e altri effettacci. “Che stai a di’ fija mia?”, avrebbe detto mia nonna, “te cavi sta patata dalla bocca?”.
Voto: 4
ARISA – le unghie sono sempre grandi quanto la Basilicata e stimolata da Madame alla competizione, prima di cantare fa ballonzolare paurosamente le tette. Per l’angolo di psico Arisa, stasera può bastare. Interpretazione più sentita e meno perfetta. Il pezzo invece, resta banale e stiracchiato.
Voto: 6
COMA_COSE – per depistarci lo hanno ristretto, ma addosso hanno senza dubbio il pigiama de La rappresentante di lista. A parte questo, il loro urban corroborato di pop convince sempre più. Le fiamme oltre che negli occhi, divampano sul palco.
Voto: 7,5
FASMA – Parlami, canta Fasma. La speranza è che non sia adesso. Ancora una finta trap che in realtà è un pop. Ancora un finto gggiovane che in realtà è Benjamin Button.
Voto: 4
LO STATO SOCIALE – eccoli appena prima del telegiornale. È mezzanotte e mezzo e ancora devono suonare più di dieci artisti. Inconcepibile. Meno male che quelli de Lo Stato Sociale sono in forma strepitosa. Ancora più del debutto, rilanciano il lpro folle circo anarcocabarettista. L’animo corrosivo degli Skiantos cui vorrebbero ispirarsi è lontano, ma la canzone funziona e a tratti è irresistibile. A loro modo necessari.
Voto: 7,5
FRANCESCA MICHIELIN e FEDEZ – rieccoli e riecco quella specie di carta igienica a congiungerli. Lui, al solito espressivo come il pupazzo Uan, canta con l’intensità di un termosifone. Lei cerca di sopperire al compagno asettico gesticolando a dismisura.
Il risultato è un drammatico effetto telegiornale nella lingua dei segni.
Aiuto. Voto: 3
IRAMA – per il cantante in Smart Working niente da dire. La registrazione che mandano è sempre quella, quindi interpretazione ovviamente identica. Solo che va in onda molto più tardi e aumenta a dismisura una certa Soave rottura di palle.
Voto: 4,5
EXTRALISCIO feat DAVID TOFFOLO – mentre partono le visioni (non solo è l’una, è pure la quarta serata) per fortuna arrivano loro. Semplicemente i migliori (come arrangiamenti senza dubbio), che sfoderano una performance ancora più scatenata della prima. Elettrici e sconsiderati, ci trasportano nella più autentica delle balere immergendoci in un rito psicopopolare irresistibile.
Meravigliosi, devono vincere il premio della critica. Voto: 8
GHEMON – ci sono canzoni che non arrivano subito, che hanno bisogno di essere riascoltare almeno una volta. Questo è uno di quei casi: bel rap cantautorale che martedì ci era parso interessante. Ieri ci è proprio piaciuto.
Voto: 7
FRANCESCO RENGA- Se Renga stecca pure sulla renghitudine, è segno che si tratta proprio dell’anno sbagliato. Amadeus chiama in causa l’errore tecnico e lo fa ricantare. All’una passata la più atroce delle violenze. Anche perché non era un problema tecnico, era Renga.. France, dacce tregua…
Voto: 3,5
GIO EVAN – un pezzo brutto e privo di perché che a quest’ora irrita più di uno sfogo di scabbia.
Voto: 2
ERMAL META – finalmente qualcuno che si incazza per l’assurdità di queste scalette mostruose. Ermal Meta è furioso per dover cantare all’una e mezzo e non lo nasconde. Sul brano opinione immutata: lui lo canta in maniera pulita e convincente, ma è quel “un tanto al chilo” (un po’ cantautore e un po’ pop, un po’ Sanremo un po’ qualcosa d’altro, un po’ dozzinale un po’ raffinato) che negli ultimi anni qui ha fatto man bassa, da Diodato allo stesso Ermal Meta con Moro.
Non a caso è lo strafavorito. Sul podio al 100%.
Voto: 6,5
BUGO – qualcuno lo sta massacrando, altri sono troppo impegnati a parlare di quando è stato seviziato da Morgan per ascoltare davvero il suo brano. Che è davvero niente male. Potente, cantato con grinta e con uno dei migliori arrangiamenti in gara. Unico problema è un eccessivo “vascheggio” nella interpretazione. E se vascheggi troppo senza essere Vasco Rossi, il rischio di diventare ridicolo è dietro l’angolo. Per ora, per fortuna, si contiene.
