I presepi, le scuole pubbliche, gli arabi, le polemiche

Poche cose al mondo mi irritano e mi infastidiscono come l’annuale polemica sul presepe nelle scuole.
E non perché io sia contro il presepe o perché la presenza di un presepe in un luogo pubblico mi indisponga. Al contrario, pur nel mio sostanziale ateismo e nel mio totale laicismo, sono un maniaco dei presepi, sia come spettatore sia come realizzatore (casalingo, ovviamente).
A irritarmi e a infastidirmi è il fatto che si tratta della polemica più falsa e pretestuosa possibile.
Ogni anno si vuole a tutti i costi far passare il presepe (e tutte le altre simbologie natalizie, dai canti all’albero) come terreno privilegiato di scontro tra integrazione e separazione, tra contaminazione e difesa della propria identità culturale.
Prima di tutto resta assai complicato capire come l’abolizione del presepe (o di un canto natalizio come “Tu scendi dalle stelle”) dalle scuole possa seriamente favorire l’integrazione, o pensare, viceversa, che un rito nato dalla celebrazione dell’amore universale possa farsi bandiera di muri e barriere, trincea di difesa della propria cultura. Ma soprattutto, a rendere totalmente paradossale il tutto, è che chi dovrebbe beneficiare dell’assenza del presepe per integrarsi, chi dovrebbe offendersi per la presenza insistita di una simbologia cristiana e chi dovrebbe minacciare l’integrità della nostra cultura, sostanzialmente del presepe, delle canzoni di natale e dell’albero, se ne frega. Se ne frega totalmente.
Insegno da quattordici anni nella scuola pubblica. Non tantissimi, ma nemmeno pochi. In questo tempo ho insegnato anche in scuole ad alto tasso migratorio, con un’altissima percentuale di studenti arabi e di fede musulmana. Mai, e sottolineo mai, né da loro né dalle loro famiglie, ho mai sentito sollevare una sola obiezione su qualsiasi celebrazione natalizia. E lo stesso è successo quando, ai tempi dell’università, facendo laboratori di teatro nelle scuole materne ed elementari, le recite di natale ero io stesso a organizzarle.
Se ho visto, sentito e vissuto polemiche in merito, esse non sono mai venute dagli arabi o da qualunque altra comunità non cristiana. Ma si è trattato sempre di uno scontro tra “samurai” italianissimi: da un lato i feroci – e italianissimi – anticristiani, che nella loro smania di sputare veleno sul cristianesimo tirano in ballo, in maniera del tutto fasulla e pretestuosa, gli stranieri, l’accoglienza, la solidarietà, la fratellanza (buffo, no? Sono paladini della solidarietà e della fratellanza al punto che vorrebbero eliminare i cristiani dalle loro vite… ); dall’altro gli altrettanto feroci – e altrettanto italianissimi – cristiani, che nella loro smania di distruggere gli infedeli, in maniera parimenti fasulla e pretestuosa, tirano in ballo le tradizioni, l’identità culturale, il pericolo di invasione (buffo, no? Chi dichiara la fede nel più grande messaggio di amore universale, si riduce al più gretto dei combattimenti).
A volte mi verrebbe da dire: che noia.
Poi però ci penso. Ci penso molto bene. E sento tutta la falsità che sta dietro parole che sarebbero sacre e importanti come “integrazione”, “solidarietà”, “cultura”, “identità”.
E allora, più prosaicamente, mi viene da dire: che schifo.

#resistenzeRiccardoLestini

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