Lestini a Sanremo (edizione 2020)

LESTINI A SANREMO – i VOTI della prima serata

Signore e signori,
su il sipario finalmente. Un anno dopo rieccoci ancora qui, 70esima edizione del Festival e 32esimo anno consecutivo che commento e a stilo pagelle e giudizi più o meno semiseri, più o meno indemoniati, più o meno cattivissimi, su questo carrozzone gigantesco, abborracciato, perennemente claudicante ma inossidabile come nient’altro.
Almeno per la costanza e l’impegno, il DopoFestival me lo meriterei più di chiunque altro. L’anno prossimo infatti, sono seriamente intenzionato a impormi con la forza. In attesa della presa del palazzo d’inverno, quest’anno limitiamoci ancora una volta a cronache, voti e commenti.

Prima assoluta di Amadeus, e come presentatore e come direttore artistico (indispensabile sottolineare il doppio ruolo visto che, dirò dopo, gli esiti a mio avviso sono stati molto diversi). Chi mi legge, soprattutto chi è così fuori di testa da leggere questa rubrica delirante, sa benissimo che il biennio Baglioni mi era piaciuto tantissimo (specie il primo anno, edizione 2018, a mio avviso la migliore dal 2000 a oggi) e che per il post Baglioni avrei seguito altre strade. Tutto questo per confessare che sì, partivo decisamente prevenuto.
Troppo prevenuto, perché, per fortuna, il risultato complessivo è lontano anni luce dai mappazzoni insostenibili e vergognosi simil reality show e simil sabato sera con Maria De Filippi dell’era Carlo Conti. Infatti, come direttore artistico, Amadeus smentisce totalmente le mie remore e i miei pregiudizi e convince in pieno. Ha il merito di seguire la strada sacrosanta suggerita da Baglioni: cercare di rappresentare tutti i generi e puntare sulla qualità. Per quanto possibile ovviamente, visto che siamo a Sanremo, non a Woodstock, e chi contesta senza tener conto di questo piccolo dettaglio perde continuamente occasioni per tacere. Al momento quindi, come direttore artistico, visto il livello delle canzoni che è riuscito a portare in gara, si prende un meritato 7.

Come presentatore, così come lo show nel suo complesso, il risultato è decisamente inferiore alla selezione delle canzoni. Dopo un buon inizio, ritmo lento, a tratti lentissimo. Vero che mamma RAI ha scelto Amadeus, suo prodotto per eccellenza, per rischiare zero e andare sull’usato più sicuro possibile, ma la sensazione è che lui per assolvere a questo compito abbia decisamente esagerato. Tutto, la sua ingessatura, le sue battute, la scenografia, la sigla, sapeva clamorosamente di vecchio, una specie di mistura di anni 80 e anni 90 che non è mai riuscita a decollare. Un eccesso di ordine dove è mancata la sana follia del “non presentatore” alla Baglioni. Voto ad Amadeus come presentatore, al momento: 5 (all’imitazione di Celentano direttamente 2).

Anche Fiorello, come al solito centellinato col contagocce, è apparso sottotono, ripetitivo, poche battute azzeccate. Ci aspettavamo di più. Voto: 5.
Diletta Leotta, senz’altro brava come giornalista sportiva, sul palco dell’Ariston ha meno verve di una cabina telefonica guasta, lenta come un bradipo zoppo, durante l’inascoltabile monologo per la nonna riesce a guarire le più croniche delle insonnie. Anche mia figlia, fin lì eccitatissima dalle canzoni e saltellante, stramazza di colpo. Voto: 4.
Tutt’altra storia Rula Jebreal, classe, bellezza, fascino e profondità d’animo incalcolabili. Necessario, toccante e finalmente incisivo il suo intervento sui femminicidi, inframezzato da alcuni dei versi più alti della miglior canzone d’autore italiana. Presenza divina, la parte migliore della serata. Voto: 9.
Tiziano Ferro, voce senza dubbio gigantesca (ma una domanda: se ama così tanto il Festival, perché non gareggia?), ma ieri sera ha steccato anche lui. Canta “Nel blu dipinto di blu” in tenuta e con movenze da concerto di Natale, al punto che se di colpo si infilasse un berretto rosso e attaccasse “Oh happy days”, non ci troverei nulla di strano. Poi si esibisce in “Almeno tu nell’universo”, canta con generosità e si commuove pure. Ma niente da fare, per cantare quella canzone ci vuole una sofferenza, un dolore lacerante che il pur bravo Tiziano non coglie manco di striscio. Voto: 4,5.

Gli ospiti centrali della serata sono Al Bano e Romina Power. E va bene il Festival “old style”, va bene la memoria storica, va bene la celebrazione del passato, ma sti due qua, lei che non ha più voce e lui che ne ha troppa, con ste canzoni che fanno ancora più cagare di trent’anni fa, “riuniti” con l’unico scopo di battere cassa in un evidente momento di magra, hanno decisamente rotto il cazzo. Con l’aggravante che presentano pure un inedito (sic!!), scritto a sei mani con Malgioglio (aiuto, pietà!!) e che si intitola “Raccogli l’attimo” (eh???? Raccogli??? Ma che cazzo dite?? Che cazzo sarebbe? RICARPE diem???). Se la serata stentava a decollare, loro la ammazzano definitivamente. Da ergastolo. Voto: 0
Incomprensibile la presenza del cast dell’ultimo film di Muccino (voto: 1 a tutta l’operazione), mentre Emma, potente e ruggente (voto: 8 – riscatta tutta la banda abborracciata degli ospiti della prima sera.

Deludente la regia (pastrocchio reiterato di movimenti circolari e mezzi primi piani che non fanno mai risaltare la musica, voto: 5), imbarazzanti le luci, con un’alternanza continua tra il freddo (un blu che colora l’Ariston come un panettone Motta) e il caldo (un rosso che lo colora come una caramella Rossana) che manco un bambino delle elementari che si diverte in consolle (voto: 2).

E veniamo alle canzoni in gara.

I GIOVANI – Riportati da Amadeus in prima serata, si esibiscono in una doppia sfida per decidere i due primi semifinalisti. Il primo scontro vede da una parte la band Eugenio in via di Gioia, che presentano il pezzo migliore della categoria, un brano dal ritmo irresistibile (e accompagnato da un balletto meraviglioso), suonato benissimo e con un testo non banale (voto: 8 ) e dall’altro Tecla, che presenta una canzone sulle donne, non solo con un testo molto al di sotto delle aspettative (il verso “siamo solo di passaggio” oltre che trito pare un tragico presagio), non solo con un’interpretazione piatta e monocorde, ma con una partitura che nell’attacco è identica a “Un senso” di Vasco Rossi (voto: 4,5). Purtroppo, e inspiegabilmente, vince Tecla. Nel secondo match un confuso ed eccessivamente urlante Fadi, che però diventa il nostro idolo quando si congeda inneggiando alla Romagna e al Sangiovese (voto: 5) e un Leo Gassman in versione mistica, con un brano da riascoltare ma che sembra interessante (voto: 6). Vince, con merito, quest’ultimo.

I BIG (in ordine di esibizione)

IRENE GRANDI – La premiata ditta Rossi/Curreri senza troppo sudore (e senza troppe pretese), in un Festival che dell’ovvio e dell’usato sicuro ha fatto il grande quid della conduzione, va sul sicuro disegnando ad hoc per la vocalità di Irene Grandi il più classico pop rock. Ultra vascheggiante in alcuni passaggi, orecchiabile e godibile, la Grandi, in forma strepitosa (a parte l’evidente difficoltà nello scendere le scale), lo interpreta alla perfezione, con grinta e determinazione. Ci è piaciuta. Senza farci strappare i capelli, s’intende. Voto: 6,5

MARCO MASINI – Palesemente fuori forma, il brano è senza dubbio da riascoltare. Ma la sensazione è che, forma o non forma, sia poca roba. Il look simil hypster non basta a elevare un testo banalotto (con ovviamente quello “stronzo” d’ufficio che Masini, evidentemente, deve cantare per contratto) e arrangiamenti già sentiti. Scialbo. Voto: 5

RITA PAVONE – Questa donna ha più mobilità fisica del sottoscritto, di moltissimi miei coetanei e di diversi giovincelli; quindi prima di tutto, per questo, chapeau. Peccato solo che non siamo in palestra, ma sul palco dell’Ariston e lei canti (poco) e urli (tantissimo), e con le performance ginniche cerchi di nascondere un brano trito e decisamente brutto. Ci aspettavamo di peggio, ma anche così può bastare. Voto: 4

ACHILLE LAURO – L’anno scorso lo avevo massacrato. Poi, seguendolo e approfondendo il personaggio e le sue canzoni, l’ho pian piano rivalutato. Ieri sera è arrivato in tunica per poi sfoderare una tutina pazzesca, cambiando probabilmente la storia del festival. E, soprattutto, cantando una canzone davvero bella. Tutto questo, la sua performance, il suo brano, la sua nudità tragicamente esibita, il dolore sfacciato dei suoi occhi liquidi, farà discutere e spaccherà in due l’opinione pubblica. Ma è questo che da secoli fa l’arte, quella vera: divide e non concilia. E ieri sera questo ho visto, nel bene e nel male: un artista. Come non ne vedevo da tempo. Voto: 9

DIODATO – Vestito con l’impermeabile che l’ispettore Gadget mette ai funerali dei parenti stretti, canta la più sanremese delle canzoni presentate ieri sera. Lui è bravo, la canzone onesta e di quelle che, da queste parti, arrivano sempre in fondo. Per questo l’abbiamo già sentita. Un centinaio di volte e da una trentina d’anni a questa parte. Voto: 5,5

LE VIBRAZIONI – L’ultima volta avevano provato a portare rock puro, con effetti, tanto negli arrangiamenti quanto nell’esecuzione, a dir poco imbarazzanti. A questo giro hanno, saggiamente, optato per l’unica cosa che gli riesce bene, ovvero il rock pop melodico. La canzone è nelle loro corde, ma loro, a parte l’idea meravigliosa della LIS, sono imbolsiti e infagottati come un complesso sbronzo a un matrimonio a Rossano Calabro. Faticosi. Voto: 5

ANASTASIO – Che questo ragazzo, (stra)vincitore di X Factor 2018, sappia scrivere davvero bene, è indubbio e risaputo. E infatti il testo – pure se non è il suo migliore – è molto bello, pieno di immagini potenti e profonde. L’interpretazione invece, convince poco o niente. Forse è l’emozione della prima, ma tende a strafare, e non essendo un cantante quando spinge sull’acceleratore restano solo le urla. E poco altro. Può crescere, e non poco, con una performance degna di questo nome. Voto: 5

ELODIE – Altro prodotto dei talent (prima X Factor e poi Amici), si presenta con un look da urlo ultra aggressivo. Presenza scenica incalcolabile. Siccome mi innamoro più o meno all’istante, la canzone mi pare interessante, un bel pop con un crescendo irresistibile. Vorrei darle 7, ma la tempesta ormonale mi impone precauzione. Voto: da risentire a mente (e a doccia) fredda.

MORGAN & BUGO – E finalmente arriva Morgan. Dopo anni e anni di attese, di pochi e rapidi guizzi e di innumerevoli cadute e delusioni clamorose, questo talento tristemente inespresso della canzone italiana si presenta a Sanremo con un brano interessante e una performance decisamente convincente. Con il bravissimo Bugo forma la più improbabile delle coppie, e forse proprio per questo funziona da dio. Un elettropop micidiale, arrangiato molto bene e con un testo interessante. Se Morgan non fosse così sfacciatamente e irreparabilmente sfatto e posseduto da Satana, il brano potrebbe addirittura crescere sera dopo sera. Voto: 7

ALBERTO URSO – L’ennesimo tenore prestato alla musica pop. Già fatto con Pavarotti. Già rifatto con Bocelli. Tutto il resto è noia. Parecchia noia. Voto: 4

RIKI – Prima della sua esibizione ignoravo chi fosse. Dopo, ignoro il perché del suo successo. L’ennesimo tritume del più vecchio già visto e già sentito fintamente travestito da ggggiovane. Un punto in meno per il ciuffo. Voto: 3,5

RAPHAEL GUALAZZI – Arriva sul palco che è l’una abbondantemente passata. Dicevo della lentezza del festival… bene, stasera erano solo dodici… che succederà quando dovranno cantare in ventiquattro?? Detto questo, nonostante l’ora ignobile, il pezzo di Gualazzi non delude: raffinato, musicalmente colto, divertente e a tratti irresistibile. E, soprattutto, arrangiato e suonato splendidamente. Voto: 7,5

E con questo amici carissimi, per la prima sera è tutto.
Arrivederci a domani con i voti della seconda serata!

Vi aspetto!

#lestiniasanremo

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LAVORARE CON (troppa) LENTEZZA – Lestini a Sanremo, i voti della SECONDA SERATA

Signore e signori,
pronti via ed è già seconda serata. Prima, però, la celebrazione del successo, visto che la prima serata di Amadeus “il normalizzatore” è stata un autentico trionfo.
Critiche sostanzialmente positive e soprattutto una sbornia di ascolti con lo share abbondantemente oltre il 50%. Non succedeva da quindici anni, segno che la strategia RAI circa “l’usato sicuro”, paga e funziona.

Noi, nel nostro piccolo, confermiamo più o meno quanto detto ieri. Ovvero, bravo Amadeus nella scelta e nell’assemblaggio dei brani in gara (il 7 di ieri lo confermiamo), molto meno bravo nell’allestimento dello show nel suo complesso. Come ieri parte bene, quasi benissimo: il suo stile garbato, misurato e “smodatamente” normale, di certo rassicura è quasi conquista (del resto lo cantava il grande Dalla, che “l’impresa eccezionale è essere normale”). Addirittura, corregge il tiro (tradotto: si limita a presentare, visto che ogni volta che azzarda a fare lo showman il risultato è grottesco). Poi però succede qualcosa e la macchina s’inceppa. Anzi no, non s’inceppa niente, semplicemente succede che la brodaglia si allunga in maniera insostenibile. Lavorare con lentezza è il più bello e sano degli slogan, ma qui si è tragicamente esagerato: una scaletta sconsiderata ha fatto sì che alle ventidue ancora non avesse cantato nessun big, a mezzanotte e mezza avessero cantato solo in sei, la metà. Una lentezza devastante, a tratti letale, tempi biblici che hanno reso il tutto a tratti snervante. Peccato, perché in realtà sarebbe un tutto pieno zeppo di cose interessanti.
Per ora manteniamo il 5 di ieri… ma con riserva. Se alla prova del nove, stasera con tutti e 24 in gara, la storia si dovesse ripetere, arriviamo a 4 in un baleno.

Il compagno di viaggio prediletto, ovvero Fiorello, di tutto questo pare essere il simbolo. Più in forma del debutto, inizio tambureggiante, irresistibile, da antologia vestito da De Filippi. Poi perde il filo, sfora ogni tempo possibile, giogioneggia, annacqua.
I tempi biblici sono anche (soprattutto? non a caso nella seconda parte dello show scompare, non torna nemmeno per leggere la classifica alla fine) responsabilità sua. Da 5,5 a 5 pieno.

Per quanto riguarda le compagne di viaggio, stasera tocca alle giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti. Ovviamente ingessate è altrettanto ovviamente fuori ruolo, ma hanno classe e professionalità da vendere. Non siamo ai vertici sublimi di Rula, ma sono comunque una coppia impeccabile. Voto: 7 a entrambe.
Poi arriva il turno di Sabrina Salerno, e… appena arriva, la mia reazione è gdyjfsjcsyikddikfsijdruvaaykfru (tradotto: bufera ormonale stile seconda media). Cioè, la sabrinona vestita con quello spacco hdsubdeujv e quello scollo fdeigdriheuk….
Voto 10 e lode e shhrajkssgondr.

L’ospite fisso Tiziano Ferro, dopo le stecche e le sbavature del debutto, ieri sera si è buttato finalmente in un pezzo sulle sue corde (e che corde!!), duettando col padre putativo Massimo Ranieri in una versione da brivido dell’immortale “Perdere l’amore”. Voto: 9 al duetto (roba che tremano i vetri, con la somma delle loro voci), 9 a Ranieri (immortale e splendido, a parte il rosso Magenta dei capelli, s’intende) e 7,5 al Tiziano redivivo.

