La giornata mondiale del teatro o l’arte di gridare sticazzi

A quanto pare oggi è la GIORNATA MONDIALE DEL TEATRO.
Perdonate la crudezza, ma sti cazzi. Anzi, maiuscolo, STI CAZZI.
Sono tredici mesi che non vedo un palco, più di un anno che non faccio una prova, un anno e passa senza i ragazzi del teatro a scuola.
Soprattutto, senza sapere quando – e se – sarà possibile riprendere tutto questo.
L’unica cosa che so, l’unica certezza che ho è che da marzo scorso ho perso ventidue repliche in programma tra aprile e luglio (più quelle potenziali che magari sarebbero venute), che a questo punto non saranno mai recuperate; che gli altri due spettacoli che avevo in cantiere non posso permettermi di prepararli senza avere la certezza della ripartenza, e che quindi non sono fermi, ma proprio bruciati; che il progetto di teatro a scuola giace vittima dello stesso destino; che più della metà delle realtà del mio e nostro circuito probabilmente cesseranno di esistere; che ho scritto un monologo per un’attrice e mi vergogno a proporglielo.
Che ho perso dei soldi. Non importa quanti e non importa che io “ho comunque un lavoro fisso e non devo lamentarmi”. Sono comunque soldi persi, soldi reali già investiti e soldi potenziali. Soldi miei e per me e soldi di altri e per altri che nel mio piccolo i miei ancora più piccoli monologhi avrebbero comunque mosso e fatto girare.
Che questa è la mia situazione personale, da moltiplicare per dieci, cento, mille, centomila, cinquecentomila realtà simili, identiche, più piccole, più grandi, gigantesche, importanti, drammatiche… fino a raggiungere le dimensioni di una tragedia immane che nessuno vuole raccontare.
Quindi no, io non ho proprio un cazzo da festeggiare o celebrare e questa iniziativa mi sembra come la beffa definitiva, la finale e grottesca presa in giro.
Cosa dovremmo fare secondo voi oggi, io e tutti i teatranti del mondo, fotografarci con la maschera di Arlecchino o il teschio di Amleto, fare una diretta vestiti da Pulcinella, postare citazioni di Shakespeare e dichiarazioni di amore all’arte del palcoscenico dicendo che, comunque e tuttavia, andrà tutto bene?
STI CAZZI un’altra volta. Non andrà bene niente, niente può andare bene in un mondo che del teatro e dell’arte se n’è fregata in tempi normali e che in tempi di emergenza ha addirittura rimproverato chi se ne preoccupava, in un mondo dove non importa niente a nessuno di chi lavora nello spettacolo, di chi con quello porta a casa la pagnotta, dell’importanza sociale, culturale ed educativa di migliaia di realtà amatoriali e formative…
STI CAZZI.
Festeggiate voi.
Io riesco soltanto a bruciare come una moltov.

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