«QUAL È», non «QUAL’È»… «UN PO’», non «UN PÒ» (tristi storie di errori e orrori)

Caro amico che da grande vuoi fare IL scrittore, oggi è martedì. Per cui rieccoci puntuali con la nostra rubrichetta stronza e cattiva su tutto ciò che si agita nel meraviglioso mondo editoriale (e dintorni).
Oggi, come avrai facilmente intuito dal titolo, si parla di errori.
Non di refusi, che letteralmente sono quelli che a scuola e tra amici chiamiamo bonariamente “errori di distrazione” (o “di battitura”), tipo che invece di MANGIARE scrivi MANGAIRE, o invece di SI scrivi DI. Che i refusi, bene saperlo, li fanno e li facciamo tutti. Li fa pure Mondadori, pure Einaudi e tutte le “portaerei” dell’editoria italiana. E più un testo è lungo più aumentano le possibilità che una cazzata scappi anche all’occhio più attento e al rito delle revisioni incrociate. Pensa che c’è pure chi sostiene che il “libro perfetto”, dal punto di vista della confezione editoriale, sia quello non con zero refusi, ma con uno. Come a dire: due refusi sono troppi, ma la perfezione non esiste nemmeno sull’Olimpo. E va da sé che più un testo è scritto di fretta, più si assottiglia il tempo a disposizione per correzioni&revisioni – tipo gli articoli di giornali – più i refusi abbondano e traboccano. Personalmente (e ti ripeto che pure io, da grande, voglio fare IL scrittore), negli articoli che quotidianamente pubblico nel mio blog, un refuso al giorno non me lo faccio mai mancare. Anche perché le mele non è che mi piacciano granché. Ad ogni modo, il refuso non è un dramma. Bene comunque non eccedere: se un tempo con le macchine da scrivere era più facile incasinarsi, oggi con il pc e soprattutto con i correttori automatici la questione è diversa. Parecchio diversa. E abbondanza di refusi equivale a sciatteria e scarsa cura. E dell’autore e dell’editore.

Comunque, oggi non sono i refusi che ci interessano. Oggi parliamo di errori (e orrori) veri e propri.
Nelle puntate precedenti, amico scrittore, ti ho detto e ridetto come la “questione madre” alla base di tutta questa avventura dell’aver scritto un libro e volerlo pubblicare è quell’equazione, semplice e letale, che ci dimostra in maniera scientifica come siano tantissimi quelli che scrivono e pochissimi quelli che leggono.
Applicando questo teorema incontrovertibile, puoi facilmente immaginare come le case editrici – grandi, medie e piccole – siano letteralmente sommerse di proposte editoriali, che abbiano caselle di posta in continua ebollizione, che letteralmente scoppiano di manoscritti allegati.
Tanto per farti un’idea: una casa editrice minuscola, semi sconosciuta, riceve in media 7-8 manoscritti alla settimana. Cioè… capito che roba?
E chiunque abbia fatto parte – a lungo o per un breve periodo – in qualsiasi ruolo di una casa editrice, a domanda ti darà la stessa identica risposta: la stragrande maggioranza dei manoscritti che arrivano sono PIENI DI ERRORI.
Proprio errori di sintassi e di ortografia.
Alcuni dei quali tragicamente ricorrenti.
Praticamente superfluo sottolineare che, con quella mole abnorme di testi da visionare e valutare, se a pagina tre si contano già quattro o cinque strafalcioni imperdonabili, l’editore butti il manoscritto nel cestino senza nemmeno continuare. E senza nemmeno rispondere al diretto interessato per motivare il rifiuto.
Che io mio buon amico lo so che tu, in quanto aspirante scrittore, come tutti gli scrittori veri o presunti, famosi o sconosciuti, difetti mostruosamente in autocritica, generalmente non sbagli mai e se l’editore non ti pubblica è sempre e solo lui a non aver capito un cazzo. Però che cazzo, capisci che pure il tuo ego debordante si deve inchinare davanti all’evidenza. Nel senso: capisci che se mandi a un editore un manoscritto pieno di errori che manco la professoressa di italiano più comprensiva e speranzosa nei miglioramenti a lungo termine ti avrebbe perdonato, non puoi proprio incazzarti se non ti prendono in considerazione?
In altre parole: di sicuro senza conoscere le regole base della grammatica si vive lo stesso, però porca troia come puoi pretendere di fare IL scrittore se per te le virgole sono opinioni e la differenza tra aggettivo e sostantivo continua puntualmente a sfuggirti?
Perciò riflettici bene: se continuano a bocciarti all’esame di guida, forse è il caso che il tuo sogno di diventare pilota di Formula 1 tu lo rimetta nel cassetto. Chiudendolo e buttando via la chiave, possibilmente.

