La rabbia e l’abisso

La tragedia della pandemia è una guerra.
Della guerra ha la minaccia continua, l’incertezza, la paura, il numero spaventoso di vittime, lo sconquasso sociale, la crisi.
E come ogni guerra non viene dallo spazio, da un destino infame, da un eccesso di sfortuna o da un dio particolarmente vendicativo.
Viene dagli uomini.
Loro l’hanno provocata e determinata, ed è su di loro che ricade ogni responsabilità.
Responsabilità, appunto: bisognerà che se ne parli, prima o poi, che tra i tanti proclami di ripartenza e rinascita, queste responsabilità vengano tirate fuori, discusse, messe in fila, spiegate. Non certo per smania di vendetta o per dare il la a un regolamento di conti. Ma perché non può esistere futuro se non si conoscono e riconoscono le responsabilità del passato.
Anche quando il piano vaccinale – in un tempo assai più lungo di quanto pensassimo – ci porterà fuori da quest’incubo, saremo sempre a rischio di simili catastrofi se non cambieremo radicalmente – e nella più repentina delle maniere – questo modello di sviluppo e ciò che esso comporta: il disboscamento indiscriminato che priva gli animali selvatici del loro habitat portandoli a convivere con l’uomo nella più innaturale delle maniere, le condizioni paurose e fuori controllo degli allevamenti intensivi per sostenere consumi sempre più elevati (e inutili) e mercati sempre più vertiginosi e iniqui.
Potrei continuare a lungo, ma mi fermo qui.
Un po’ per stanchezza (non so davvero da quanto tempo ripeto queste cose come un disco rotto, annoiandomi da solo), un po’ soprattutto per rabbia.
E a farmi arrabbiare è il calendario, che mi dice che siamo nel 2021. Vent’anni esatti dal G8 di Genova. Mi arrabbio perché quel movimento frettolosamente chiamato “no global” di cui facevo parte, tutti questi allarmi li lanciava già vent’anni fa.
La maggior parte di voi non se ne è accorta, ma nei giorni prima delle manifestazioni, in quel luglio torrido, ci fu una serie di convegni, dibattiti e tavole rotonde in cui si esponevano le ragioni della nostra protesta. E sul banco degli imputati c’era proprio questo modello di sviluppo che, dicevamo, avrebbe portato il pianeta alla rovina. Uno dei tanti dibattiti era specificatamente dedicato alla connessione tra allevamenti intensivi, trasmissione di virus tra specie diverse e rischio pandemie.
Avevamo vent’anni ma non eravamo così idioti.
Peccato davvero che, invece di ascoltarci, ci abbiate trattato da terroristi massacrandoci di botte.

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