Gli ospiti centrali della serata sono invece I pluriannunciati Ricchi e Poveri, al ritorno alla loro storica formazione a quattro (che poi divennero tre per un problema di corna).
Purtroppo, devo ripetere quanto già detto ieri per Al Bano e Romina: questa continua operazione nostalgia a tutti i costi, questo riesumare personaggi ormai imbarazzanti, incapaci di stare sul palco e senza più voce (a parte la brunetta, evidentemente posseduta da Satana e chiaramente reduce da una serata con Morgan), tragicamente in play back, presenti solo perché in crisi economica, hanno rotto il cazzo.
Anche un miracolo di canzone come “La prima cosa bella” (che pure 50 anni fa eseguirono in coppia con Di Bari), la distruggono ignobilmente nella loro versione da rotonda del Pidocchietto. Deleteri (roba che Gigi D’Alessio che all’una meno venti canta “Non dirgli mai” (voto 5,5), a confronto pare quasi un mostro di poesia e bravura). Voto: 0

Meno male Zucchero, un gigante che con tre pezzi eseguiti divinamente ci porta fuori dalla tragica landa dei nani. Quando attacca “Sana e consapevole libidine”, è mezzanotte passata, ma non riesco a non cantare a squarciagola. Immenso. Voto: 9

Sul versante tecnico, leggermente meglio la regia (passiamo da 5 a 5,5), sempre imbarazzanti le luci (ma sto gioco caldo Rossana e freddo Motta, quando finisce??).

E adesso, via con le canzoni in gara.

I GIOVANI – L’apertura è della cantautrice Martinelli e della rapper/batterista Lula, duo insolito ma efficacissimo che, nonostante un arrangiamento mediocre, presentano un pezzo coraggioso sull’Ilva, ben scritto e ben interpretato (voto: 7,5); a sfidarle Fasma, emozionato fino al tremore, con un brano dignitoso e nulla più (voto: 6). Vince Fasma, assurdamente e incomprensibilmente, con sta giuria demoscopica che inizia a farci rimpiangere il televoto. Nel secondo scontro tra Marco Sentieri, che presenta un brano a dir poco orrendo, deleterio e dannoso sul bullismo (voto: 3), e Matteo Faustini, bella voce ma con un pezzo brutto e già sentito (voto: 4). Vince Sentieri. Ergo, quell’oscena finta canzone di denuncia, ci toccherà riascoltarla.

I BIG (in ordine di esibizione)

PIERO PELÙ – Vedere Pelù sul palco dell’Ariston, è come andare a un’orgia e incontrare il Papa. Perciò, il mio smarrimento iniziale è più che comprensibile. Poi mi riprendo. E nonostante ogni volta che senta Piero senza Ghigo mi pare manchi qualcosa, questo pezzo è un ottimo rock, asciutto e potente, niente di trascendentale ma, da queste parti, tanta, tantissima roba. Sicurezza. Voto: 7

ELETTRA LAMBORGHINI – Infagottate e strizzate le forme felliniane nell’avanzo di stoffa della tutina di Lauro, la Lamborghini, con una voce più inconsistente di una novantottenne con la broncopolmonite, sfodera una prestazione molto più che imbarazzante. E nonostante questo palco sia stato calcato dai più improbabili dei personaggi, la sua presenza resta lo stesso un mistero. Grottesca. Voto: 2.

ENRICO NIGIOTTI – Tante aspettative ancora una volta disattese. Il ragazzo i numeri ce li ha, ma di nuovo non è in grado di metterli a frutto. Con appena tre mesi di carriera alle spalle, già si ripete e già cita tragicamente se stesso. Spuntato. Voto: 5

LEVANTE – Si esibisce subito dopo l’arrivo di Sabrina Salerno e quindi djdibdilfrokit… sono confuso e jxrunduhey… Di sicuro non capisco se lo stare continuamente piegata sia previsto dalla performance o dalla paura di perdere il vestito. Ad ogni modo la canzone mi pare buona e l’interpretazione eccellente. Voto: per ora 7, poi la risentiamo perché kcgjdhcsyk…

PINGUINI TATTICI NUCLEARI – Tutto, ma proprio tutto – loro, il titolo, il ritmo, l’arrangiamento, il testo – dannatamente “carino”. Così carino da suonare furbetto e calcolato. Da valutare. Per ora: 6,5

TOSCA – La classe esiste, la raffinatezza pure. Ed entrambe vivono nella voce e nell’arte di Tosca. Voce straordinaria per un pezzo delicato e profondo, interpretato in maniera sublime. Chapeau. Voto: 8,5

FRANCESCO GABBANI – Bella canzone (io, che non sono un gabbanista, al primo ascolto la ritengo una delle sue migliori), testo decisamente interessante e una delle migliori performance della serata. E Gabbani è risaputamente un diesel che cresce sera dopo sera. Occhio. Voto: 7,5

PAOLO JANNACCI – un brano dignitoso per una interpretazione garbata. Niente di più e niente di meno. Voto: 6

RANCORE – Esiste anche un rap che ci piace. E senza dubbio è quello che fa Rancore. Un grande pezzo, un testo davvero splendido (il migliore?) e una performance intensa e sofferta che profuma di teatro. Grande. Voto: 7,5

JUNIOR CALLY – Eccolo qui, lo scandalo, l’oggetto di tanto (vano) discutere delle settimane che hanno preceduto il Festival. Catapultato a un’ora grottesca (è l’una e un quarto, lo vedranno in pochi… ), scopriamo che no, proprio no. Non è pericoloso. Fa solo musica trascurabile. E anche se in scena ci sa stare, non riscatta una canzone decisamente brutta. Voto: 5

GIORDANA ANGI – Totalmente ignota al sottoscritto, la ragazza mi sorprende con una voce inaspettatamente graffiata e potente (quasi alla “Nada”) e una presenza scenica davvero notevole. Peccato che la canzone sia un autentico suicidio: ma come minchia si fa, nel 2020, a venire a Sanremo con la millesima canzone sulla mamma e pretendere che qualcuno, per di più all’una e mezzo di notte, ti stia pure a sentire? Sconsiderata. Voto: 4,5

MICHELE ZARRILLO – Il veterano per eccellenza, che ultimamente arriva all’Ariston come lo avessero ibernato nel 1995 e scongelato per l’occasione, stavolta ci stupisce con un brano fuori dal suo repertorio. Ma che non stride e che lui interpreta con decisione e mestiere. Voto: 6,5

E con questo è tutto. Appuntamento a domani, con i voti dell’abbuffata della terza sera!

#lestiniasanremo

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L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL KARAOKE – Lestini a Sanremo, i voti della terza serata

Signore e signori,
a dimostrazione di come il tempo passi spietato, nemmeno il modo di cominciare e già siamo al giro di boa della terza serata.
E comincio subito con una critica, così senza manco il tempo di scaldarsi: una delle cose che più avevo apprezzato della direzione artistica di Baglioni era stata la soppressione della serata delle cover e il ritorno dei duetti, ovvero la canzone in gara riarrangiata e cantata dal suo interprete in coppia con altro artista per dargli nuovo è insolito respiro. Il che ha senso, in un Festival in cui a gareggiare sono le canzoni e non i cantanti. Ma ecco che Amadeus riporta di schianto le cover. E mi dovete dire che senso ha che il voto dato alle cover vada a concorrere alla classifica finale. Anche perché sta storia delle cover fu inventata da Morandi come pura serata celebrativa per i 150 anni dell’unità d’Italia. Poi, complice soprattutto Carlo Conti, ci siamo fatti prendere la mano e le cover sono diventate parte integrante della gara. Inevitabile, in un paese che non ha più il coraggio di proporre e sa solo ripetere, dove nei locali ci sono cover band fino alla nausea. E dove quella che al Festival chiamano serata delle cover non è altro che un gigantesco karaoke, claudicante, abborracciato, che trasuda squallore ma di cui, come tragico riscatto alle nostre più turpe italiche mediocrità, non riusciamo a farne a meno.

Con tutto che Amadeus non solo rimette le cover/karaoke, ma non toglie nemmeno i duetti. Cioè, sulla falsariga di un festival chilometrico dove dentro sta entrando letteralmente di tutto, le cover possono essere eseguite in duetto.
E a proposito del Festival chilometrico, la scaletta, visto i tempi spaventosi delle prime due sere, fa tremare.
Tremore purtroppo fondato: nonostante ieri sera Fiorello – che coi suoi continui e sistematici sforamenti era tra le cause principali della maratona ai limiti del sostenibile – non ci fosse, la pretesa di buttare tutto dentro ha avuto la meglio producendo una serata mostruosamente lenta di cui più volte è parso impossibile venirne a capo.
E lo ripetiamo per la terza volta consecutiva: non è un Festival brutto, anzi… canzoni di livello medio alto e tanta – ma tanta eh – roba interessante (del resto lo share, il migliore dal 1995!!!, non è certo un’opinione). Ma è oggettivamente troppo lento e lungo (a mezzanotte, di 24 che si devono esibire, non siamo nemmeno a metà). E la musica finisce spesso in secondo piano.
E Stasera, ci dispiace, un 5 globale allo show non glie lo toglie nessuno.

