Quando la parola “insegnante” fa rumore

Questa storia scabrosa dell’insegnante di Prato che avrebbe fatto sesso con un suo alunno tredicenne, rimanendo incinta e dando alla luce un bambino (come avrebbe confermato il test del DNA), non riesco a sopportarla.
O meglio, non sopporto come viene “sparata” nelle locandine e nei titoli di cronaca.
Perché io capisco che titolare a tutta pagina PROFESSORESSA FA SESSO CON ALUNNO TREDICENNE o INSEGNANTE INCINTA DI ALUNNO MINORENNE attiri più lettori e faccia vendere più copie.
Ma messa così la notizia è decisamente inesatta. Perché la donna (40enne) in questione NON È una professoressa, NON È un’insegnante. Lavora in tutt’altro settore e al ragazzino all’epoca del fattaccio dava solo ripetizioni private.
Il che non sposta di una virgola la gravità assoluta della cosa (è e resta un abuso sessuale su minore, e prego chiunque di astenersi da battute misere sul genere “magari fosse successo a me a 13 anni”), ma per la categoria degli insegnanti, per la loro credibilità e in generale per la credibilità della scuola pubblica, cambia tutto. Dal punto di vista etico e deontologico sarebbe stata ben altra storia, ben altra – e incalcolabile – aggravante se a compiere un reato così grave fosse stata persona formata e abilitata a lavorare con gli adolescenti, a formarli e a educarli.
Così non è. E pur comprendendo le ragioni del marketing e del mercato, da insegnante questa voluta e calcolata mancanza di verità mi infastidisce profondamente. Perché colpire una categoria già sotto tiro per altri (e magari fondati) motivi con un brutto “falso a effetto”?
Sarebbe come se scrivessi VIOLENTATA DA UN MILITARE quando il colpevole è in realtà un vigilante volontario.

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