Addio

Quando se ne va un grande artista, le cui opere hanno avuto una qualche importanza nella mia vita, la celebrazione postuma e il ricordo appassionato a suon di omaggi trovano in me sempre poco spazio, sopravanzate e fagocitate da una grande sensazione di sgomento, come se toccassi ogni volta con mano il grande vuoto lasciato.
Una reazione senz’altro ingenua, dettata da un’illusione tanto assurda quanto insopprimibile: l’ostinarmi a vedere il “grande” – e le sue opere – patrimonio comune e collettivo, e di conseguenza la sua figura pubblica affare di tutti, compagna e sorella di un quotidiano condiviso.
Idealismo imperdonabile, lo so, ma tant’è.
La scomparsa di Bernardo Bertolucci, pur arrivata dopo una lunghissima malattia che da tempo ci aveva privati del suo genio, non fa eccezione. Anzi, se possibile, amplifica queste sensazioni, lasciandomi in balia di una gigantesca tristezza.
Alcuni suoi film hanno lasciato in me tracce indelebili, scavato solchi come poche altre cose incontrate nella vita, accompagnato la mia crescita, alimentato la mia fame di bellezza e dettato l’agenda della mia formazione cinematografica e culturale.
Parlo in particolare di “Novecento”, un capolavoro mostruoso dove gusto estetico e profondità narrativa raggiungono vette inimmaginabili e che, coniugando alla perfezione l’immensamente grande e l’immensamente piccolo, partendo da vicende “minime” riesce a cogliere e restituirci l’essenza del periodo storico più drammatico della storia d’Italia.
Ma parlo anche del decadentismo tragico e “pastoso” di “Ultimo tango a Parigi” e de “Il conformista”, dell’inno, a suo modo disperato, al cinema, alla giovinezza e alla libertà di “The Dreamers” e “Io ballo da sola”. E a “La commare secca”, poco conosciuto ma splendido, film d’esordio girato ad appena ventun anni su un soggetto regalatogli da Pier Paolo Pasolini (di cui era stato, diciannovenne, assistente alla regia).
Altri film mi sono piaciuti molto meno, o per niente, come il pluricelebrato “L’ultimo imperatore”, dove ho sempre trovato un surplus di estetismo, un eccesso di perfezione spesso autoreferenziale (con la mia amica Lorenza, ai tempi dell’università, scherzavo spesso dicendo che guardando certe sequenze mi pareva di vedere in controluce il faccione di Bertolucci che sornione mi diceva “sono troppo bravo”).
Ma il piacere e le emozioni che si possono sentire e provare sono quasi sempre soggettivi, dipendenti dal gusto e dalla sensibilità del singolo. La grandezza invece no, è oggettiva. E Bertolucci è stato, è, oggettivamente e indiscutibilmente un grande. Oggettivo e indiscutibile l’aver improntato di sé la storia del cinema, dell’arte e della cultura, il suo essere un maestro senza altro da aggiungere.
Leggo oggi, accanto ai ricordi, di alcune polemiche, talmente pretestuose, per non dire ridicole, e soprattutto talmente poco informate sulla realtà delle cose che tirano in ballo, da non meritare risposta.
Prenderle in considera sarebbe un’offesa non tanto e non solo alla memoria della persona, quanto alla stessa intelligenza.
La stupidità, per quanto invasiva, onnipresente e fastidiosa, è sempre destinata a breve vita. L’intelligenza invece, pur se vilipesa e spesso non compresa, attraversa le epoche, la storia ed è immortale.
Come immortale sarà lo sguardo sublime di Bertolucci.
Grazie di tutto, maestro.