AnteFestival. Il Sanremo che verrà

Pronti via. Quarantotto ore, minuto più minuto meno, e l’edizione più surreale della storia di Sanremo – storica a prescindere, prima ancora di cominciare – inizierà la sua avventura.
Visto che probabilmente il dibattito bene farla/ che scandalo farla fagociterà tutta la settimana tra rigurgiti moralisti e trucidumi immorali, concentriamoci esclusivamente sullo show e sulle canzoni.
Dunque, che Sanremo sarà?
La scorsa edizione, Anno Primo dell’era Amadeus, aveva portato sul palco canzoni generalmente di discreto livello e, inaspettatamente (io ero tra i più scettici), uno show in linea generale molto più che dignitoso. Che poi era naufragato in tempistiche insostenibili, lungaggini terrificanti ed eccessi di improvvisazioni. Ma che comunque come ossatura reggeva.
E quest’anno?
Le canzoni non l’ho sentite (non ho ancora il potere giornalistico per accedere alle anteprime, ma ci stiamo lavorando), ma ho letto i testi. E non promettono nulla do buono. L’impressione è che la qualità sia decisamente inferiore rispetto all’anno scorso. Il che inevitabilmente riaccenderà la discussione sul perché i grandi nomi disertano il Festival. Che generalmente non vengono in gara, è vero. Ma è anche vero che quando vengono, non spostano di un millimetro gli ascolti. Anzi, semmai succede il contrario. Morandi in due anni portò in gara Battiato, Dalla e Vecchioni. Ma gli ascolti rimasero lontani anni luce da quelli di Carlo Conti. Per dire… quindi semmai occorre chiedersi 1) quanto sia auspicabile un Festival di grandi nomi per uno spettacolo che vive di ascolti; 2) perché il nuovo e il commerciale, da anni, non riescono ad attestarsi su livelli minimi e accettabili di qualità.
Tradotto: più che il Festival, è l’industria musicale a diversi intereogare. E riformare.
Andando allo show, paradossalmente l’emergenza e l’assenza di pubblico possono essere un’occasione da sfruttare. Ovvero, il Festival può finalmente asciugare quell’aspetto di infinito polpettone senza ritmo dove dentro ci finisce talmente tutto che le canzoni spesso e volentieri finiscono in secondo piano. Accorciare i tempi, applicare le grandi qualità tecniche che i programmi delle pay tv, tanto le dirette quanto quelli di montaggio, stanno dimostrando.
La notte degli Oscar dura due ore e quarantacinque minuti. Lo sappiamo prima e non c’è verso che duri di più o di meno. Non si capisce perché il Festival si sappia quando inizi, mentre la fine sia a un orario imprecisato tra le due e le quattro del mattino. Non è il bello dell’imprevisto, ma la tragedia dell’improvvisazione.
Purtroppo anche in questo caso le premesse non sono delle migliori. Infarcito di un numero abominevole di ospiti, mette in gara qualcosa come ventisei cantanti. Un numero sconsiderato che, vado a memoria, non si vedeva dal 1989. Una edizione che, pur contando brani di qualità altissima (Almeno tu nell’universo, per dirne una…), la ricordiamo per uno degli show più catastrofici e insostenibili della storia.
In tutto questo la grande consolazione è che con premesse simili, può solo andare meglio.
Predisposti alle sorprese, attendiamo fiduciosi.
Buon Festival a tutti!

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