Voto: 7
FULMINACCI – il testo non mi convince e quel richiamo alla necessità del disimpegno è 1) un po’ in contraddizione col tipo di cantante che vuole essere, 2) lo fanno già, e molto meglio, Colapesce e Dimartino. Ma la partitura è interessante, e la sua interpretazione una delle migliori. Mi ha fatto venire voglia di sentire il suo disco.
Promettente. Voto: 7
GAIA – la ragazza era afona e solo dopo una serie di flebo riescono a metterla sul palco. Tragicamente, non si avverte la differenza. Il più classico prodotto da talent generalista: bella faccetta, bella presenza scenica, bel look. Tutto bello, se non fosse per quel piccolo particolare che non sa né cantare né suonare.
Voto: 3
RANDOM – quando arriva sul palco gli uccellini stanno cominciando a cantare. Oltre ad andare finalmente a letto, l’unico desiderio è che in finale si presentino gli uccellini e lui svolazzi altrove. Dopo Gaia, la mazzata finale.
Insostenibile. Voto: 2
Uff… e con questo è tutto.
Se riesco a stare ancora in piedi, appuntamento alle 18 con i pronostici e domani con le pagelle della finalissima!
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E ALLA FINE ARRIVANO I MANESKIN – Lestini a Sanremo, i voti della FINALE
Signore e signori,
è proprio il caso di dire CLAMOROSO. Nel Festival più strano della storia, la finale si comporta di conseguenza buttando tutto all’aria, con il televoto che ridisegna letteralmente l’intera classifica. Spazzate via Arisa e Annalisa, scalzato l’outsider Willie Peyote, arrivano nel terzetto finale assieme al super favorito Ermal Meta, poi finito addirittura terzo, la coppia Michielin/Fedez e i Maneskin. Vincono quest’ultimi, spinti da un pubblico giovanissimo che ha evidentemente tempestato di sms fino a notte fonda, battendo anche la portaerei Ferragni che ha fatto incetta di consensi social da dirottare al televoto.
Il tutto arrivato a termine di un Festival complicatissimo e, adesso possiamo dirlo con piena cognizione di causa, per niente bello, tra i peggiori degli ultimi vent’anni (e l’emergenza non c’entra in questo giudizio) con poche, pochissime cose da salvare e tante, troppe, da buttare giù dalla torre. A partire proprio dalla fine, che si svolge nella solita caciara e confusione, dove nessuno – pazzesco – sa cosa fare o cosa dire.
Siamo nella manifestazione più importante della musica italiana e i premi vengono annunciati come fossero gli ambi della tombola del circolino di Ponte a Niccheri. La sacralità della premiazione completamente buttata alle ortiche. Due premi vengono proclamati e, non si sa perché, nessuno li consegna e nessuno li ritira. Una follia, una pecionata imbarazzante. Al termine di una finale dove molte esibizioni hanno ribaltato l’andamento della settimana, cantanti fin qui sotto tono hanno sfoderato prestazioni importanti mentre altri, viceversa, sono crollati completamente. Non è il bello dell’imprevisto, ma rientra in un livello generalmente basso di canzoni che non hanno la struttura per reggere in costanza un’intera settimana di gara, che vanno su e giù come un’altalena. La parte di un tutto, lo spettacolo, che ha fatto acqua da tutte le parti.
Perché appare ormai chiaro come il problema non sia tanto chi presenta, ma lo show in quanto tale. La pandemia, le condizioni di assoluta ed estrema emergenza dovevano – nella migliore tradizione dell’arte e dello spettacolo – essere ribaltate in punto di forza, trasformate nell’occasione di riscrivere le regole e sperimentare il futuro. A Sanremo, e in Italia, non solo questo non pare possibile, ma si fa l’esatto contrario. Gli autori – gli stessi Amadeus e Fiorello più altri – hanno voluto a tutti i costi replicare l’edizione scorsa, imponendo normalità laddove niente era nomale. Un harakiri che ha annacquato ogni cosa: una prima da incubo, altre due sere più che deboli e un livello appena di decenza raggiunto soltanto venerdì e nella finale. Tutto condito da errori inaccettabili e improvvisazioni imbarazzanti. Per non parlare dei tempi biblici. Ma è possibile che non si sappia mai quando una manifestazione così importante finisca? Ma possibile che quasi nessuno riesca a vedere la premiazione?