Ad ogni modo, tu pensa che situazioni del genere – ovvero masse gigantesche di esseri umani che vogliono fare IL scrittore e inviano manoscritti sgrammaticati – sono così frequenti che moltissime case editrici, esasperate, si sono viste costrette a inserire nel loro sito internet, alla pagina “contatti”, delle linee guida, con l’invito – o meglio la preghiera – agli aspiranti scrittori di consultarle attentamente PRIMA di procedere all’invio del proprio lavoro.
Ma quali sono le raccomandazioni più ricorrenti di queste linee guida? Non posso riportartele tutte ma, a monito ed esempio, ti elencherò le principali.

Si scrive UN PO’, con l’apostrofo, non UN PÒ, con l’accento. Il motivo è che si tratta della troncatura di “un poco”, e l’apostrofo sta a ricordarci che il “co” è caduto (pare senza essersi fatto troppo male). Nota bene: “pò” non va bene nemmeno se la tua storia è ambientata nella pianura Padana, visto che il fiume più lungo d’Italia si scrive PO, senza accento.

Si scrive QUAL È, senza apostrofo, non QUAL’È, con l’apostrofo. Si chiama “apocope vocalica”, ma non c’è bisogno di arrivare a tanto. Basta ricordarsi che in questo caso (come nel caso di BUON UOMO) non c’è alcuna troncatura, non è caduto un bel niente, e “qual” esiste allo stesso modo di “quale”, anche davanti a una consonante (QUAL BUON vento ti porta?).

UN AMICO, senza apostrofo, non UN’AMICO, con l’apostrofo. Sembra incredibile, ma è pieno di persone che vogliono fare IL scrittore che mandano agli editori manoscritti pieni di “un’amico”, “un’angelo” e via discorrendo. La regola che spiega perché si tratti di un errore, è francamente imbarazzante rammentarla.

FA, FA’ e FÀ.
Se il protagonista del tuo romanzo è un musicista, ricordati che la quarta nota della scala si scrive FA, senza accento e senza apostrofo.
Se il protagonista del tuo romanzo è un musicista che si esibisce in pubblico, si scrive FA UN CONCERTO, sempre senza accento e senza apostrofo.
Se il protagonista del tuo romanzo è un musicista che si esibisce in pubblico e propone brani del passato, quando li presenta deve dire che sono stati scritti TANTO TEMPO FA, ancora senza accento e senza apostrofo.
Se il protagonista del tuo romanzo è un musicista che si esibisce in pubblico, propone brani del passato e si diverte a cacare il cazzo dando ordini a destra e a manca, i suoi imperativi tonanti si scrivono FA’ COME TI HO DETTO!, con l’apostrofo e non con l’accento.
Se il protagonista del tuo romanzo è un musicista che scrive un accordo in FÀ diesis, la sera FÀ un concerto, propone brani scritti tanto tempo FÀ e dice alla sua fidanzata FÀ come ti ho detto, butta via il romanzo.

Che egli STESSE, non che egli STASSE.
Che egli DESSE, non che egli DASSE.
Se vuoi fare IL scrittore, rifletti sul fatto che con i congiuntivi avrai MOLTO a che fare. Non c’è scampo.

