VADEMECUM PER ASPIRANTI SCRITTORI (ovvero: salvati finché sei in tempo!!)

Insomma, davvero da grande vorresti fare IL scrittore?
Davvero hai scritto un libro e vorresti pubblicarlo?
Nel senso: davvero sei così fuori di testa?
Ok, allora prima di tutto sappi che nessuno ti può salvare, né io né nessun altro. L’unica cosa che posso fare, per quanto possa servire, è fornirti questo piccolo vademecum, che se di sicuro non ti salva la vita quanto meno può aiutarti a renderti conto in che razza di casino ti stai cacciando.
Con una premessa, se proprio hai intenzione di leggere: questa è una rubrica stronza e cattivella. Non ti incazzare quando ti sfotto, non lo faccio dall’alto in basso, ma da pari a pari. Io, infatti, come te ci sono dentro fino al collo.
Orsù, procediamo con il decalogo…

1. La regola d’oro: la matematica non è un’opinione
Lasciamo stare i filosofeggiamenti e partiamo dalla matematica, che lo sai, con cifre e numeri si scherza mica.
Ebbene, cifre e numeri ci dicono che in Italia (sì lo so che tu sei ambizioso e punti alla conquista del mondo, ma per ora limitiamoci ai confini nostrani e rimandiamo il discorso sul mercato internazionale alle prossime puntate) tantissimi scrivono e pochissimi leggono. E quei pochissimi che leggono, raramente (capito? ho detto “raramente”, il che significa con la frequenza con cui l’Atalanta si qualifica in Europa League) comprano più di cinque libri l’anno.
Ora capirai, mio buon amico, che solo questi dati nudi e crudi (ma soprattutto incontestabili), dovrebbero farti capire in che razza di casino ti stai cacciando.
Ora, questa regola d’oro è così importante che, sappilo, la ripeterò e la richiamerò in continuazione. Se esagero, puoi mandarmi affanculo. Anche pubblicamente.

2. Prendersi per il culo fa bene alla salute
Lo so, vuoi fare IL scrittore. E IL scrittore è serio, grave, sognatore, malinconico e solitamente ha la mano poggiata sul mento e gli occhi persi.
Non voglio certo rompere l’incantesimo della tua pensosa letterareità, però fidati mio buon amico: ogni tanto sdrammatizzati, prenditi per il culo.
Non solo fa bene alla salute, ma se non lo fai almeno una volta a settimana probabilmente impazzirai nel giro di tre mesi.

3. 300mila copie vendute
Sdrammatizzarsi, non lo dimenticare mai, significa pure ridimensionarsi.
Io capisco che vuoi fare IL scrittore, capisco che hai scritto un libro e lo vuoi pubblicare. Soprattutto so bene che tu punti in alto, vuoi la fascetta con scritto 300mila copie vendute, il paginone di Repubblica, la finale dello Strega, le comparsate in TV in cui la Gruber chiede la tua opinione sul rapporto deficit/pil.
Però, senza che tu corra dall’analista, fatti un’endovena di realismo e ripetiti come un mantra la regola d’oro, quella matematica. Se la analizzi, la introietti e la metabolizzi bene, capirai che 300mila copie vendute non uno su mille, ma uno su diecimila ce la fa. Più facile, per intenderci, che l’Atalanta l’Europa League la vinca direttamente.
Per il solito spietato calcolo matematico (ricordi? i tantissimi che scrivono, i pochissimi che leggono e le mosche bianche che leggono tanto?) capirai quindi che se di copie ne riesci a vendere CINQUECENTO puoi dirti molto (ma molto) soddisfatto. E se ne vendi MILLE hai tutto il diritto di festeggiare ubriaco e nudo in sella a un cavallo.

4. Ogni tanto leggi
Io capisco che hai da fare. Tanto da fare. Oltre a scrivere devi sognare, provare le risposte per le interviste che ti faranno, comprarti la Moleskine che – come recita il cartoncino apposto – era il taccuino di Chatwin, spiegare cos’hai scritto e navigare in internet alla ricerca dei recapiti delle case editrici.
Ma ogni tanto, fidati, dai un freno a questa frenetica attività e leggi qualcosa.
A parte il piccolo dettaglio che leggere è l’unico sistema scientificamente provato per crescere come scrittore, più leggi più ti verrà naturale ridimensionarti, visto che, tra le altre cose, probabilmente scoprirai che il tema da te trattato è stato già affrontato – come minimo – in altre cento pubblicazioni.

5. Non sei alle Olimpiadi
Se oggi hai finito il tuo romanzo, non puoi pretendere di pubblicarlo tra una settimana. E nemmeno tra un mese.
Sei uno scrittore, non sei Bolt. E visto che sono in vena di metafore sportive: devi paragonarti non a un velocista, ma a uno scalatore.
Rassegnati: la scrittura ha tempi lunghi. O meglio lunghissimi.
Marquez per “Cent’anni di solitudine” ha impiegato più di quindici anni.
Non è certo il tempo standard ma serve a rendere l’idea di “tempi lunghi”.
Se invece ragioniamo di tempi standard, a parte che sarebbe buona norma, una volta finito il lavoro, leggerlo e correggerlo fino allo sfinimento, sappi che: in media una casa editrice a valutare il tuo manoscritto ci mette SEI MESI. Ho detto “in media”. Il che significa che a volte ci mettono meno e a volte, IL PIÙ DELLE VOLTE, di più.
Il che non significa che siano lenti e fancazzisti, ma semplicemente sono oberati di lavoro.
Ricordati: nello stesso identico momento in cui tu stai inviando il tuo lavoro, circa altre dieci persone, sparse nella penisola, stanno facendo la stessa identica cosa.
Fai il conto per una settimana e trai le tue conclusioni.
Perciò: calma, attesa e pazienza. Ti sembrerà strano, ma ti assicuro che il resto del mondo, in attesa del tuo capolavoro, sopravviverà.

6. La lacrimevole storia dell’incompreso
Chiaro, sei uno scrittore e quindi, per tua stessa natura, la gente non ti capisce. Però, santa madonna, non esagerare.
Ovvero: se quarantotto persone su cinquanta non capiscono una minchia di quello che hai scritto o non trovano un bel niente nel tuo capolavoro (e le due persone escluse sono tua madre e la tua fidanzata), due domande fattele.
Vale a dire che invece di insultare tutti perché non capiscono la vera letteratura (ma verrà il giorno in cui la gloria postuma ti ricompenserà di tali atroci ingiurie), potresti prendere in considerazione l’idea che quel che hai proposto non sia esattamente un capolavoro. O meglio, in un delirio di franchezza, potresti direttamente ammettere di aver scritto una cagata.
Stai calmo, non saltare sulla sedia: anche i grandi (TUTTI i grandi) hanno scritto cagate… perché mai non dovresti scriverne tu?
Per estensione, il discorso vale anche se si parla dei rifiuti di un editore. Quando un editore rifiuta una tua opera (ricordati: saranno molti di più i no dei sì, quindi bene che con le lettere di rifiuto delle case editrici tu impari a conviverci), non è perché è un mentecatto che di letteratura non capisce nulla e che, soprattutto, non è riuscito a comprendere la tua opera. E non è nemmeno perché non l’ha nemmeno letta. E nemmeno perché tu sei un povero cristo senza agganci e senza le conoscenze giuste e si sa come vanno sempre le cose in questo paese.
Niente di tutto questo. Al contrario: a) l’editore è quasi sempre un professionista del settore che, specie se tu, mio buon amico, sei agli esordi, ne sa più di te. Chiaramente non è infallibile, anzi… la storia è piena di sviste clamorose degli editori, ma anche se questi abbagli sono entrati nella storia non sono la regola, ma l’eccezione. Ergo, se un editore ti dice che la tua opera non è all’altezza, prima di far partire le invettive, almeno due domande fattele; b) l’editore è pure un essere umano, e oltre che con il suo fiuto, giudica secondo il suo gusto… e anche se tu hai scritto un capolavoro universale, non avrai mai l’unanime consenso di tutto il mondo. Ergo, tranquillo: se a lui non è piaciuto, magari piacerà a qualcun altro; c) l’editore è un imprenditore, il che vuol dire che sulle opere che sceglie ci investe dei soldi, che il rischio dell’impresa è tutto sulle sue spalle; soprattutto, significa che ha una linea e una politica ben precise. E se il tuo romanzo, pur bello, non rientra nella sua linea, NON ti pubblicherà. E ha ragione lui; d) va da sé che avere una rete di contatti e di intermediari faciliti, e non poco, la faccenda, dimezzi i tempi di attesa e tante altre cose; ma, mettitelo bene in testa, il mondo degli scrittori che pubblicano NON è una congrega di raccomandati. Che poi qualcuno pubblichi esclusivamente grazie alle conoscenze è successo, succede e succederà… ma di nuovo: è l’eccezione, non la regola. E le eccezioni non fanno “sistema”. Comunque, se vuoi scagliarti contro il sistema, se lo trovi ingiusto e malato, nessuno te lo vieta. Ma in questo caso, per coerenza, rinuncia a prescindere a pubblicare. Perché nel momento esatto in cui pubblicherai un libro, nel sistema ci sarai dentro fino al collo.

7. La serialità uccide
Chiaro mio buon amico che non puoi inviare il tuo libro a una casa editrice per volta. Visti i tempi, la trafila rischia di essere più lunga dell’estinzione di un mutuo. Però, che cavolo, datti lo stesso un limite.
Ovvero: mandare lo stesso scritto contemporaneamente a centottanta case editrici diverse non è né sano né serio né conveniente. Un minimo, almeno un minimo, devi selezionare. Capisco che la tua opera sia unica e inimitabile, e proprio per questo non è possibile che ti vada bene pubblicarla con chiunque. L’editore va quanto meno cercato. Che poi mio buon amico torniamo al discorso della linea editoriale. Tu conoscerai l’opera, ne conoscerai genere, stile, atmosfera. Allo stesso modo devi conoscere la linea delle case editrici e capire quale può essere più interessata alla tua opera. Tanto per fare un esempio: che senso ha mandare un fantasy a Feltrinelli? O un libro per ragazzi ad Adelphi? O un saggio sulla vita privata di Ottaviano Augusto a Garzanti?
Insomma, santo cielo, ti dai una regolata?

8. La lista della spesa non è un romanzo
Ok, vuoi fare IL scrittore e la tua penna è sacra. Da lei sgorgano solo parole divine baciate dal Dono. Però c’è un limite a tutto. Per quanto tu sia immenso, non tutto quel che sgorga dalla tua penna è pubblicabile. Anche qui è questione di matematica. E tu devi imparare a essere il primo – e più severo – critico di te stesso. Tra l’altro, meglio – molto meglio – che te ne accorga prima tu che altri.
Per chiudere la questione: hai presente quando muore un grande scrittore e gli sciacalli subito dopo sputano fuori i suoi inediti a ripetizione? Hai presente che novantanove volte su cento questi inediti sono cagate mostruose? Convieni con me che se il grande scrittore non le hai mai volute pubblicare c’era più di un motivo valido?
È abbastanza chiaro il concetto?

9. Si dice “note” e si intende proprio “note”
Tutte le case editrici, nelle linee guida per l’invio dei manoscritti, ti dicono che devi allegare le tue “note biografiche”. Capisco che, in quanto scrittore, ami alla follia le metafore. Ma ti assicuro che in questo caso non è un’allegoria. Cioè loro scrivono “note” e intendono proprio “note”, vale a dire qualcosa di breve ed essenziale. Per quanto la tua vita sia quanto di più importante e interessante possa esistere al mondo, non è necessario scrivere frasi del tipo “sin da piccolo d’immalinconiva davanti ai tramonti” oppure “sin da piccolo sbalordiva i suoi amichetti inventando storie mirabolanti”. Evitare anche di menzionare che avete vinto una spalla di prosciutto per esservi classificati secondi al premio letterario della sagra annuale di Montecolognola.
Siate essenziali. Cinque-sei righe sono più che sufficienti. Sette, sono troppe.

10. La tua pagina personale
L’universo del web ha spalancato universi fino a poco tempo fa impensabili. Poter creare a costo zero, in pochissimo tempo e con estrema semplicità blog, pagine personali e canali dove mostrare a chiunque i propri prodotti, è qualcosa di fantastico.
Quindi, mio buon amico, crea pure la tua pagina personale.
Però, per favore, non chiamarla “Mario Rossi scrittore”.
Ti prego, NON FARLO.
Riflettici un attimo e capirai da solo il perché. Se non lo capisci, probabilmente è il caso che tu cambi idea e rinunci totalmente a fare IL scrittore.

#dagrandefaròILscrittore
#universiRiccardoLestini

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