Così alla fine l’emergenza, quasi una ricaduta in piccolo di scenari ben più seri, anziché fare da stimolo per tirare fuori il meglio, ha finito per mostrare il peggio di un carrozzone che non si rinnova da trent’anni, che quando va bene lo deve solo a circostanze fortuite e alla bravura temporanea dei singoli.
L’anno prossimo, ci auguriamo, l’emergenza sarà finita. Ma il Festival non dovrà – e soprattutto non potrà – tornare alla normalità, a questa sua sfinita normalità. Quest’anno ha segnato un punto di non ritorno. La pandemia tra le tante cose ha accelerato e compiuto definitivamente stravolgimenti già in atto da tempo nel mondo dello spettacolo televisivo. In questo anno si è affermato definitivamente lo streaming, la concezione della tv piattaforma e profilata, modellata sui gusti e sugli orari del singolo. Non solo la tv generalista, ma anche la pay tv classica è stata superata e surclassata. Sanremo è chiamato a questa sfida, che può sostenere solo con un rinnovamento radicale. Servono scelte coraggiose, altrimenti affonderà definitivamente. La vittoria dei Maneskin, prima rockband a vincere il Festival, può essere un buon punto di partenza. Un taglio più diretto, un approccio più frontale con la musica, meno brani in gara (diciotto al massimo) e una durata di tre ore per sera e quattro per la finale. Interazione maggiore con lo streaming e una conduzione più aggressiva e sostenuta. Solo alcune delle cose più urgenti. E magari, come dico da anni, Alessandro Cattelan in cabina di comando.
In attesa dell’anno prossimo, andiamo a vedere nel dettaglio la finale.
Amadeus e Fiorello, lo diciamo da giovedì, dopo il disastro iniziale sera dopo sera sono migliorati. Un applauso al coraggio con cui hanno affrontato una situazione di certo non facile, ma l’impostazione di fondo era totalmente sbagliata e inadeguata. E anche aggiustando il tiro, la quadra non è mai stata trovata.
Voto: 5 a entrambi
La prima madrina della serata è stata la bravissima Serena Rossi. Si è presa il palco con piglio fenomenale, ha subito impresso un ritmo sostenuto e incalzante e ha anche cantato magnificamente. Ci è venuta voglia che presentasse tutta la serata. Voto: 8
Poi è stato il turno dell’attrice e cantante Tecla Insolia. Timida ed emozionatissima, ha retto comunque alla grande. Voto: 7
Chiude Giovanna Botteri. Spessore decisamente oltre lo standard dell’Ariston. Racconta Wuhan un anno dopo, presenta e tiene il palco con classe e mestiere. Una grande. Voto: 8,5
Zlatan Ibrahimovic lo diciamo dalla prima sera e lo ribadiamo: ma perché? Ieri sera protagonista di un monologo sulle sfide, un insieme delle più trucide banalità che o le pronuncia Rocky Balboa o sono cagate disumane. Scelta incomprensibile. Senza voto.
Momento clou della serata l’ingresso della divina Ornella Vanoni. Ottantasei anni, energia vitale da standing ovation, una voce ancora da brivido capace di commuovere e farci sognare. Due note e manda l’intero Festival al tappeto. Eterna e necessaria. Voto: 10 e lode. Splendida chicca, l’arrivo di Gabbani che duetta con lei al pianoforte. Voto. 9
A notte fonda tocca a Umberto Tozzi, operazione nostalgia che funziona alla perfezione, specie quando intona “Ti amo” e quando mi fa ballare come un coglione con “Stella stai”. Voto: 7,5
Altro splendido momento con Achille Lauro: il suo ultimo quadro è un’ennesima prova d’arte spiazzante e imprevedibile. Inaspettatamente in giacca e cravatta, questo dolente Pierrot di borgata, sulle note della sua “C’est la vie”, mostra ferite sanguinanti regalandoci al tempo stesso la sua tristezza e la sua forza. Che si mescolano, coincidono ed esplodono. Per me è, e resta, il momento più alto del Festival, il migliore, mille spanne oltre senza altro da aggiungere.
Certe feroci polemiche di questi giorni nei suoi confronti le sento alcune figlie di un’inguaribile attitudine provinciale e bigotta, altre di un ben noto terrorismo culturale (che nel suo snobismo ottuso, finisce forse per essere più provinciale del provincialismo). Ma in generale, finisco per capire le contrarietà, visto che Lauro, l’ho detto mille volte, è divisorio come pochi.
