Occhi di gatto, ovvero…

OCCHI DI GATTO… ovvero la storia di tre sorelle bonazze e tettone che gestiscono un ristorante (detta così sembra l’inizio di una commedia boccaccesca ambientata a Cesenatico, ma si tratta di un manga/anime e siamo in Giappone) e che, tra una comanda e l’altra, mettono in atto piani ingegnosissimi per rubare preziosissime opere d’arte. E ovviamente non rubano per avidità, ma per ricostruire la collezione del padre trafugata illo tempore dai nazisti. Vi sembra assurdo il fatto che i nazisti si siano messi a fare incetta di collezioni giapponesi? Anche a me, ma non quanto che le opere d’arte più preziose del mondo 1) si trovino o transitino tutte in Giappone; 2) ogni due giorni debbano spostarne qualcuna da una parte all’altra del Sol Levante.
Ma tant’è…
Ad ogni modo, licenze storico-artistiche a parte, secondo la celeberrima sigla ovviamente cantata da Cristina “monopolio” D’Avena, le tre bonazze di cui sopra – che nella versione “anglicizzata” andata in onda in Italia si chiamano Kelly, Sheila e Tati – sarebbero tre ladre “furbissime”.
Falso e fuorviante. Come tutte le sigle italiane degli anime. In realtà ste maggiorate qua, lungi dall’essere furbissime, sono tre pazze furiose che, proprietarie di un noto ristorante chiamato “Occhi di gatto” (frequentato tra l’altro dall’intero corpo di polizia cittadino), pensano bene di scegliere come nome con cui rivendicare i loro furti “Occhi di gatto”, lasciando sui luoghi del misfatto biglietti che recano pure LO STESSO LOGO del ristorante (roba che Sharon Stone in Basic Instinct spostate proprio… ).
Come se non bastasse, il loro travestimento da ladre consiste in un tacco 12 (giustamente, per correre sui tetti, calarti con le fune, scappare nelle fogne… che ti vuoi mettere? Il tacco 12, ovvio… ) e una tutina aderente che strizza in maniera inverosimile le tette facendole debordare e traboccare in ogni dove.
Se non le beccano e non le arrestano buttando via la chiave, è solo perché sono circondate da una massa di deficienti che non solo non si accorgono di niente ma, capolavoro, queste LEGGERISSIME coincidenze nemmeno le notano.
Assoluto e indiscusso re dei deficienti è Matthew, agente di polizia assegnato al caso della banda di ladre “Occhi di gatto” e, udite udite, FIDANZATO (SIC!!!) di Sheila. Cioè, capito? Questo qui per SETTANTRÉ PUNTATE (che equivalgono, più o meno, a settantatré furti) non è in grado di riconoscere, nella tettona che a volto scoperto sgraffigna quadri quotati miliardi, la sua fidanzata!
Anche giustificando la più libera delle creatività, è francamente troppo. A meno che la saga di “Occhi di gatto” non sia una gigantesca metafora della totale e inguaribile idiozia maschile.
Del resto, l’unico poliziotto a farsi sfiorare dal dubbio che forse – ma forse eh – tre sorelle con un ristorante che si chiama allo stesso modo di una banda di, guarda caso, TRE ladre, sono quanto meno sospette e quanto meno andrebbero indagate, è Alice, una donna (che però porta gli occhiali e questo la fa percepire da tutti come brutta e sfigata… ergo ecco la spiegazione del perché le ragazze della mia generazione hanno fatto la fortuna delle ditte di lenti a contatto), che in quanto donna è l’unica che durante gli inseguimenti riesce a sollevare lo sguardo dalle tette delle ladre e a guardarle in volto.
L’ipotesi – quella della metafora dell’idiozia maschile dico – pare confermata anche dal fatto che il cartone rientra nella categoria di quelle storie concepite dagli autori giapponesi principalmente per un pubblico maschile. Non che i maschi non arrivino a comprendere le astrusità paradossali della trama, che tra l’altro è una trama assai semplice, con pochi personaggi sempre uguali e priva di sviluppo orizzontale (ovvero ogni episodio è autoconclusivo e ripete l’identico schema piano-furto-fuga), con l’eccezione di un finale – nell’anime- addirittura metateatrale, dove Tati mette in scena uno spettacolo in cui Matthew scopre che la fidanzata Sheila è una ladra, facendolo interpretare a loro stessi (pare una citazione dell’Amleto, in realtà è una cagata pretenziosa dove Matthew, qualora ce ne fosse bisogno, fa ulteriormente la figura del coglione). È che proprio loro, gli spettatori maschi, puberali o prepuberali che siano, le astrusità di cui sopra non le vedono proprio: ipnotizzati dalle tette delle procaci sorelle e scivolati in un delirio iniziatico di autoerotismo, al resto non ci fanno proprio caso.
Ecco perché quando si finisce, tra noi di quella generazione maledetta, a parlare di cartoni, arrivando a “Occhi di gatto” praticamente nessun maschio riesce sulle prime a ricordare la trama, per quanto semplice fosse. Ma, occhi pallati, riesce solo a mormorare come un assetato smarrito nel Sahara: TE… TE… TETTE!!
Rincoglionire una generazione: fatto.
Passo e chiudo, alla prossima!

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