Il super ospite della serata, ovvero Roberto Benigni, di tutto questo è l’emblema più lampante. Dargli uno spazio di quaranta (40!!!!) minuti, può pure essere legittimo vista la levatura del personaggio. Ma perché nella sera con la scaletta più imbolsita e pigiata della settimana?
Detto questo, la sua lectio magistralis sul Cantico dei Cantici è senza dubbio tanta roba, anche se si ha sempre la sensazione che il buon Roberto, Dante o altro, da quindici anni stia ripetendo comunque lo stesso monologo.
Voto: 7

Tiziano Ferro invece, sulla lentezza ha voluto dire la sua, lanciando frecciatine a Fiorello e facendo intendere di essere incazzato nero per aver cantato troppo tardi.
Il risultato è che ieri sera lo hanno riabbattuto dopo mezzanotte e mezzo…
Quando hai voce in capitolo…
Voto: 7 di solidarietà

Per le donne della serata, 10 e lode alle sette splendide cantanti (dalla Pausini alla Nannini passando per Emma, Mannoia, Amoroso, Giorgia ed Elisa) che il 19 settembre si esibiranno insieme in un concerto evento contro la violenza sulle donne.
Riguardo le conduttrici, imbarazzante lo sketch Juve/Inter che Amadeus monta con Georgina (ovvero lady Ronaldo). Oltretutto lei, alla conduzione, è poca roba. Voto: 5 (2 allo sketch pallonaro).
Decisamente meglio la brava e bella Alketa Veisju. A lei soprattutto il merito dei pochi tentativi di velocizzare i tempi biblici.
Voto: 7,5

E andiamo alle cover, che dico dico, ma anche io alla fine ho sforato di brutto…

LE COVER (in ordine di apparizione)

MICHELE ZARRILLO con FAUSTO LEALI – geniale ripescaggio di una ormai semi dimenticata “Deborah”. Per di più con l’interprete originale. Che se Zarrillo quest’anno ha una forma insolita e piacevole, del tutto fuori dai suoi schemi, Leali è sempre un bel sentire. Voto: 7

JUNIOR CALLY con VILITO – Cally per onorare a suo modo un pezzo che definire cult è dire poco (“Vado al massimo”), ce la mette davvero tutta e a tratti è pure encomiabile per l’impegno. Peccato che, al di là dei suoi limiti oggettivi, i Vilito distraggano ogni sul sforzo in maniera quasi scientifica. Voto: 5

MARCO MASINI con ARISA – anzitutto, l’arrangiamento di questa versione di “Vacanze romane” è a dir poco fenomenale. E Il basso, un martello epico. Per il resto, troppo stralunati i due interpreti, Masini a velocità raddoppiata e Arisa sempre con la sensazione di essere a un passo dal commettere un efferatissimo e inspiegabile omicidio.
Voto: 5,5

RIKI con ANA MENA – Lui con la presenza scenica di un criceto, lei con l’intensità interpretativa di una lavatrice a gettoni. Inascoltabili. Voto: 3

RAPHAEL GUALAZZI con SIMONA MOLINARI – Uno swing sublime e travolgente di uno dei più grandi capolavori della canzone italiana (“E se domani”). La raffinatezza di Gualazzi impreziosita dalla grazia immensa della Molinari. Semplicemente splendida. Voto: 8,5

ANASTASIO con PFM – Messa da parte l’emozione della prima, Anastasio sfodera una prestazione incredibile riproponendo a suo modo “Spalle al muro” di Renato Zero. E, ovviamente, il fatto che accanto a lui ci sia la PFM, semplicemente la più grande banda della storia della musica italiana, lo esalta a dismisura. Non una cover, ma uno stravolgimento con una scrittura perfetta e ispiratissima. Effetto karaoke meravigliosamente evitato. Voto: 8

LEVANTE con FRANCESCA MICHIELIN e MARIA ANTONIETTA – Levante assembla un trio al femminile per riproporre il trio festivaliero per eccellenza (Morandi/Ruggeri/Tozzi). Tanto potenziale, ma alla fine svolgono semplicemente il compitino.
Voto: 6

ALBERTO URSO con ORNELLA VANONI – La Vanoni non sbrocca, è un po’ ci dispiace. Però, nell’esecuzione de “La voce del silenzio”, è impeccabile come sempre. Il problema è che le tocca accompagnare Alberto Urso, che dispensa acuti con la stessa facilità e casualità con cui Salvini spara cazzate. Deleterio. Voto: 3,5

ELODIE con AEHAM AHMAD – Versione intimista del super classico “Adesso tu”, talmente introspettiva, interiorizzata e sussurrata, che spiazza e quasi infastidisce. Ma è l’artista, bravissima e di cui sono sempre più mortalmente innamorato, a farla sua. E il risultato è notevole, specie perché anche lei evita l’effetto karaoke. Voto: 8

RANCORE con DURDUST e LA RAPPRESENTANTE DI LISTA – Uno dei pezzi più belli della storia del Festival (“Luce” di Elisa) nella versione splendida e sorprendente di Rancore, che con i suoi compagni di palco crea un irresistibile effetto jam session. Ieri sera, il migliore. Voto: 9

PINGUINI TATTICI NUCLEARI – La direzione dice portate una cover. E loro rispondono con un Medley micidiale che, partendo da “Papaveri e papere” e arrivando a “Rolls Royce”, fa ballare tutto l’Ariston. Forse ai fini della gara non è così giusto, ma con la più irriverente delle provocazioni restituiscono, nel bene e nel male, lo spirito più autentico di serate come queste. L’insostenibile leggerezza del karaoke. Voto: 7,5

ENRICO NIGIOTTI con SIMONE CRISTICCHI – “Ti regalerò una rosa” faticosa e poco credibile quando il microfono tocca a Nigiotti , diventa splendida quando la palla passa a Cristicchi.
Peccato che in gara ci sia il primo. Voto: 5

GIORDANA ANGI con SOLIS STRING QUARTET – Arriva in gara a Sanremo con un pezzo sulle mamme e pretende di essere originale. Propone una cover di Mia Martini e pretende di reggere il confronto. Tesoro mio… ma ci sei o ci fai??? Kamikaze. Voto: 5

LE VIBRAZIONI con CANOVA – L’arrangiamento è interessante e l’accoppiata con Canova funziona. Ma da “Lo chiamavano Jeeg Robot” in poi, l’unica cover possibile di “Un’emozione da poco” è quella di Marinelli nei panni dello zingaro. Inoltre, le Vibrazioni continuano a sembrarmi, nel look e nella cera, la band dei matrimoni di Rossano Calabro.
Voto: 6

DIODATO con NINA ZILLI – Provato da tre giorni di ore piccole, quasi all’una e con ancora dieci brani da eseguire, sto per crollare.
Poi arriva lei, la dea Nina Zilli, mio unico e disperato amore (che, mio dio mio dio, balla pure). Non solo mi risveglio, ma i miei ormoni si trasformano in ferocissimi cuccioli di pitbull.
Voto: ma che cazzo ne so…

TOSCA e SYLVIA PEREZ CRUZ – Uno dei vertici più luminosi e commoventi della nostra canzone d’autore, “Piazza Grande”, nelle mani e nella voce di Tosca, una che la poesia di Dalla ce l’ha a dir poco nel sangue. Anima a iosa, classe e maestria come se piovessero. Il controcanto in lingua della Perez Cruz compie il miracolo di alleggerire e, al tempo stesso, scavarci dentro. Due regine in alchimia perfetta. Voto: 9

RITA PAVONE con AMEDEO MINGHI – Esecuzione di un grande classico, “1950”, così strampalata e bislacca che pure Minghi, ovvero il suo stesso autore, va in confusione e fa totalmente cilecca.
Aggravante non da poco: in questo brano così intimo e raccolto, la Pavone si muove a scatti come cantasse la Pappa col Pomodoro.
Voto: 4

ACHILLE LAURO con ANNALISA – Ancora Mia Martini, “Gli uomini non cambiano”. Ma Achille Lauro intelligentemente evita qualsiasi assurdo confronto optando per una nuova performance di suoni e teatro che inquieta e colpisce. La voce di Mimì era certo altra storia, ma dentro Lauro, nelle vesti di un inquietante Pierrot asessuato che la Martini la evoca senza farle il verso, c’è un dolore potente e graffiato che tiene in piedi e rende dannatamente credibile questa stranissima cover.
Sì, questo ragazzo ci piace sempre più.
Voto: 9