Io sto dalla parte di chi lo apprezza. Tantissimo. Voto: 10
Ed eccoci alle tanto attese pagelle finali dei brani e degli interpreti della gara, rigorosamente dal ventiseiesimo al primo posto:
26.RANDOM
Ancora un gggiovane presentato come il nuovo che avanza mentre in realtà è il più stinto e sfinito dei già visti e già sentiti. Ripeto: un bambino che canta come Gino Latilla. Dacci tregua, ti prego… Giustamente in fondo.
Voto: 2
25.AIELLO
Il destino ha voluto si esibisse per ultimo. Tolto il giorno dell’estrazione del dente del giudizio, ascoltarlo alle due di notte è stata la peggiore tortura della mia vita. Aiuto. Penultimo posto ovvio.
Voto: 3
24.BUGO
L’avevo scritto ieri: se si vascheggia troppo senza essere Vasco Rossi, si finisce inevitabilmente nel ridicolo. Bugo non è tra i miei lettori, non mi ha ascoltato e ha fatto esattamente questo: ha vascheggiato come se non ci fosse un domani. Peccato, perché il testo non è male e l’arrangiamento uno dei migliori in gara. Ma ieri sera è andato totalmente fuori da sé stesso, steccando e stonando in maniera insopportabile. Mai stato un mostro di intonazione, ma fino a ieri la cosa, contenuta, restava su un registro sporco che si sposava benissimo al pezzo. Suicidio artistico senza appello. Terzultimo posto comunque eccessivo, c’erano pezzi decisamente peggiori.
Voto: ieri sera 4; tutta la settimana 5,5
23.GIO EVAN
Ecco un altro che in finale, in quanto a prestazione, migliora. Dopo aver affogato un pezzo comunque mediocre in un campionario di forzature e pose teatrali fuori luogo, ieri sera si è contenuto, ha offerto una performance pulita e, quanto meno, il testo è risultato comprensibile. Peccato solo che il brano nel complesso sia già stato scritto ed eseguito settantuno volte. Una per ogni Festival. Per pietà, basta.
Voto: 4,5
22.FRANCESCO RENGA
Questo non è Renga. È Grignani sbronzo travestito da Renga. O è Renga posseduto da Grignani sbronzo al termine di un rito satanico celebrato da Morgan. Nell’uno o nell’altro caso, stecche a go go. Partito male e finito peggio. Inascoltabile.
Voto: 3,5
21.GHEMON
Il suo pezzo è un equilibrio tra un ottimo arrangiamento, un testo che sta in piedi tra qualche forzatura e un paio di cadute, e un’interpretazione ballerina. Fin qui aveva retto, poi proprio in finale (l’emozione di esibirsi per primo in una serata così importante?) ha offerto un’interpretazione debolissima e sballata, facendo crollare tutto quanto. Peccato.
Voto: ieri sera 4,5; tutta la settimana 5,5
20.COMA_COSE
Partiti in punta di piedi, questo urban pop dall’atmosfera incendiaria e passionale ci ha convinti ogni sera di più. Anche la loro interpretazione è cresciuta, facendosi via via più coinvolgente. Non smettono un attimo di guardarsi negli occhi, e finiscono per incendiare anche noi. Ingiustamente così in basso.
Voto: 7,5
19.GAIA
La sorpresa che ha mandato all’aria le mie convinzioni. Per tre sere non le è praticamente uscita la voce, movenze forzate per una canzone per niente memorabile. Poi, in finale, la trasformazione. Beninteso, la canzone rimane poco o nulla, ma ieri Gaia ha sfoderato la prestazione della vita, sia per vocalità che per presenza. Imprevisto. E con una canzone degna di nota, chissà…
Voto: ieri sera 6,5; tutta la settimana 5,5
18.FASMA
Ennesimo finto ggiovane senza alcuna originalità, ennesimo ragazzetto affogato nell’autotune. Trascurabile.
Voto: 4
17.MAX GAZZE’
E finalmente arriva Max. Dopo sere altalenanti in cui, complice un pezzo non immediato, sembrava non riuscire a decollare, in finale ha offerto uno spettacolo dei suoi: maglietta di Superman sotto la camicia e bagno di folla finale nella platea vuota. Quel surrealismo folle di Gazzé che ci fa impazzire. Il suo repertorio ha pezzi infinitamente migliori, ma ieri sera è stato comunque un piacere. Bentornato. E il 17esimo posto è troppo poco.
