“Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”

Raccontare il 1991 (il mio 1991, ma forse anche il nostro) al cinema, parte seconda. Ecco, anche se la manciata di film è raddoppiata e spacchettata in due post, la selezione è comunque un disastro e dolorosissima, vista la spettacolare abbondanza di pellicole in quell’anno di grazia.
E sicuramente da menzionare alcuni capolavori assoluti, tipo il monumentale Lanterne Rosse, ovviamente premio Oscar senza altra discussione possibile, che io me lo ricordo – oh se me lo ricordo – la nostra faccia tipo condannati a morte, della serie “oh merda, un film cinese no, sai che palle”, ma mi ricordo pure – soprattutto – come da quella poltrona non ci fu verso di schiodarci, che quel film così bello e assoluto ci catturò e ci incatenò pur nella nostra acerba adolescenza. E altro che due palle. E fu pure l’anno di due film che no, non vidi al cinema (anzi, in quell’anno manco mi accorsi che uscirono), ma vidi qualche anno dopo: il primo Les amants du Pont Neuf, splendido ed estremo nel suo dolore e nel suo romanticismo, che vidi e scoprii l’ultimo anno di liceo, e oltre a segnare l’inizio del mio innamoramento eterno per Juliette Binoche, fu tra i principali responsabili della mia passione per le storie marginali e “maledette”; il secondo lo splendido Racconto d’inverno di Rohmer, che invece vidi e scoprii il primo anno di università, e sì, in quanto a scrittura dei sentimenti mi insegnò molto più di qualcosa.
Scendendo poi a bomba dall’olimpo dei capolavori alle paludi del terra terra, come non ricordare, di quel 1991, il tormentone del film verità che avrebbe scandalizzato il mondo, ovvero quello Whore nel cui trailer la voce off calcava la mano e con enfasi esagerata, affinché non esistessero dubbi sull”argomento del film, tuonava “Whore – PUTTANA, al cinema!”. Poi andavi al cinema e scoprivi che non c’era alcun film verità a scandalizzare il mondo intero, ma solo una cagata gigantesca. E poi c’era l’indimenticabile La Riffa, altra memorabile cagata, ma la presenza di Monica Bellucci, giovanissima e soprattutto seminuda, ci spinse in massa a guardare il film, affrontando pioggia, tempesta e uragani.
E poi c’era la rinascita – vivaddio! – dei film “inchiesta”, che finalmente tornavano, in Italia e all’estero. Negli USA Oliver Stone, infaticabile, nello stesso anno di The Doors faceva uscire JFK – Un caso ancora aperto, torrenziale e decisivo, forse a tratti in eccesso di retorica, forse a tratti annacquato da troppa fiction, ma comunque indispensabile per accendere la luce su uno degli eventi più torbidi e intricati del 900, nonché pietra miliare del percorso di ossessiva restituzione degli anni 60 operata dal regista per tutta la sua carriera. Mentre in Italia arrivava Muro di gomma, di livello tecnico senz’altro non memorabile, eppure coraggiosissimo, punto di partenza imprescindibile per la mia generazione per capire e ricostruire l’incredibile scandalo di Ustica.
Ma in assoluto il film che più di tutti scosse la mia giovanissima coscienza civile e la mia indignazione fu Il Portaborse, esordio di Luchetti con un fenomenale Nanni Moretti nella parte del politico rampante e uno strepitoso Silvio Orlando nel ruolo del portaborse; un lucido, caustico e spietato della politica appena appena ante Tangentopoli, la corruzione come cancro immanente, il “giovanilismo” servito alle masse come illusione di un futuro inesistente. Meraviglioso e dolorosissimo.
E almeno una menzione meritano, in ordine: Hook, ovvero il ritorno di Peter Pan, con due mostri come Robin Williams (e chi altri poteva fare Peter Pan da adulto?) e Dustin Hoffmann (e chi altri poteva fare l’eterno Capitan Unicno?) a farci tornare bambini; Paura d’amare, a proposito di mostri (Al Pacino e Michelle Pfeiffer, mica pizza e fichi), splendido, che all’epoca ovviamente non capii, ma che oggi entra dentro e fruga l’anima a ogni inquadratura; A proposito di Henry, visto a scuola, bellissimo e commovente; Scappo dalla città, che col mio amico del cuore ancora citiamo, specie l’indimenticabile sequenza iniziale della festa dei genitori a scuola.
E ci fu anche Donne con le gonne, che non è il miglior Nuti, ma è l’ultimo film del mio amatissimo Cecco prima di quel grande buio che lo avrebbe risucchiato senza scampo (e anche se non al top, c’è comunque spazio per momenti indimenticabili, tipo “e ora si trombaaaaa”).
E, infine, l’immenso – IMMENSO, IMMENSO, IMMENSO – The Commitments, che non vidi al cinema, che nemmeno seppi della sua esistenza quell’anno, ma che qualche anno dopo mi arrivò dritto in faccia, e nel cuore; soprattutto, nel cuore, inaugurando la mia passione per il bianco e nero… e per l’Irlanda.

Ma se tra tutti questi ne dovessi scegliere uno, uno soltanto, sceglierei senza dubbio POMODORI VERDI FRITTI, capolavoro assoluto, visto e rivisto centinaia di volte e chi entrò dentro, sottopelle, da subito, da quella prima visione al cinema, diventando una imprescindibile colonna sonora della mia vita.
Una storia straordinaria, emozionante, tenera e dolorosa, travolgente e intensissima. Indimenticabile.
Che sì, è una storia di sorellanza, forse il capolavoro assoluto sul tema della solleranza, ma nessuno più dei maschi DEVE vederlo. Perché poche cose come questo film riescono a far scoprire l’incredibile e meraviglioso femminile che è dentro ognuno di noi. E ci rende migliori. Nell’incanto di una ammaliatrice di api che tutti meritiamo di incontrare…

#gliAnniNovantaAlCinema
#jukebox
#anni90

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