R. E. M. – Losing my religion

A quanto pare, a quanto si racconta, tutto nacque da un mandolino che il grande Peter Buck, ovvero il chitarrista dei REM, stava cercando distrattamente di imparare a suonare guardando la televisione.
Fu pizzicando quelle corde senza troppa intenzione, quasi come fossero un qualunque antistress in una giornata di noia, che venne fuori il riff iniziale di “Losing my religion”, la canzone che più di ogni altra avrebbe consacrato i REM nell’Olimpo del rock e che sarebbe stata un tormentone planetario, un marchio di fabbrica e un codice identificativo di tutto quanto il decennio.

Che poi, sta canzone qui che tutti quanti conosciamo praticamente a memoria, che tutti noi che gli anni 90 li abbiamo vissuti e sbranati in pieno l’abbiamo ascoltata fino allo sfinimento e pure nostro malgrado, che a molti di noi ricorda sì momenti di splendida gioventù ma anche cose terribilmente imbarazzanti (nessuno lo dice, ma io so, ad esempio, che appena parte molti, pure gli insospettabili, pensano a Dylan e Brenda che si lasciano in Beverly Hills), è di fatto un autentico mistero.
Non è un inno generazionale, non identifica un gruppo, un’istanza o chissà cosa… ma è riuscita a coinvolgerci tutti, in qualche modo.
Letteralmente dice “perdendo la mia religione”, ma “losing my religion”, nel sud degli USA è un modo di dire che significa “perdere la pazienza”, “perdere la ragione”.
Quindi non parla di religione perduta, forse perché non ce n’era bisogno, visto che noi, generazione dei 90, la religione l’avevamo già persa nascendo. Mentre la ragione e la pazienza, quelle sì, diosanto, le perdevamo di continuo, reclamando qualcosa di minimamente migliore, o anche solo minimamente decente che ci veniva puntualmente negato.

Poi, in sostanza e in definitiva, di cosa cazzo parli questa canzone è difficile dirlo… sfugge, sguscia via, non si lascia afferrare.
Come noi, del resto. Per questo, anche senza afferrarla in pieno, sappiamo che parla di noi… e magari anche quell’equivoco, quel gioco di parole tra ragione e religione, a noi che siamo stati un gigantesco equivoco generazionale, ci appartiene come poche altre cose al mondo.

Ma la cosa più importante è quella che, nell’estate del 1991, sei mesi dopo l’uscita del singolo e dell’album, ascoltando questa canzone per la ventesima volta in un giorno dal Jukebox sul lungomare, il mio amico Stefano disse a una ragazza che gli aveva chiesto il significato della prima strofa.
“Non lo so”, disse Stefano, “Ma è comunque una figata pazzesca!”.

Vero Stefano, verissimo.
Questo riff iniziale, questo pezzo, tutto quanto, dall’inizio alla fine, è proprio una figata pazzesca.
E non c’è altro da dire.

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