Piccola città bastardo posto…

Esterno giorno, Perugia. Più o meno le quattro del pomeriggio quando arrivo alla stazione di Fontivegge e da lì inizio la rituale scalata verso il centro. Dieci minuti scarsi e l’ovetto del Mini Metrò mi scarica al Pincetto.
Scale mobili ed eccola qua, la Perugia mia e di chissà quanti altri, uguale e diversa, identica e contraria.
Non vengo qui da un tempo lunghissimo e sconsiderato. Tre anni forse, più probabilmente quattro. Ma rifaccio mentalmente il conto e scopro che gli anni sono cinque. Considerando cosa c’è stato in mezzo, in questi cinque anni, un’eternità. Una fottuta eternità.
E considerando soprattutto cos’è stata e cos’è, Perugia, per me e per la mia vita – ovvero qualcosa di simile a quella Modena che Guccini canta in “Piccola città”, il “bastardo posto” per eccellenza, la prigione e l’abisso delle più trascurabili e inconsolabili tragedie della mia adolescenza, i primi amori frustrati e incompresi, il luogo da cui scappare a gambe levate – tornarci è sempre un colpo al cuore, un rimescolamento di stomaco e pensieri.
Questo dopo qualche mese, figuriamoci dopo cinque anni.
Così mi abbandono alla più scontata delle “madeleine”, più o meno nudo e volutamente indifeso, scaraventato dalle scale mobili proprio lì e implacabilmente lì, in via Oberdan (foto 1), centro assoluto e indiscusso dei pomeriggi dei miei quindici-sedici anni, dove c’era una libreria (e ancora non mi rassegno al fatto che non ci sia più) in cui ho passato ore interminabili e comprato quasi tutte le mie prime (il mio primo Rimbaud, il mio primo Baudelaire, il mio primo Pavese, il mio primo Pasolini… ).
E poi il freddo. Che fino a ieri era un assurdo anticipo di primavera e oggi, d’improvviso e ovviamente, un gelo vigliacco e un vento assurdo, insostenibile e insopportabile. Eppure, assurdo per assurdo, mi va bene così e così preferisco: questo vento è l’anello della madeleine che si chiude, quel vento che quando altrove è forte quassù, in centro a Perugia, è fortissimo, e spezza gli zigomi urlandoti nelle orecchie.
La madeleine, per l’appunto. Il fatto è che oggi non sono qui per una gita o per rincontrare qualche vecchio amico. Oggi torno dopo cinque anni con addosso – in mano, sottobraccio, nello zaino e dappertutto – un libro, un romanzo fresco di stampa da presentare. Una storia scritta altrove, in tantissimi altrove, ma ambientata qui, a Perugia, in queste strade che adesso sto percorrendo, che di queste strade è figlia e che in queste strade trova il suo senso più autentico.
Quindi altro che madeleine. Una madeleine al cubo come minimo, condita da uno sfasamento tra realtà e finzione difficile da raccontare. Via Oberdan al capitolo 2, Sant’Ercolano e il giorno dell’addio nel capitolo 8, Corso Vannucci dappertutto, via dei Priori dove Riccioli Neri sparisce piangendo, piazza Morlacchi dove si rincontrano una mattina triste e assurda.
Potrei continuare per ore. Ma il freddo mi ha spezzato le vene e, soprattutto, bisogna chiuderla prima o poi sta madeleine, che c’è da presentare.
Così dopo un caffè per decongestionare la mia pelle ormai di rettile, sbarco nel pianeta di Mannaggia – Libri da un altro mondo, questa libreria consigliatami a furor di popolo e che finalmente ho modo di vedere, sentire, assaporare (foto 2). Un pianeta minuscolo – come quello del Piccolo Principe, sarà un caso? – pieno zeppo di libri stipati in ogni dove, traboccante di parole a ogni angolo. Libri che trovi dappertutto e libri che trovi solo qui. Una libreria vera insomma, che in un mondo normale sarebbe la regola e che invece, in questo mondo che va sempre alla rovescia, è l’eccezione, l’oasi di resistenza culturale da difendere con le unghie e con i denti.
