Il fallimento

La politica ha fallito.
Non oggi, non con questo o con il precedente governo. Fallisce sistematicamente da trent’anni in quanto tale, in quanto categoria, su tutta la linea e in ogni sua declinazione.
La fine della Prima Repubblica – che superficialmente continuiamo ad imputare a Tangentopoli, mentre fu un processo di ben più ampio respiro inserito nel contesto internazionale della fine della Guerra Fredda e dei trattati di Maastricht – aveva posto in maniera drammaticamente urgente la necessità di cambiamento profondo, di riforma radicale dell’intero sistema. Occorreva completare finalmente il percorso di una democrazia ancora incompiuta e incatenata da quarant’anni alla logica di Yalta, e al tempo stesso proiettarla in un futuro completamente nuovo.
Era la grande sfida della Seconda Repubblica. Ma per raccoglierla e vincerla anche solo in parte, era necessaria una grande politica, lungimirante e visionaria, capace di pensare e agire in relazione al futuro.
Al contrario ci fu, e c’è tuttora (e anche più di ieri, in un precipizio al ribasso), una classe politica minuscola e inadeguata.
Capace soltanto di riproporre in maniera caricaturale quel clientelismo e quella spartizione borbonica degli spazi su cui si reggeva la Prima Repubblica, ma senza che ci fossero più i grandi partiti di massa a fare da architrave al sistema né gli equilibri che ne garantivano l’esistenza. Di costruire alleanze a priori con lo stesso principio da “manuale Cencelli” con cui per quarant’anni si erano costruite a posteriori, dove il compromesso non era sintesi ma, appunto, stralcio e spartizione. E ovviamente di ridurre l’intera azione politica alla dialettica tra berlusconismo e antiberlusconismo.
Chi in questi trent’anni si è posto e proposto come “anti sistema” e ha scalato il palazzo in virtù del deliberato proposito di sparigliare le carte e smuovere il pantano – Lega versione 92, Lega di Salvini e Movimento 5Stelle su tutti – ha finito per impoverire ulteriormente una classe politica già imbarazzante, riempiendola di incultura, improvvisazione, banalità populiste e incompetenza ai limiti del ridicolo. Non riportando la politica in strada tra la gente, come sarebbe auspicabile, ma trasformando l’urlo, la pernacchia e la scoreggia di strada in politica.
La tragedia della pandemia non ha soltanto mostrato i limiti di un governo inadeguato, ma ha fatto esplodere la miseria trentennale della classe politica mostrandoci tutto il suo totale fallimento. In tutto e per tutto.
Mario Draghi, di tutto questo, è l’inevitabile conseguenza.
Non amo Draghi e non riesco a guardarlo con favore o speranza. E non devo spiegare perché, c’è la mia storia ideologica che parla da sola. Niente contro la persona, che è sicuramente un’eccellenza e un gigante a confronto dei nani che continuiamo ad eleggere. Ma è proprio ciò che rappresenta a essere quanto di più lontano dal mio modo di intendere la società degli uomini.
Eppure, nonostante questo, ne comprendo l’inevitabilità. Laddove la politica fallisce, e non fallisce come governo o fazione ma nella sua interezza senza speranza di alcun ricambio generazionale (almeno nell’immediato), per forza subentra la tecnica e il tecnocrate. Specie se in ballo c’è una questione cruciale come i soldi per la ricostruzione.
Paradossalmente, e non avrei mai pensato di dire una cosa del genere, la tragedia è che il prossimo governo non sarà abbastanza tecnico e che in buona parte sarà composto da esponenti dei partiti.
Che, in definitiva, saremo ancora ostaggio di questa classe politica senza alcun valore, la cui miseria nessuna eccellenza potrà mai bilanciare.
E non vi sarà mai alcun cambiamento.

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