Una “madeleine” sulle sponde del lago Trasimeno (“Il rifugio delle ginestre”, di Elisabetta Bricca)

 

Sarà il lago Trasimeno, saranno le colline che lo circondano, i profumi e i colori in cui sono nato e cresciuto. Saranno le ginestre che, al solo nominarle, mi scaraventano addosso sogni e nostalgie. Sarà la terra d’Umbria che, tutta quanta, nessun centimetro escluso, ogni volta che torno a calpestarla, mi obbliga a ricercarmi.
Sarà (anche) tutto questo. Ma soprattutto sarà il fatto che, al di là delle suggestioni e dei vissuti strettamente personali (e molto altro), “Il rifugio delle ginestre” – scritto da Elisabetta Bricca ed edito da Garzanti nel 2017 – è a prescindere uno splendido romanzo, una delle scoperte letterarie più belle in cui – da lettore – mi sono imbattuto negli ultimi anni.
Perché la storia di Sveva, che per tenere fede a una promessa fatta alla madre in punto di morte lascia la capitale (dove lavora come copywriter e vive una vita all’apparenza piena e realizzata) per far ritorno in Umbria alla ricerca di un padre mai conosciuto, è una storia universale sulla ricerca di sé, sul legame inestirpabile con le proprie radici, su come solo il confronto (complicato, a volte drammatico, di sicuro mai facile) con il nostro passato possa regalarci un vero futuro.
Una penna intensa e gentile, quella di Elisabetta Bricca, che scava dentro accarezzando, capace di dare solidità al racconto senza rinunciare all’abbandono lirico, con il battito della più robusta tradizione della grande narrativa ottocentesca e primo novecentesca (Virginia Woolf, Jane Austen, Louisa May Alcott) e il respiro del più seducente realismo magico. Tutti elementi mescolati, impastati e rigenerati in una matrice stilistica unica e inconfondibile, sognante e vivida al tempo stesso.
Una sorta di travolgente romanzo di formazione al rovescio che, non appena la protagonista (personaggio pieno, stupendamente tratteggiato, indimenticabile) ritrova la sua Umbria (un’Umbria sotterranea, magica, pregna di mito, mistero e leggende), esplode in una “madeleine” continua, una “recherche” affascinante, inquieta e traboccante d’amore, dove paesaggi, personaggi e stati d’animo si specchiano e si corrispondono in un turbine di anime.
L’ho consigliato a molti in tutti questi mesi e solo oggi, con la rapidità che da sempre mi contraddistingue, ne scrivo pubblicamente. Ma il valore più alto della letteratura, e qui parliamo di pura letteratura, è l’avere tempi lunghi, lunghissimi, il suo essere argine immortale di ostinata resistente contro tempi sempre più brevi e vuoti. Un argine contro l’oblio.
Perciò, se non l’avete già fatto, leggete “Il rifugio delle ginestre”. Oggi, domani o fra un anno, ma leggetelo. E innamoratevene.
In attesa del prossimo libro di Elisabetta, che arriverà quando il tempo sovrano della sua scrittura avrà sconfitto i suoi demoni.

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