Guns ‘n’ Roses – “Don’t Cry”

Sul finire degli anni 80 in molti iniziarono a chiedersi dove fosse finito il rock, quello vero, senza fronzoli, duro, sporco e cattivo.
Dove diavolo fosse finito sotto tutto quel cool e tutto quel kitsch che erano stati croce e delizia del decennio.
La risposta arrivò più o meno sul gong, nel 1987. E fu Appetite for Destruction, album d’esordio – e capolavoro assoluto – dei Guns ‘n’ Roses. Un disco pazzesco, irripetibile, estremo e sconsiderato come chi lo aveva concepito.
Al punto che quando sorse l’alba sul nuovo decennio, l’attesa per il sequel era molto più che spasmodica. Una specie di demo rimesso a nuovo dalla digitalizzazione, non placò la fame di nessuno. E allora i Guns che già erano in piena fase di trasformazione da assassini della periferia di Los Angeles in carrozzone miliardario ambulante, sboroni ed eccessivi, sputarono fuori non uno, ma due dischi, quel Use Your Illusion I e II – uno giallo e uno blu, 16 e 14 canzoni a testa, che fanno TRENTA, roba mai vista – mandati sul mercato insieme.
E rimasti in vetta alle classifiche per anni, mentre la band fece ventiquattro mesi ininterrotti di tour.
Al di là della follia dell’operazione commerciale unica nel suo genere, del successo planetario, lì dentro ci sono certo bellissimi pezzi, alcuni leggendari, ma come album sono sfilacciati e pretenziosi, e con Appetite hanno ben poco da spartire.
Però cazzo, ci sono pezzi che ci hanno suonato in testa per anni, quella cover acida di Dylan o quella devastante di McCartney. C’è la saga rock di Civil War e l’assurdamente barocca November Rain.
Ma soprattutto c’è Don’t Cry.
Che uno: inaugurò il filone “video che non c’entrano un cazzo” che fecero la fortuna degli anni 90 e di MTV;
Due: è il più bel pezzo di quei trenta;
Tre: è difficile trovare qualcosa che faccia “primi anni 90” più di questo pezzo;
Quattro: quante pomiciate reali o presunte al sapore di tabacco, Ceres e Brooklyn bianca, ascoltando queste note?
A voi che ancora mi chiedete chi erano i Guns ‘n’ Roses
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