BUGO e MORGAN – Bugo con poca voce e quasi sempre fuori tempo. Morgan tragicamente sbroccato, più fuori di testa dell’omino pazzo che incontri alla fermata del tram e più spiritato di Jack Nicholson nella scena madre di “Shining”. Ma quando suona è sempre un gran suonare e l’arrangiamento di “Canzone per te” è davvero notevole. E poi a Morgan gli si vuole bene come si vuol bene al compagno di banco problematico.
Voto: 5,5

IRENE GRANDI con BOBO RONDELLI – Splendida esecuzione della meravigliosa “La musica è finita”. Magnifico, profondo e commovente il grandissimo Bobo Rondelli, intensa e vera la bravissima Irene.
Voto: 8

PIERO PELÙ – Meravigliosa, irresistibile e indiavolata versione ultra rock di “Cuore matto”. Geniale il duetto con Little Tony in video d’epoca. Piero Pelù, in stato di grazia e forma strepitosa, ci fa ballare all’una e trenta di notte. E scusate se è poco.
Voto: 8

PAOLO JANNACCI con FRANCESCO MANDELLI e DANIELE MORETTO – Ovviamente emozionantissimo, Paolo Jannacci propone una delle canzoni più belle e sofferte del repertorio gigantesco del padre. Una di quelle emozioni che arrivano senza filtri e da cui è un piacere dell’anima farsi investire.
Grazie. Voto: 7,5

ELETTRA LAMBORGHINI con MISS KETA – La Lamborghini che praticamente alle due canta “Non succederà più”, è probabilmente la crudeltà più perversa che ho subito nella vita.
Inascoltabile. Voto: 3

FRANCESCO GABBANI – Semplicemente geniale l’idea di presentarsi in tuta da astronauta e tricolore cantando “L’italiano”.
Riuscire a Divertire e stupire pur avendo avuto la disgrazia di stare in fondo a questa scaletta pantagruelica, non è da tutti. Voto: 7,5

Uff… e con questo è davvero tutto.
Appuntamento a domani per i voti della quarta serata, dove torneranno le canzoni in gara e dove torneranno le Nuove Proposte.
E una scaletta terrificante conta qualcosa come VENTOTTO CANZONI IN GARA!!!
Preparate caffè in abbondanza!
Vi aspetto!!

#lestiniasanremo

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NIPOTI D’ARTE E FOLLIE DI TARDA NOTTE – Lestini a Sanremo, i voti della QUARTA SERATA

Signore e signori,
eccoci giunti al penultimo atto di questo Festival che continua a battere record e collezionare numeri clamorosi. Ad esempio anche la serata delle cover ha sfondato il tetto del 50% di share, cosa che non accadeva dal 1997.
Che poi erano gli anni 90, niente pay Tv e Mediaset rassegnata, la settimana del Festival, a un palinsesto sotto tono. Altri tempi, semplicemente imparagonabili.
E andiamo alla serata.

Prima di tutto e su tutto, necessario e dovuto il tributo a Vincenzo Mollica, la passione incarnata, la poesia del giornalismo giunto, per problemi di salute, all’ultimo Festival.
Voto: 10 con Lodi incalcolabili.

Secondo, il “caso” Morgan. Che Morgan abbia dei problemi, è evidente e risaputo. Da sempre. Che per le cover tra lui e il compagno d’avventura ci fossero stati problemi, era altrettanto evidente. E ieri il bubbone è inevitabilmente esploso.
A un’ora già di per sé assurda, le due passate, Morgan attacca a cantare cambiando le parole del testo, leggendole da un tablet. I versi originali diventano accuse al vetriolo verso Bugo (reo di averlo boicottato non provando la cover e cercando di farlo fuori prima della finale). Quest’ultimo, adirato, lascia il palco. Poi, se ne va pure Morgan.
Amadeus li insegue, Fiorello intrattiene, poi torna il direttore artistico e decreta: squalificati.
Peccato. Non per la perdita della canzone, cui si sopravvive tutti, sia noi sia loro. Per Morgan, che a inizio kermesse sembrava aver finalmente trovato quella dimensione “normale” di cui avrebbe disperatamente bisogno. Se ne avesse avuto la forza, sarebbe diventato una delle espressioni più alte della nostra musica. Invece, è solo la tragica e tristissima parodia di una rockstar. Il “caso” di ieri, se a farlo fosse stato chiunque altro, sarebbe stato uno scandalo clamoroso. A farlo però è lui, ed è solo grottesco.
Tristezza infinita.

Il problema dei tempi lunghissimi, cui tante parole abbiamo dedicato nei giorni scorsi, oggi lo lasciamo stare. Un po’ perché la scaletta mostruosa di ieri comportava inevitabilmente orari molto più che marzulliani. Un po’ perché, soprattutto, tra il serio e il faceto i tentativi di porvi rimedio ci sono stati e sono stati evidenti. E, a parte l’incredibile numero a sorpresa di Morgan, sostanzialmente tutto è filato liscio e senza intoppi.
Fiorello infatti, tra i principali responsabili dello sforamento, ieri sera è stato finalmente asciutto e incisivo, finalmente in forma sfoderando alcuni momenti irresistibili. Su tutto, Montagne Verdi cantata sulla base di Generale. Da antologia. Bentornato Fiorello. Voto: 7

Convince meno, ma quello lo sapevamo fin dall’inizio, il meccanismo di voto (troppo macchinoso, troppe figure diverse che votano nelle varie sere fornendo classifiche che un po’ sono inattendibili e un po’ condizionano nella peggiore delle maniere) e la distribuzione dei cantanti nelle varie serate: a parte che sfugge il senso di conteggiare i voti ricevuti per le cover (in gara, al Festival della medesima, non c’è la canzone?), perché due sere di fila con tutti e 24? Non era più logico lasciare la “sera speciale”, ovvero le cover, al venerdì, e far cantare tutti e 24 nella sera d’esordio? Con tutto che, far esibire nella prima sera solo 12 artisti, non è nemmeno giusto: significa dargli 24 di più di passaggi radio e piattaforme streaming che, visto che il peso del televoto in finale è pari al 34%, non sono proprio bruscolini.

Ad ogni modo, tempi lunghi o lunghissimi, regolamento contorto o meno, precario equilibrio tra trash e grande spettacolo, sta baracca sta in piedi di brutto, ed è impossibile non prenderne atto.
Ad Amadeus e al suo show, voto: 6,5.

Per le compagne di viaggio, stasera tocca prima di tutto ad Antonella Clerici. Infilate nelle sue solite sobrissime bomboniere, è quasi perfetta nel presentare i cantanti in gara, ma diventa deleteria quando gigioneggia negli sketch. Voto: 6 (stiracchiato).
Poi arriva il turno di Francesca Sofia Novello. Lasciando stare le polemiche sul “passo indietro” che tanto hanno tenuto banco, la ragazza è goffa, impacciata. A tratti, nel presentare le canzoni, decisamente imbarazzante. Presenza inspiegabile. Voto: 4

L’ospite fisso Tiziano Ferro, tolta la pace in diretta con Fiorello con l’esecuzione di “Finalmente tu” (palesemente forzata), ogni sera è più sciolto, e sentirlo nel suo repertorio e a un’ora dignitosa, è uno splendido sentire.
Però Tiziano dai… l’anno prossimo ti vogliamo in gara!
Voto: 7,5

Gli altri ospiti:
Dua Lipa, annunciata come l’ospite del secolo, pare abbia un miliardo di follower e francamente fatichiamo a capire perché (voto: 5); Tony Renis tronfio e borioso, al solito insopportabile, quest’anno l’operazione nostalgia ha fatto acqua da tutte le parti (voto: 4); trascurabile e senza sangue Ghali (voto: 5); splendidamente sbroccata e imbarazzante nel confronto con chi l’ha preceduta, la regina del rock Gianna Nannini, un graffio e una carezza necessari (voto: 8,5).

E ora, via con i cantanti in gara!