Libreria vera creata e mandata avanti da librai veri, gli splendidi Carlo e Francesca, due specchi che trasudano passione, passione e anima che si respirano ovunque, qui dentro. A partire dalla splendida lavagna su cui il gesso traccia il menù del giorno (foto 3).
È davvero facile sentirsi a casa in questo piccolo pianeta mannaggico e resistente, non solo perché circondato del mio libro e della mia storia (foto 4). Dev’essere un piacere sputtanare pomeriggi qua dentro. Lo metto nelle cose da fare assolutamente entro la fine dell’anno.
Provo a tornare al mio libro e alla presentazione, che qualcuno comincia già ad arrivare pure se ancora manca molto. Ma come se non bastasse, in questa tempesta di ricordi implacabili e fantastiche scoperte, ecco anche il momento cinematografico. Come in un film francese di tante attese e infiniti silenzi, ecco d’improvviso entrare in libreria, riemergendo da quasi quindici anni di oblio, il vecchio amore, la ragazza che danzava sulla nostra giovinezza nei suoi soliti capelli rossi. Che, sempre come in un francese dove il caso tiranneggia l’esistenza, non è venuta apposta, ma passava per puro caso e ha visto scritto il mio nome. Segue dialogo gucciniano, tanto “Incontro” (“cosa fai ora ti ricordi, eran belli i nostri tempi, ti ho scritto e un anno mi han detto che eri ancor via”), un po’ “Farewell” e un po’, soprattutto, la vita che va così.
E lasciamola andare, allora, che è un piacere nonostante tutto, questo turbinio di assurdità e illogiche emozioni.
Che sarà piccola, questa libreria, ma di emozioni ne sa contenere a iosa.
E poi finalmente la presentazione. Con un’atmosfera diversissima alla “prima” di quindici giorni fa: grande, quasi un oceano quella, intima e quasi un salotto di casa questa. Così intima che c’è modo di stare occhi negli occhi con tutti i presenti (foto 5-6-7). Tra di loro, splendidi e inattesi ritrovamenti: la mia gemella d’anima di ieri e oggi Ilaria (foto 8 ) la splendida coppia di cugini Ros&Vale. E tra loro splendidi nuovi incontri, come gli amici di San Patrignano, che dio solo sa che emozione mi hanno regalato venendo.
Ancora una volta ad accompagnarmi c’è Sara, che ormai è talmente dentro questo libro e siamo talmente sintonizzati che potremmo andare avanti ore senza dirci né preparare niente. E così è, nella più splendida e disarmante naturalezza.
Così come naturale è l’incanto della voce di Romina, necessaria e miracolosa, un nuovo splendido vestito per le mie parole.
Già finito, già tutto finito, pure se l’orologio dice che abbiamo parlato davvero parecchio.
Come sempre i saluti vanno via alla rinfusa. Fuori il freddo sempre più feroce impedisce il prolungamento delle chiacchiere.
Torno con Sara. Nel breve viaggio trova ancora il modo di spalancarmi nuovi mondi e farmi capire ancora altre cose di quello che ho scritto.
Presto ne faremo un’altra, di presentazioni insieme. O almeno spero.
Perugia è già alle spalle. In tacasAnche se mi ha riempito il cuore fino a scoppiare.
Un diluvio di immagini da fermare, tenere e trattenere.
Davvero buona la seconda e da domani spazio e pensieri alla terza.
Che di nuovo non sarà una data qualunque, ma a Firenze.
La mia Firenze.
E sarà l’ennesimo colpo al cuore.
A presto…

Edizioni fogliodivia

ps: Carlo e Francesca… perdonatemi, ma è andata a finire che la penna ve l’ho fregata (foto 9). Del resto con le penne e gli accendini, sono peggio di Caruso Pascoski (e meno male che ho smesso di fumare).

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