“La poesia esiste perché alcuni uomini cercano di mettere i fiori in prigione”

Sullo sfondo, la leggendaria CITY LIGHTS BOOKS di San Francisco, il più grande tempio della poesia contemporanea.
Davanti, l’immenso LAWRENCE FERLINGHETTI, anarchico, libraio, editore, poeta.
Artista.
Uno splendido giovanotto che ieri sera, all’età di 101 anni, ha lasciato questo mondo per raggiungere i prati verdazzurri del Beat stellato dove, già da tempo, i fedeli compagni Kerouac, Ginsberg, Corso, Bukowski, Pasolini, Pivano e altri, illuminano galassie ascoltando jazz.
Un fanciullo, e senza alcuna iperbole o metafora. I poeti – quanto meno i veri poeti e i grandi poeti – non invecchiano e restano fanciulli. Ma non quella fanciullezza idiota di certi quegli stupidi quarantenni che deliberatamente non crescono per non assumersi responsabilità e non accettare la vita. No. Si tratta della fanciullezza che conserva uno sguardo puro sulle cose e sulle persone, capace di entusiasmarsi per un’alba, emozionarsi per un tramonto, reinventare il mondo con le parole, vivere ogni giorno come una perenne avventura del tutto nuova e mai banale.
Un ragazzo eterno e bellissimo che 101 anni fa è nato a New York, da un padre italiano morto d’infarto prima della sua nascita e da una madre messicana finita in manicomio. Cresciuto dagli zii, partito per la seconda guerra mondiale e testimone dello sbarco in Normandia. Laureato due volte, a New York e a Parigi. Alla fine degli anni ’40, nella capitale francese partecipa alla fondazione della famosissima libreria “Shakespeare & Company”. Si entusiasma a tal punto che vuole farlo anche negli USA. Ma non a New York. Per farlo sceglie San Francisco, all’epoca ancora un gigantesco paesone che ha nei suoi punti di forza una cittadinanza tendenzialmente progressista e lontana dalle paranoie bigotte del maccartismo, e il clima della California.
Lui, Ferlinghetti, non lo sa, ma quando nel 1953 apre la sua creatura più amata, la City Lights Books nel quartiere di North Beach, sta inventando il mito della West Coast. E dal nulla sta fabbricando il laboratorio dei mitici anni 60.
Attorno alla sua libreria attirerà ben presto un’orda splendida, pacifica e variopinta, di artisti, poeti, pittori, scrittori, musicisti, vagabondi, hippy ante litteram e altre folli e bislacche meraviglie del genere umano che coloreranno North Beach di musica, versi, reading, contaminazioni.
E sogni smisurati come quello di fermare le bombe armati di poesia.
Quei folli che qualche anno prima, al Greenwich Village e anche loro senza saperlo, avevano “inventato” la Beat Generation – l’ultimo grande movimento letterario della storia dell’umanità -, da New York si riversano a San Francisco, ribattezzandola Frisco e dando avvio alla più grande rivoluzione anarchica nonviolenta del novecento.
Allen Ginsberg in una jam session infuocata legge il suo capolavoro HOWL e incendia la California. Il nostro ragazzo di nome Lawrence Ferlinghetti decide allora di trasformarsi in editori e stampa quel poema pazzesco destinato a essere l’inno di almeno tre generazioni.
Ferlinghetti finisce in galera e sotto processo. Ma HOWL vende 100mila copie e una volta libero, la sua libreria/ casa editrice espone orgogliosamente in vetrina la scritta LIBRI CENSURATI.
Nel frattempo scrive. Poesie meravigliose. Immortali. Come il verso in cui grida “La poesia esiste perché ci sono uomini che vogliono mettere i fiori in prigione”.
La sua grandezza è scrivere solo ciò che gli piace e quando gli piace. Come edita soltanto i libri che gli piacciono. E vende soltanto i libri che gli piacciono.
L’ultima meravigliosa resistenza alle leggi del mercato.
Amico intimo di Pasolini, Kerouac, Jodorowsky, ovviamente di Fernanda Pivano e di Bukowski. Era l’idolo di Jim Morrison che, ragazzino, visse per un paio d’anni a Frisco bazzicando il North Beach e imparando cosa fosse la poesia. E abbracciando in toto gli ideali e la forma della Beat Generation.
Io l’ho conosciuto proprio grazie a Morrison. Attraverso la mia passione per la musica dei Doors sono arrivato alla Beat Generation e a Ferlinghetti. Dopo aver ascoltato “Strange Days”, ho comprato “The Coney Island of my mind”, il libro d’esordio del fanciullo Lawrence.
Nel 1997 è venuto a Firenze. E mi ha illuminato la giovinezza con un reading che ancora oggi ricordo minuto per minuto.
Una settimana dopo morì Ginsberg e in contemporanea sparì dai nostri cieli la cometa Heil Bop, che se ne stava lì da qualche mese.
E ho sempre pensato che sia venuta per Ginsberg e con Ginsberg se ne sia andata.
Oggi mi piace pensare che ieri sera la vecchia Heil Bop sia tornata per prendersi Ferlinghetti, e che sia ripartita lasciando meravigliose scie fluorescenti.
Altro non so dire e che cavolo vuoi dire.
Solo grazie, a questo bimbo anarchico che a suo modo lo ha spiegato anche a me, cosa fosse la poesia e cosa significasse scrivere versi.
Soprattutto quando, nei consigli a un giovane scrittore, scrive:
“Esprimi il vasto chiarore del mondo esterno, il sole che vede tutti noi, la luna che allunga le sue ombre su di noi, i quieti stagni nei giardini, i salici su cui canta il tordo nascosto, il crepuscolo che cade lungo la sponda del fiume, e i grandi spazi che si aprono sul mare… l’alta marea e il richiamo dell’airone… E la gente, la gente, sì, in tutto il mondo, che parla le lingue di Babele. Dà voce a tutti loro”
Grazie

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