Voto: 7
16.FULMINACCI
Il testo continua a non convincermi, come una chiave che entra nella toppa ma non gira. Ma l’arrangiamento è ottimo e il ragazzo si è dimostrato un grande interprete, cresciuto sera dopo sera. Lo seguirò con piacere. Meritava una classifica migliore.
Voto: 7
15.MALYKA AYANE
Regina indiscussa della canzone contemporanea, interprete raffinata come poche, ha avuto quest’anno un percorso festivaliero decisamente indecifrabile. Indecifrabile il pezzo, fuori dai suoi soliti standard, non terribile ma con alcuni passaggi scadenti, così triti da sembrare un jingle. E indecifrabile lei, altalenante tra interpretazioni sopraffine (ieri) e altre mediocri (venerdì). Passaggio a vuoto fotografato alla perfezione dal 15esimo posto.
Voto: 6
14.NOEMI
Sempre più bella, con quell’aria da fata del Donegal incanta e innamora anche se è l’una e mezza passata. Una nuova eccellente interpretazione per una canzone purtroppo non all’altezza della sua vocalità trascinante e graffiata. Datele autori di rilievo e conquisterà il mondo. Meritava comunque un piazzamento migliore.
Voto: 7
13.LO STATO SOCIALE
L’orario è oltraggioso. Ma loro sono encomiabili per quanta generosità ci mettono a esibirsi con questa energia quando anche Marzullo dorme da due ore. Spettacolari e travolgenti, quelle esibizioni che fanno sentire ancora di più la mancanza dei concerti.
Voto: 7,5
12.EXTRALISCIO feat DAVID TOFFOLO
Dopo una settimana di grande spettacolo, splendida musica e meraviglioso casino a metà strada tra una balera a capodanno e una indemoniata festa popolare, mi aspettavo un finale con i fuochi d’artificio. Niente di tutto questo. Anzi, semmai, rispetto alle altre sere, leggermente sottotono. Il che non sposta di una virgola la loro bravura indiscussa e il bellissimo percorso che hanno fatto qui al Festival. Ma un pochino di amaro in bocca ce l’ho lo stesso… anche perché non vincono, come meritavano, il premio per il miglior arrangiamento.
Voto: comunque 8
11.LA RAPPRESENTANTE DI LISTA
Un’altra canzone di Durdust, pietà. Altri effettacci ingiustificati, pietà. Altri giovani in rappresentanza del nuovo che avanza più vecchi dei vecchi, pietà. In definitiva e in estrema sintesi, pietà. La classifica li premia oltremodo.
Voto: 4
10.ARISA
La canzone resta poca, ma sanremesissima, roba. Tuttavia Arisa, sempre con le unghie di Freddie Krueger ma meno squilibrata del solito, sfodera una delle performances migliori della sua ricchissima storia sanremese. Il suo destino manda all’aria le mie certezze. Ero convinto di vederla sul podio. Inaspettatamente falciata dal televoto.
Voto 6,5
9.ORIETTA BERTI
Continuano a trattarla come un sacrofago del museo egizio. Lei, imperturbabile e stoica, risponde cantando con classe e mestiere. La dignità che uccide la volgarità.
Voto: 7
8.MADAME
Con il vestito da sposa, la teatralità della performance, dopo tanto vagare a vuoto, dà finalmente un senso a questa canzone. Che però, come molte delle cose scritte da Durdust, è un bordello confuso di autotune ed effettacci. Senza, sarebbe una banale canzonetta d’amore. E ci piacerebbe molto di più. Premio per il miglior testo, francamente inspiegabile.
Voto: 5
7.ANNALISA
A sorpresa fuori dal podio, altra vittima inattesa del televoto (e della sala stampa). Per la finale, tornano le tette di fuori. Ma all’una passata, e alla quinta maratona consecutiva, ho la sessualità di un panda in letargo e non riescono a risvegliarmi dal torpore. Torpore che non mi impedisce però di ascoltare la canzone, che purtroppo è sempre la stessa: rime imbarazzanti per i soliti arrangiamenti banali che qui a Sanremo da settant’anni si ripetono uguali a loro stessi. Voce sprecata.
Voto: 5
6.WILLIE PEYOTE
Finalmente qualcosa di nuovo. Un cantautore delicato, che non ha la potenza eversiva della denuncia ma che con una poesia essenziale sa tratteggiare la realtà contemporanea nella più profonda delle maniere. Tifavo spudoratamente per vederlo sul podio. Peccato. Ad ogni modo, come avevo pronosticato, è suo il Premio della Critica.
