Questo splendido ragazzo

Questo splendido ragazzo che vedete in foto, si chiama Giacomo Leopardi. Conte, marchigiano, appassionato di filologia greca e passeggiate, politica e fiori vulcanici, tra le altre cose è uno dei geni più fulgidi e incredibili della storia dell’umanità.
Bambino prodigio e giovane favoloso sul campo e per acclamazione è, ancora oggi, più vivo che mai, vivo di quella vita eterna, famelica e disperatamente felice di cui pulsano e trasudano le anime più immense e le menti più gigantesche.
Proprio ieri erano appena duecento anni (praticamente un niente, nella spaventosamente immensa storia dell’universo) che lui, il bimbo recanatese dal viso pallido e il cuore che ha amato troppo, ha messo nero su bianco, con quella sua grafia ariosa e inquieta, quella perla chiamata “L’infinito”.
Quindici versi che in qualsiasi modo vogliamo chiamarli – idillio, poesia, canto – restano una vertigine di bellezza abissale, talmente alti e perfetti che inquietano, feriscono e ci costringono in ginocchio a contemplare le più ineffabili profondità.
Come tutte le più disarmanti bellezze, esattamente come quei tramonti che spalancandosi impunemente davanti ai nostri occhi svelano l’immenso e annullano i confini tra mare e cielo stampando macchie rossazzurre sulle onde, anche L’infinito, nella sua spaventosa complessità, è straordinariamente e sfacciatamente semplice.
Così semplice da non raccontarci altro che la banalità di una passeggiata, e di una siepe impunita che, indifferente al fiatone della salita, oscura col suo fogliame tutto il bello circostante e sottostante, e fa finire la festa della vita prima ancora che cominci.
Soprattutto, così semplice da essere in sostanza la storia di un monosillabo, quel banalissimo “ma” che, all’inizio del quarto verso, sovverte e stravolge ogni cosa, atto rivoluzionario di indicibile potenza capace di distruggere la siepe e cambiare la nostra storia. Di tutti noi.
Perché alla fine quello che il piccolo conte vuole dirci, prendendoci sottobraccio con la leggerezza di un Perseo alato, è questo: che un piccolo, fragile e indifeso “ma” può cambiare il mondo, che la nostra fragilità può sovvertire l’ordine delle cose, che senza armi e senza esibizioni muscolari possiamo abbattere limiti e confini, i nostri e di ciò che ci circonda. Perché le armi noi ce l’abbiamo già, e si chiamano immaginazione, intelligenza, linguaggio. Talmente potenti da poterci svelare la bellezza anche dove non si vede. E da farla apparire anche dove non c’è.
Talmente potenti da renderci in grado di immaginare l’infinito. Anche se non potremo mai afferrarlo.

L’Infinito ieri ha compiuto duecento anni. E niente è mai stato più giovane di questa perla…
Come dico sempre ai miei studenti:
Ascoltate.
Sognate.
Naufragate.

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