I GIOVANI – All’atto finale delle Nuove Proposte ci arrivano in quattro, ma non i due migliori: gli Eugenio in via di Gioia (che infatti vincono il premio della critica) e il duo Martinelli e Lula, inspiegabilmente eliminati al primo turno. La prima sfida contrappone Tecla, che banalizza il femminicidio – e ha una partitura copiata da Vasco nell’intro e da Mengoni in alcune strofe – (voto: 5), e Marco Sentieri, che brutalizza il tema del bullismo con una canzone opaca e piena di versi pericolosamente ambigui (la chiusura è semplicemente da galera… voto: 4). Per quanto non ci esalti (oltre che la canzone in sé, è banale anche la sua vocalità), per fortuna in finale ci va Tecla (che vince pure il premio Sala Stampa). Nel secondo incontro Fasma, meno tremolante della prima esibizione ma con una canzone che sa di già sentito da secoli (voto 5), e Leo Gassman, niente di che ma comunque il migliore tra i superstiti, e nel brano e nell’interpretazione (voto: 6).
Va in finale Gassman per un pugno di voti. E contro l’insipida Tecla vince con un margine più ampio e si aggiudica il 70esimo Festival di Sanremo, sezione Nuove Proposte.
Una vittoria meritata, visto il parco dei finalisti e visto che la bravura del ragazzo è indubbia, anche se, già adesso mentre scrivo, ci sarà da combattere e non poco contro l’esercito di imbecillì che con quintali di frustrazioni, rancori e assurdità d’ogni sorta, vomiterà improperi sui “soliti raccomandati”.
Il dramma dei figli d’arte che per lui, anche e soprattutto nipote d’arte, raddoppia.
Abbiamo dato 6 all’esibizione… aggiungiamo un 7,5 di solidarietà.

I BIG IN GARA (in ordine di apparizione)

PAOLO JANNACCI – Musicista raffinato e garbato, quell’old style cantautoriale che, per fortuna, non passa mai di moda.
Voto: 6,5

RANCORE – Arriva Rancore e accade il miracolo di emozionarmi per un brano rap. Splendida canzone, miglior testo in gara e performance notevole.
La musica, quando è grande, non conosce confini di genere.
Obbligatorio un riconoscimento dalla critica.
Voto: 8

GIORDANA ANGI – La voce c’è, l’interpretazione pure. Ed entrambe sono migliori del debutto.
Peccato che la canzone resti la solita bruttura: oscenamente banale e terribilmente mal scritta.
Voto: 4,5

FRANCESCO GABBANI -L’avevo detto e lo ribadisco: Gabbani è un diesel. E infatti la sua canzone, che compie il rarissimo miracolo di essere al tempo stesso raffinatissima e ultra popolare, cresce spaventosamente in questa seconda esecuzione. Il primo pronostico è per lui: sarà sicuramente sul podio.
Voto: 8

RAPHAEL GUALAZZI – travolgente e originalissimo “jazz caraibico” con un arrangiamento pazzesco. È una raffinatezza musicale decisamente rara.
Voto: 7,5

PINGUINI TATTICI NUCLEARI – Divertentissimi, scenicamente irresistibili e musicalmente bravissimi. Ma il il sospetto del debutto, ieri sera è diventato certezza: questa canzone è quanto di più furbo e fabbricato a tavolino ci possa essere.
Voto: 6,5

ANASTASIO – Via l’emozione del debutto, Anastasio sfodera una performance intensa e sofferta, precisa nel senso più pieno del termine, riuscendo finalmente a valorizzare un ottimo testo.
Voto: 7

ELODIE – Lei non aiuta, non aiuta manco per niente, la sua mise ancora meno ma io ci provo e metto da parte la tempesta ormonale. Ci riesco… perché questo pezzo, al di là del mio irrimediabile innamoramento, è davvero potente. Un pop incalzante, intenso, raffinato e originale, interpretato con grinta. Papabile per qualche riconoscimento.
Voto: 7,5

RIKI – Canta “però qualcosa non torna”. Eh… magari fosse solo qualcosa… Canzonaccia trita e inutile che cercano assurdamente di spacciarci per nuovo pop. Tremendo.
Voto: 3

DIODATO – Tanta voce e tanta classe musicale sprecate in un brano banalotto e arrangiato in maniera elementare. Ma roba simile, da queste parti, ha sempre un posto in prima fila.
Lo do sul podio con Gabbani.
Voto: 5,5

IRENE GRANDI – Rispolverato il look aggressivo degli esordi, sfodera una prestazione ancora più convincente del debutto.
Il pezzo è il più ordinario dei pop rock, ma lei è decisamente irresistibile. E io, anche se non c’entra nulla, le voglio davvero bene. Possibile outsider.
Voto: 7

ACHILLE LAURO – Non confermo, ma rilancio. Pierrot etereo e notturno, fosco e post glam al tempo stesso, una poesia vivente che sorride con la più autentica delle disperazioni. Incapace a farsi fotocopia di se stesso, continua a rinascere dal suo stesso scalpore, feto scandaloso e tenerissimo.
E continua a dividere, a essere amato e odiato, acclamato e fischiato. Continua a essere arte.
Non è il migliore. È semplicemente oltre. Tutto e tutti.
Voto: 10

PIERO PELÙ – Non c’è solo il miracolo di questa leggenda del rock che a quasi sessant’anni pare avere ancora più energia dei tempi di “El Diablo”, e non c’è solo il miracolo di un nonno che dedica al nipote il più rock dei benvenuti. C’è che questo pezzo, più che bello e potente, è necessario: è il rock, quello vero, nudo e puro, finalmente all’Ariston. Sì, prima di lui ci hanno provato molti altri. Il fatto è che Piero ci sta riuscendo.
Lo voglio sul podio.
Voto: 7,5

TOSCA – Ancora più bella, ancora più intensa. La profondità della miglior canzone d’autore nel soffio miracoloso delle più grandi interpreti. Se esiste una giustizia, il premio della critica deve essere suo.
Voto: 9

MICHELE ZARRILLO – già detto, ma mi ripeto volentieri: tra le più belle sorprese di questa edizione, c’è proprio Michele Zarrillo, in forma strepitosa, con un pezzo fuori dal suo repertorio ma che, miracolosamente, gli si cuce addosso alla perfezione.
Voto: 7

JUNIOR CALLY – C’è sicuramente qualcosa di interessante in questo testo, ma che resta intrappolato nel limbo delle buone intenzioni. O, a voler essere cattivi, delle pretese. Un vorrei ma non posso ulteriormente annacquato da un’interpretazione fiacca e da arrangiamenti decisamente mediocri.
Voto: 4,5

LE VIBRAZIONI – Sarà forse l’ora tarda. O forse saranno i miei limiti oggettivi. O più probabilmente entrambe le cose.
Fatto che sta che io ci provo a trovare almeno un motivo che giustifichi la loro presenza in cima alla classifica. Ma non ci riesco. Appesantiti, flaccidini, lenti, testo banalotto e arrangiamenti semplicemente di maniera.
Inspiegabilmente, potrebbero addirittura vincere.
Mah…
Voto: 5

ALBERTO URSO – Questo scialbo tenorino capace solo di stipare acuti inutili in un pezzo di rara bruttezza, se alle dieci di sera è inascoltabile, alle due meno venti diventa da codice penale.
Tremendo.
Voto: 2

LEVANTE – Avevo detto che avrei dovuto riascoltarla. L’ora invereconda non aiuta l’impresa, ma il pezzo continua a sembrarmi tra i migliori. Un testo importante che lei interpreta con grinta encomiabile.
Appassionata.
Voto: 7,5

BUGO e MORGAN – Tristezza infinita. Vedi a inizio articolo.
Voto: 3

RITA PAVONE – Scosso dell’ennesimo sbrocco di Morgan, ritrovo l’energia per lo sprint finale. L’arrivo della Pavone però, mi spegne immediatamente e in maniera definitiva. Chapeau alla sua carriera e senza dubbio medaglia d’oro al Festival del fitness. Ma la voce non c’è più e la canzone è davvero brutta.
La tristezza e l’inutilità di certe operazioni nostalgia.
Voto: 4

ENRICO NIGIOTTI – Perennenente alla ricerca di se stesso, non si trova nemmeno quest’anno.
Potenziale al vento. E brano bruttarello.
Voto: 5

ELETTRA LAMBORGHINI – La peggiore in assoluto, viene pure continuamente sbattuta tra gli ultimi a esibirsi da un destino crudelissimo.
Crudelissimo per me ovviamente, che a quest’ora finisco a pensare cose irripetibili e desidero solo ucciderla nella peggiore delle maniere.
Lesiva e pericolosa.
Voto: 1