Voto: 8
5.IRAMA
Ora, ok la solidarietà per la sfiga della quarantena all’ultimo minuto. Ma forse questa decisione di tenerlo lo stesso in gara non è stata così giusta. In fondo altri si sono sottoposti alla pressione di prestazioni migliori o peggiori a seconda della serata, lui ha potuto contare su una registrazione ovviamente sempre uguale, fatta oltretutto senza la tensione della diretta. Ingiustizia o giustizia a parte, la canzone è comunque pessima e l’interpretazione irrilevante. E quell’effettaccio distorto, per essere credibile andrebbe messo in bocca di Daitan III o del grande Mazinger. Nel contesto della guerra tra due mondi, non certo sul palco dell’Ariston. Quinto posto decisamente eccessivo.
Voto: 4
4.COLAPESCE e DIMARTINO
Arrivano e subito è rotonda dell’estate del 1979. Uno dei due (ancora ho dei dubbi su chi effettivamente sia Colapesce e chi Dimartino) dopo l’evidenziatore Stabilo Boss si presenta vestito con la busta frigo dei surgelati Esselunga, ma il loro dancefloor è irresistibile, ogni sera di più. Sicuro tormentone dei prossimi mesi, questo inno al disimpegno è in realtà molto meno disimpegnato di quanto sembri. E la ragazza sui pattini a rotelle è un’apparizione azzeccatissima, la personificazione di una certa malinconia retrò che non sappiamo spiegare, ma ci afferra l’anima. Meritato premio della Sala Stampa.
Voto: 8
3.ERMAL META
Non soffre la pressione dei favori del pronostico. Entra con il piglio e la sicurezza dei grandi artisti, con questo brano che è un po’ troppe cose (pop e cantautorale, sanremese e non sanremese) per essere davvero qualcosa, ma lui lo interpreta in maniera pulita e tecnicamente perfetta. Sembrava sicuro della vittoria, e infatti al momento della proclamazione ci rimane palesemente male. Vince comunque il premio per la miglior composizione musicale, che però secondo me meritavano altri.
Voto: 6,5
2.FRANCESCA MICHIELIN e FEDEZ
In finale non hanno il rotolo di carta igienica. In compenso lei si presenta con la camicia da notte di Biancaneve, un confetto che va subito di traverso. Lui, ovviamente, con la solita verve alla Andrea Pirlo, espressivo come una stufa a pellet spenta, nemmeno canta, nemmeno sussurra. Zufola. La Michielin la butta allora sul recitativo e prendendo per mano Fedez prova a salire sulle note alte interpretando una scena di passione. Praticamente, visti gli abiti e l’intensità, Gianburrasca e Mago Zurlì sul Titanic. Un incubo.
Il voto è sacro, ma non mi capacito di questo secondo posto. E continuerò a non capacitarmi a lungo.
Pessimo segnale.
Voto: 3
1.MANESKIN
Che una rockband abbia vinto per la prima volta Sanremo non può che rendermi felice. Il pezzo comunque continua a non convincermi. Troppo costruito, troppo artefatto, le male parole disposte col bilancino per dimostrare di essere trasgressivi e di rottura. Ma sul palco, quando vogliono, anche con un pezzo sostanzialmente fasullo come questo, sanno essere devastanti e irresistibili. Tolto il super show della serata delle cover, in finale hanno dato il meglio. E alla fine è una vittoria meritata.
Voto: 6,5
E con questo è davvero tutto. Anche in questa situazione così strana e surreale, per l’ennesimo anno mi sono divertito come un pazzo a seguire questa sconsiderata follia. Che a suo modo, in tutta questa pesantezza che ci circonda da dodici mesi, mi ha concesso una bella vacanza di leggerezza.
Uno stato d’animo che, anche in minima parte, spero di avervi trasferito.
Quest’anno, tra social, quotidiani on line e sito internet, ho fatto decisamente “il botto”.
Nel senso che mai prima d’ora avevo avuto così tanto seguito e così tanti commenti. Quindi non posso che ringraziarvi, per tutta questa fiducia. Grazie per le risate, l’appoggio e anche per le critiche. I geni che mi hanno minacciato di morte per aver elogiato Achille Lauro non li ringrazio, anche se, come direbbe Battiato, mi spingono solo a essere migliore, con più volontà
L’appuntamento è ovviamente per l’anno prossimo. Adesso, dopo l’ennesima settimana sanremese insonne, vado a farmi una flebo e una dormita di ventiquattro ore.
Grazie ancora!!!!
Il vostro
RL

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