Riportando tutto a casa

Il mio amico Sandro Pasquali, che di questa comunità di cui sono totalmente figlio, da capo a piedi (scarpe comprese), è il sindaco, aveva idealmente intitolato l’appuntamento di sabato scorso (ovvero la presentazione a Passignano del mio romanzo “Il Piccolo Principe è morto”) “Riportando tutto a casa”, come l’album d’esordio dei Modena City Ramblers.
E mai titolo fu più azzeccato per sintetizzare al meglio lo spirito di un evento. A parte che quell’album, tanto io quanto Sandro, lo abbiamo ascoltato fino a consumarlo nei giorni più teneri e spietati della nostra giovinezza, e a parte che agli amici Ramblers mi lega da quasi vent’anni un filo diretto e mai spezzato. Ecco, a parte tutto questo c’è che, davvero e per l’appunto, il pomeriggio di sabato, a Passignano, è stato per me un “riportare tutto a casa”, un arrivare con uno zaino pieno e rovesciarlo nel tavolo per condividerne il contenuto con le mie radici e con chi sa, senza bisogno di troppe spiegazioni, cosa siano quelle radici lì, quel lago e quel vento e tutto il resto. Quei posti da cui sono dovuto scappare e che a tratti e a momenti ho pure dovuto e voluto odiare e dimenticare per non impazzire. Ma a cui poi sono sempre tornato. E continuo a farlo.
Quello di sabato scorso è stato senz’altro un ritorno speciale, il più denso e intenso di tutti. Perché c’era un romanzo scritto via, lontano, lontanissimo da qui, ma che di questi luoghi è figlio e da questi luoghi non può prescindere, e quindi lui per primo è stato riportato a casa. E con lui la storia, gli occhi, gli odori, i colori e le anime che si porta appresso. Ma non solo. Oltre al romanzo c’ero io, c’era un pezzo di vita lunghissimo – l’ho già detto e scritto e ridetto e riscritto, ma lo ripeto perché credo sia importante – passato a scriverlo, qualcosa tipo undici anni. O giù di lì. Undici anni in cui si sono accavallate mille vite, milioni di sguardi, di storie, di viaggi&miraggi. Undici anni che hanno avuto altri anni di appendice e quindi altre vite, altri sguardi, altre storie, altri viaggi&miraggi.
Undici anni (più appendice) che hanno riempito quello zaino fino all’orlo, fino a farlo scoppiare. Undici anni (più appendice) che era ora di riportare a casa.
E che ci fosse tutto questo – questo intricato, spaventoso e incredibile sentiero di viscere&tormenti, splendori&abbagli, partenze&ritorni – dietro la presentazione del libro, non c’è stato bisogno di dirlo né di mostrarlo. Era tutto stupendamente e tragicamente chiaro, di certo per chi in questa avventura mi ha accompagnato, Francesca, Sandro, Sara, Marta, Paola, Gabriele, Monica, Fabio, Andrea, Marco, ma anche per voi che eravate lì presenti o che volevate esserci ma qualche impegno ve lo ha impedito. Ed era chiaro proprio per quelle radici lì che condividiamo e che tutti, uno per uno, portiamo negli occhi, quegli occhi che riconosci subito: anche se in sorte abbiamo avuto occhi piccoli, noi del Trasimeno abbiamo lo sguardo gigantesco e sbarrato di chi è cresciuto dovendo guardare oltre la nebbia del lago cercando di scorgere le luci di Castiglione.
Quello stesso sguardo che ha riempito la sala e ogni nostra parola.
E adesso, per l’ennesima volta, è ora di salutarvi e ripartire, ché “Il Piccolo Principe è morto” mi porterà nell’ennesimo lungo, lunghissimo viaggio, a macinare chilometri e a sbranare autostrade e ferrovie, a ubriacarmi di occhi e voci e persone e paesi e città. E voi, proprio voi, sarete lì, sempre lì, intrecciati al cuore dal laccio tenero e violento di quelle eterne radici.
E presto o tardi, tornerò ancora a riportarmi e a riportare tutto a casa.

Riccardo

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