MARCO MASINI – Il fatto che al suo arrivo praticamente albeggi, non aggiunge magia o chissà quale atmosfera.
Niente di che era e niente di che rimane.
Voto: 5,5

E con questo amici cari è tutto.
Sperando di ricaricare le pile a dovere (sto cominciando seriamente ad accusare… ), vi do appuntamento a domani per i voti del gran finale!
Dai… dai che ce l’abbiamo quasi fatta…

#lestiniasanremo

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SANREMO ULTIMO ATTO – Lestini a Sanremo, i voti della FINALE

Signore e signori,
alla fine è stata cronaca di una classifica annunciata. Annunciato l’exploit dei Pinguini Tattici Nucleari, annunciati Gabbani e Diodato nei primi due posti e, soprattutto, nelle ultime ore annunciata anche la vittoria di quest’ultimo.
Ma andiamo con ordine.
Cala il sipario sul Sanremo dei record, celebrato come il trionfo del Festival della normalità. Vero, perché Amadeus è il presentatore “normale” per eccellenza cui la RAI ha palesemente ed espressamente chiesto di fare da “normalizzatore”. Missione certo compiuta, e alla grande, ma anche se alla fine ha trionfato un brano “normale” sul più “nornale” dei podi, più che un Festival normale è stato il Festival del “di tutto un po’”, del trash accanto allo spessore, del grande musicista accanto al puro fenomeno di costume, all’avanspettacolo accanto al disimpegno. Ed è stata questa convivenza di tutto e del contrario di tutto, questa alchimia di contrari il vero segreto di un successo così pieno e clamoroso.
La vera intuizione di Amadeus è che Sanremo, piaccia o no, può esistere soltanto in qualità di carrozzone. Un carrozzone dove dentro può (e deve) entrarci letteralmente di tutto, dove anzi più roba metti, meglio è. Altrimenti, come spiegare il fatto che il pubblico, nonostante una lungaggine ben oltre l’umana soglia di sopportazione, abbia amato senza riserve questo show?
Uno show, visto che siamo qui a dare voti, difficile da valutare. Talmente “schizofrenico” nel suo armonizzare gli opposti, che spiazza e sfugge a una valutazione unica. Per la qualità delle canzoni in gara, al di là di come poi si è composta la classifica, il voto è altissimo. Per altre cose, già dette ed evidenziate in settimana (il sistema di voto cervellotico, le lungaggini di cui sopra, ospiti spesso imbarazzanti, scivoloni di cattivo gusto, momenti in cui la musica è caduta davvero in secondo piano con i cantanti in gara fatti sfilare in tutta fretta tipo catena di montaggio per recuperare il tempo perdute), voto basso.
Alla fine, pensiamo che l’unico voto possibile a un impasto del genere, sia il più classico e “normale” dei 6. Allo show e al suo artefice Amadeus. Al suo “braccio destro”, ovvero Fiorello che spesso si è letteralmente mangiato la scena, la media delle cinque serate (le prime due così così, ottime le ultime due, con momenti indimenticabili e momenti dove da solo, facendo davvero qualsiasi cosa, e facendola bene, ha retto la baracca) è un 6,5.

Anche all’ospite fisso Tiziano Ferro è difficile dare un voto: un 7 per come anche ieri ci ha deliziato con i suoi capolavori… e vorremmo dargli di più, ma non andiamo oltre perché un cantante italiano, a Sanremo, non può fare l’ospite fisso. Deve avere il coraggio di stare in gara.
Sugli ospiti in generale, abbiamo già detto. Ieri ci siamo goduti un bel Biagio Antonacci in ottima forma (voto: 8 ), altre sere, specie con le deleterie operazioni nostalgia (Al Bano e Romina, Ricchi e Poveri… ) è andata decisamente peggio.

Lasciando stare il tormentone del “passo indietro”, doveva essere il “festival delle donne”. Un parco di donne dello spettacolo mai visto prima e il tema della violenza sulle donne e della parità di genere costantemente in risalto. È andata a finire che queste donne così annunciate, nella maggior parte dei casi hanno semplicemente “sfilato”, sfruttate molto poco e in più di un’occasione hanno finito per fare le bambole mute all’ombra del maschio conduttore. Per il discorso femminicidio e parità di genere, tolto lo splendido monologo della prima sera fatto da Rula, è stato fin troppo ridondante, talmente insistito e ostentato da finire per essere inefficace.
Le tre donne scelte per la finale, tutte già presenti in altre sere, hanno confermato quanto detto: poco presenti e sempre non uno, ma mille passi indietro. Con tutto che si è trattato anche di scelte artisticamente poco felici: un po’ meglio dell’esordio la Leotta (voto 5,5, se si toglie la terrificante prova canora alle 1,50), inspiegabile la presenza di Francesca Sofia Novello (voto 4) e riguardo Sabrina Salerno (voto: 6)… sì, mi ha di nuovo scatenato tempeste adolescenziali con gli ormoni che hanno preso ad abbaiare… ma via via, specie quando ha rifatto il tormentone degli anni 80 (e della mia adolescenza) “Boys Boys”, mi è presa una inconsolabile tristezza che ha ghiacciato e spento per sempre ogni revival di ardore di estrema gioventù.

E andiamo con i giudizi e i voti delle CANZONI IN GARA, ovviamente e rigorosamente, dall’ultimo al primo posto.

23
RIKI – Canzone catastrofica sotto qualsiasi punto di vista, il suo interprete ieri è riuscito nel miracolo quasi impossibile di imbruttirla ulteriormente sfoderano la più imbarazzante delle prestazioni.
Quella bruttezza deleteria che purtroppo non ha mai fine Ultimo posto più che meritato.
Voto: 2

22
JUNIOR CALLY – Il suo processo di “normalizzazione”, in settimana l’ha portato dall’assenza della maschera al vestito del matrimonio della cugina. Dress code a parte, obbligatorio ripetermi: testo con qualche intuizione, ma scritto decisamente male.
Pretenzioso, immaturo e mediocre. Giustamente in fondo alla classifica. Tanto rumore per nulla.
Voto: 4

21
ELETTRA LAMBORGHINI – Per la terza sera consecutiva scaraventata dalla scaletta oltre l’una di notte. Comincio a pensare che il sorteggio non c’entri nulla e sia una scelta della direzione artistica che, accortasi della puttanata colossale commessa nel chiamarla in gara, non potendo sacrificarla agli dei, prove ad espiare le proprie colpe nascondendola almeno ai bambini.
Ieri sera, nel finale, dal vestito strizzato, le sono pure saltate fuori le tette.
Anche loro volevano fuggire via lontano.
Terrificante, il ventunesimo posto è decisamente troppo.
Voto: 0

20
GIORDANA ANGI – Sono obbligato a ripetermi: grandissima cantante, la Angi, che speriamo davvero di rivedere presto in altro contesto e soprattutto con un’altra canzone. Questa, è un mix disastroso del peggior “mammismo spinto” sanremese mescolato alla più scialba della partiture.
Talento sprecato.
Voto: 4,5

19
ENRICO NIGIOTTI – La maggior parte delle canzoni, col passare delle sere e degli ascolti, sono migliorate. Quella del Nigiotti ha fatto il percorso inverso, colpa di una progressiva perdita di fiducia per lo scarto, amarissimo e bruciante, tra aspettative e realtà. Canzone decisamente bruttina e per nulla amica delle sue reali qualità di interprete.
Sarà per l’anno prossimo.
Voto: 5

18
MICHELE ZARRILLO – Roba che se questo pezzo l’avesse presentato una quindicina d’anni fa, avrebbe potuto pure vincere. Fuori tempo massimo per il podio, ma terribilmente ingiusto vederlo a fondo classifica.
Resta comunque un insolito e piacevolissimo Zarrillo in splendida forma.
Voto: 7

17
RITA PAVONE – Durante la sua performance, ho seriamente temuto che le si staccasse un pezzo – un braccio, una gamba, la mascella – tanto era indemoniata. Eccessiva ben oltre il grottesco, caricata ben oltre la decenza.
Il vero mito sa quando è il momento di tacere. E non è purtroppo il suo caso.
Voto: 4

16
PAOLO JANNACCI – Un “giovane classico” che difende ostinatamente la più nobile melodia d’autore. Classe e mestiere da vendere.
Voto: 6,5

