Da Verona a Mosca a bordo di una Panda scassata (“Panda o morte”, di Marco Rizzini)

Poco più di un mese fa ho rottamato la Panda (di quelle vecchie, i cosiddetti “pandini”) della mia compagna, che la possedeva dal giorno della sua patente. Valore affettivo incalcolabile, pure per me che con quella macchina vecchia e claudicante ho avuto solo un rapporto di “parentela acquisita” e limitato a questi ultimi anni. Così, i giorni precedenti e quelli successivi alla rottamazione, sono stati vissuti come una sorta di inconsolabile lutto familiare.
Ed è stato principalmente a causa di questo se, praticamente a scatola chiusa, senza sapere nulla né del contenuto né del suo autore, ho acquistato al volo “Panda o morte”, romanzo freschissimo di stampa, scritto da Marco Rizzini ed edito da Ediciclo.
Credo fermamente di non essere stato l’unico, visto che in quasi tutte le famiglie italiane c’è un vissuto affettivo e profondo legato a una vecchia Panda.
Ma al di là di queste annotazioni puramente istintive e sentimentali, c’è un oceano letteralmente sterminato a rendere straordinario questo romanzo.
La storia di Marco, che dopo essersi licenziato parte assieme a due amici a bordo di una Panda scassata con cui percorre la bellezza di dodicimila chilometri, da Verona all’Uzbekistan, dove cerca la tomba del bisnonno polacco perseguitato nei gulag staliniani, è il materializzarsi di due mondi, quello geografico ed esteriore e quello interiore e psicologico. Due mondi che si compenetrano, a volte corrispondendosi altre volte scontrandosi, in un allinearsi caleidoscopico e stupefacente di istantanee a volte semplicemente belle, altre volte inquietanti e altre volte ancora stupefacenti.
Nella migliore tradizione della narrativa di viaggio, “Panda o morte” vive di un ritmo incalzante e trascinante anche nei momenti di stasi e più intimi, riuscendo nel miracolo di darci l’illusione di un romanzo che si scrive nello stesso momento in cui lo leggiamo, rendendoci non partecipi, ma protagonisti di questa avventura.
Un viaggio visto come formazione (il cui pilastro è la ricerca della tomba del bisnonno e quindi il bisogno disperato di riannodarsi alle proprie radici, pur a migliaia di chilometri di distanza da casa) e come riflessione (sul passato, simboleggiato proprio dal mezzo del viaggio, la Panda, sul presente e sul futuro, sia quello privato sia quello universale di un mondo qui fotografato nella sua più viva diversità). Ma anche, semplicemente e vertiginosamente, come puro bisogno del movimento, quella sorta di ossessiva dromomania che De André avrebbe chiamato “la stessa ragione del viaggio, viaggiare”.
Lettura assolutamente consigliata. A chiunque.
Lo trovate dappertutto, librerie e store on line.
Che aspettate?

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