ED, OD, AD
Si chiama D “eufonica”, che in greco significa “bel suono”. E va messa SOLO SE la parola successiva inizia con la STESSA VOCALE. Ovvero: motivato ED ENTUSIASTA, vado AD ATLANTA. Non ED ANCHE, OD ANCHE e via dicendo.

Se la protagonista del tuo romanzo è una casalinga frustrata, ricordati che stira CAMICIE, con la “I”. Se invece lavora in ospedale ricordati che indossa il CAMICE, senza “I”.
Ma non lasciarti prendere dall’entusiasmo. Nella scena più bollente del tuo romanzo ad alto contenuto erotico, ricordati che lui le tocca LE COSCE, senza “I”, non LE COSCIE, con la “I”.
Questo perché quando un singolare femminile finisce in “-cia” (o in “gia”), al plurale conserva la I se il “cia” è preceduto da una vocale (camI-cia che diventa camicIe) e la perde se è preceduto da una consonante (coS-cia che diventa cosCE).

Senza troppe spiegazioni:
Si scrive puRtroppo, con la R, non puLtroppo, con la L.
AFFIANCO, scritto così, tutto attaccato, è la prima persona singolare del presente indicativo del verbo AFFIANCARE, mentre se il tuo personaggio si siede accanto a un’altra persona devi scrivere A FIANCO, staccato.
Si scrive perchÉ, poichÉ, sicchÉ, con l’accento ACUTO (perché il suono è CHIUSO) e si scrive c’È, È, con l’accento GRAVE (perché il suono è APERTO).

I puntini di sospensione di norma sono tre: …
Se te ne scappano quattro, niente di grave. Ma che cazzo ti viene in mente a scrivere una roba tipo “si fermò…………………..poi riprese la marcia…………………..poi si fermò ancora……”?
E anche se resti ligio alla regola del tre, non abusarne. L’uso continuo dei puntini è semplicemente terrificante.

Dopo il punto (.), la virgola (,) e dopo tutti gli altri segni di punteggiatura, CI VUOLE LO SPAZIO.
Se mi scrivi una volta “si fermò,poi riprese la marcia”, passi. Ma TRENTA VOLTE meriti di essere cestinato all’istante.

Scrivi in un carattere “normale” e in un corpo “accettabile”.
Ovvero, Times New Roman o Garamond e corpo 12. Non ci vuole molto a capirlo, no? Sono quelli che più somigliano ai caratteri di stampa dei libri, ne convieni? E allora mi spieghi perché cazzo ti ostini a inviare manoscritti in CARATTERI GOTICI? A corpo 16 per di più?

Per concludere.
Siccome questo è un mondo pieno zeppo di paradossi e follie d’ogni ordine e grado, e siccome fino adesso ho bastonato soltanto scrittori&lettori e pure gli editori meritano qualche stilettata (ma nelle prossime settimane, tranquilli, verrà il loro momento), vi racconto questa cosa.
Una casa editrice, collocabile nella fascia delle medio-piccole, ha pubblicato anch’essa nel suo sito le solite linee guida per evitare che gli scrittori inviino abomini di sorta. Solo che le due paginette di linee guida, norme redazionali ed errori da evitare, sono PIENE ZEPPE DI ERRORI.
In due pagine scarse ne ho contati DICIASSETTE. Certo che se pure l’editore è grammaticalmente un cialtrone, siamo al circolo vizioso dell’orrore.

No, mio buon amico e aspirante scrittore, NON ti dirò il nome di questo editore.
Ma tranquillo: se davvero vuoi fare IL scrittore, le case editrici – anche solo per sbirciare il loro sito – le girerai più o meno tutte. Ergo, la troverai da solo.
Un modo come un altro per costringerti a leggere tutte le raccomandazioni.

A martedì prossimo!

#dagrandefaròILscrittore
#universiRiccardoLestini

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