15
MARCO MASINI – Testo e musica, pur essendo nel solco del suo percorso più classico e riconoscibile, contengono elementi non secondari che segnano il passaggio a una fase cantautoriale definitivamente matura. Questo anche se il pezzo poi, stringi stringi, non sia granché. E soprattutto, nonostante la sua interpretazione sia troppo urlata e troppo sull’acceleratore.
Voto: 5,5

14
ALBERTO URSO – Il suo impegno nel cercare toppe e cerotti per una canzone disastrosa produce solo i più inutili degli acuti, riuscendo nella difficilissima impresa di peggiorare un brano già di per sé orrendo.
Suicidio. Quattordicesimo posto eccessivo.
Voto: 3

13
ANASTASIO – Partito timidissimo, è cresciuto piano piano fino a esplodere, letteralmente, ieri sera, accompagnando con un’interpretazione finalmente eccellente questo bellissimo testo in cui, riflettendo sui significati più profondi dell’arte e su come il dolore dell’artista si trasformi nelle mani di critici, fruitori e media, dimostra una maturità di artista già piena, nonostante la giovanissima età.
Tutt’altro che una meteora.
Voto: 7,5

12
LEVANTE – A ogni ascolto, la canzone di Levante migliora, svelando qualità e profondità che sulle prime erano sfuggite. Anche lei, all’inizio timida e quasi impaurita, poi convinta ed energica, fino a ieri sera dove ha sfoderato un’inedita e avvolgente sensualità, che ha restituito a un pezzo non facile, ma importante, tutte le sue complesse sfumature.
Avrebbe meritato un piazzamento migliore.
Voto: 7,5

11
RAPHAEL GUALAZZI – Al rush finale un po’ meno in forma. O forse, più banalmente, un pezzo che dopo il divertimento nell’immediato, inizia presto ad annoiare. Ciò nonostante, resta il miglior arrangiamento tra le canzoni in gara.
Voto: 7

10
RANCORE – Il testo migliore tra quelli in gara, interpretazione di altissimo spessore e grandissima intensità, a metà strada tra teatro puro e opera rock. Il rap che finalmente riesce a conquistarmi il cuore.
Grandioso. E semplicemente sacrosanto il premio per il Miglior Testo.
Voto: 8

9
IRENE GRANDI – Allegra senza buttarla in caciara, energica senza bisogno di essere muscolare a tutti i costi. Irresistibile e travolgente, la sua interpretazione è pura gioia di vivere, un rock disegnatole perfettamente addosso da Vasco che è un piacere da vedere e da ascoltare.
Datemi cento Irene Grandi e il mondo sarà un posto migliore e più colorato.
Voto: 7,5

8
ACHILLE LAURO – Apoteosi finale e le parole che cominciano sinceramente a mancare. Il percorso iniziato martedì ha toccato ieri il suo vertice e le sue estreme conseguenze. Quattro minuti di cabaret rock tra sesso ed eccesso, provocazione e rivoluzione, amore e cuore, sofferenza e indecenza, marasma e orgasmo.
Il piazzamento non conta. Siamo decisamente oltre ogni numero.
È l’artista che ci mancava.
Voto: 10

7
ELODIE – Si presenta vestita con una manciata di coriandoli avanzati dalla festa di carnevale del pomeriggio e mi manda in confusione totale. La canzone è comunque molto bella, musicalmente raffinatissima nonostante la linea melodica costituisca il più classico dei pop. E la sua interpretazione, è cresciuta sera dopo sera. Piazzamento ottimo, ma mi aspettavo di più.
Voto: 8 (e credetemi, il samba che tuttora danzano i miei ormoni, non c’entra nulla)

6
TOSCA – Uno splendido brano eseguito da una voce miracolosa. Toccante, ci fruga dentro con la grazia dei primi venti caldi di primavera. Una regina che in un mondo di urlatori paga il suo culto estremo del silenzio e del parlare solo quando ha qualcosa da dire e col suo linguaggio più forte. Vale a dire cantando.
Semplicemente divina. Il podio le sarebbe spettato di diritto. Uno scandalo assurdo non averle dato il premio della Critica (e meno male gli orchestrali, che le danno la miglior composizione).
Voto: 9

5
PIERO PELU’ – Fin qui semplicemente straordinario. Poi, ieri sera, l’apoteosi. Il suo potentissimo rock è definitivamente esploso in quattro minuti di pura energia e fantastico spettacolo. Presenza scenica pazzesca, nessuno tiene il palco come lui: salta, corre, si diverte, scippa la borsa di una signora, balla e canta che è uno spettacolo della natura.
Con questa forma, può fare rock per altri cent’anni.
Immortale.
Peccato, avrebbe meritato il podio.
Voto: 8,5

4
LE VIBRAZIONI – A parte la sacrosanta standing ovation al maestro Vessicchio, niente di nuovo sul fronte occidentale. Ovvero ennesima esecuzione così così, lenta e tracagnotta, di un brano banalotto e superficiale. Quarto posto decisamente inspiegabile.
Trascurabili.
Voto: 5

3
PINGUINI TATTICI NUCLEARI – Li presenteranno come una novità, come un risultato di “rottura della tradizione”. In realtà, l’ho già detto e lo ripeto: più che bello, il loro brano è una clamorosa ruffianata, il più calcolato prodotto “in laboratorio” tra quelli in gara.
Bravi e furbi, ed è più con la furbizia che con la bravura che conquistano il podio.
Anche perché il loro show, pur divertente, ieri sera sapeva già di ripetitivo, ed è stato evidente come ancora non abbiano l’esperienza per reinventare se stessi nel corto respiro dei ritmi sincopati del Festival. Sicuramente ottimi musicisti, ma ci auguriamo, da loro, di sentirli in futuro maggiormente sinceri.
Voto: 6,5

2
FRANCESCO GABBANI – Sciolto, in forma, con questo brano degli ossimori che, probabilmente, in quanto a scrittura è uno dei migliori del suo repertorio, Gabbani si diverte e fa divertire con una musica semplice e raffinata al tempo stesso.
Come da copione ogni sera migliore, ma manca per un soffio una vittoria che fino a due giorni fa pareva scontata. Ma in tre partecipazioni a Sanremo, ha vinto due volte (Nuove Proposte nel 2016 e Big nel 2017) e una volta è arrivato secondo.
Non male, direi.
Voto: 8

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DIODATO – Non è partito da favorito, ma lo è diventato in volata. Ergo, vince secondo copione. E lui è certamente bravissimo e stasera la sua interpretazione è stata a dir poco perfetta.
Ma se indubbie sono le sue qualità, resta poco comprensibile il premio della Critica (e pure della Sala Stampa) e soprattutto resta da capire perché, nonostante tutti i tentativi di innovazione e di cambiamento, facciano “dei giri immensi e poi ritornino”, ovvero perché alla fine si torni sempre a sbattere su brani come questo, confezioni ultra sanremesi (e alla fine un po’ trite e un po’ banali pur nei suoi migliori interpreti) a prescindere, nel testo, nella partitura e nell’arrangiamento.
È una sorta di reazione tradizionale che si impone forzosamente sulla novità, oppure è la tradizione che vince semplicemente perché è, sempre e comunque, migliore?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Voto: 6

E con questo amici carissimi, anche la 70esima edizione del Festival di Sanremo va in archivio. Soprattutto finisce questo mio pazzesco tour de force che mi ha mangiato ore di sonno e ha fagocitato le mie giornate. Piccola parentesi autocelebrativa, anche quest’anno ho beccato nei pronostici prima e seconda posizione (la terza no, ma i Pinguini li avevo dati come outsider), pure il premio del Miglior Testo. Su dai, ma che aspetta la RAI a chiamarmi???
Scherzi a parte, non posso far altro che ringraziare infinitamente tutti quanti voi, visto che quest’anno, con le cronache, i voti e i commenti quotidiani, ma anche con il diluvio di altri articoli e altre interviste scritti e rilasciate attorno al Festival, abbiamo davvero fatto il botto, con il record assoluto di lettori e condivisioni.
Grazie, grazie davvero. Questo “serissimo” divertimento, sta in piedi grazie a voi.
Non mi resta che salutarvi e darvi appuntamento, con il Festival di Sanremo, al 2021 con la 71esima edizione (e spero davvero di potervi scrivere, l’anno prossimo, direttamente dalla Liguria… ci stiamo lavorando, avrete aggiornamenti).
Con il blog ci vediamo invece presto, prestissimo. Martedì o mercoledì al massimo. Prima di restituirmi alla vita però, ho bisogno di dormire una quarantina di ore.
E anche di una flebo.

Ciao a tutti!!!

#lestiniasanremo

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