Librerie che chiudono

I numeri sono impietosi, drammatici.
Le librerie indipendenti – spesso locali storici che hanno dato forma e identità a strade, piazze, quartieri, comunità – costrette e chiudere è ormai impossibile contarle, le notizie di rese e fallimenti arrivano quotidianamente. Addirittura a volte nemmeno arrivano, lo scopriamo per caso passandoci davanti e trovando bandoni abbassati con la scritta AFFITTASI. E non solo le librerie indipendenti, ma anche molti – moltissimi – punti vendita di quelle di catena.
Gli esercizi – sempre quelli indipendenti – quando dichiarano che “va tutto bene” intendono dire che sono leggermente sopra la linea di galleggiamento, e che lottano ogni giorno come pazzi per resistere in qualche modo. E chi oggi dichiara di voler aprire una libreria, è bollato come folle.

Per garantire sopravvivenza e tranquillità, sempre più spesso il suggerimento è quello di “reinventarsi”. Ovvero offrire altro, concerti, tea room, cibo. Soprattutto, cibo. In ogni caso, di uscire dalla dimensione del libro.
Davvero non conto più gli articoli letti negli ultimi mesi in cui si parla della ristorazione come la via di salvezza per le librerie.
Ma in tutta franchezza, più che una via di salvezza, mi pare la definitiva pietra tombale. Lasciando stare i locali nati e progettati con questo intento (le librerie-cafè, le librerie-bistrot e via dicendo), non si capisce proprio perché un librario debba diventare un ristoratore e perché mai io debba andare in libreria – un luogo dove si cercano libri, si comprano libri, si discute di libri e si incontrano altri autori e altri lettori – a fare l’aperitivo.
In buona sostanza, se le persone vengono nel locale per bere e mangiare, non si capisce in che modo starei salvando i libri.
Per questo, dicevo, quale sarebbe la salvezza delle librerie se gli si chiede di non essere più tali?

Che poi, anche ammettendo la validità di tali operazioni, la questione riguarda quasi esclusivamente le librerie di catena, che posseggono spazi tali da rendere possibili simili metamorfosi (ad esempio, le vecchie Feltrinelli International – che erano luoghi meravigliosi – stanno sparendo una dietro l’altro, ma in compenso spuntano come funghi le Feltrinelli Red e le Feltrinelli Express, dove si mangia e si fa colazione, dove i libri diminuiscono e il cibo aumenta), mentre anche in questo gli esercizi indipendenti restano indietro e penalizzati.

Ma soprattutto e al di là di tutto, a dare colorito ben poco roseo a ogni possibile futuro, è la matematica, i numeri che non tornano.
Vale a dire che indignamo tanto, tantissimo, ma in libreria ci andiamo poco, pochissimo. Se a ogni like indignato sotto un post che denuncia l’ennesima chiusura di una libreria corrispondesse l’acquisto di qualche libro, probabilmente quella stessa libreria sarebbe salva. Ma se anche noi – noi che condividiamo questi post, che veicoliamo queste idee, che spargiamo questa indignazione – all’atto pratico manchiamo e cediamo, è ovvio che per le librerie non c’è né ci potrà mai essere futuro.
Perché l’unico modo per salvare le librerie indipendenti è frequentarle, partecipare alle presentazioni, lasciarsi incuriosire anche e soprattutto da autori che non conosciamo e, soprattutto, comprare libri. Comprarne tanti. Che poi certo, i libri costano.
Ma se ogni settimana ci sembra normale spendere tra i quindici e i venti euro per due aperitivi, mentre spenderne altrettanti per un libro al mese ci pare insostenibile, il problema siamo noi.
O meglio, è quella società priva di curiosità e immaginazione, quella società indifferente alla cultura e al talento, quella società che non legge, che stiamo facendo tutto per costruire, conservare e rendere indistruttibile.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *