Quando la figura di merda ce l’hai nel sangue

Questa è una storia antica.
Avevo sedici anni, o giù di lì. E come tutti i sedicenni del mondo avevo rapporti problematici con l’intero universo. Ma in particolare, almeno in quel periodo, i problemi ce l’avevo con la chimica, nel senso della materia di scuola. Già tragicamente infognato nei versi di De André, non riuscivo a tradurre la canzone “Un chimico” (“ma guardate l’idrogeno tacere nel mare, guardate l’ossigeno al suo fianco dormire…” e via dicendo… ) nello studio, e quindi la chimica proprio non la strozzavo. E mentre la prof di matematica mi aveva da tempo riconosciuto una sorta di semi infermità mentale nel calcolo e nelle equazioni, quella di chimica non si rassegnava e non mi lasciava stare, convinta che potessi raggiungere chissà quale risultato. Una tattica tormentatrice che, per un po’, funzionò, facendomi ottenere risultati quanto meno dignitosi.
Poi però mi innamorai e la situazione precipitò vertiginosamente. Il più tipico degli amori da sedicenni: brutale, bestiale, assoluto, invasivo, invalidante e, ovviamente, per niente corrisposto.
E proprio nel giorno in cui l’amata mi servì il più netto e colossale dei rifiuti, proprio mentre desideravo esilii danteschi e progettavo clamorose proteste contro la vita ingrata (sciopero della fame, fughe in Africa a trafficare armi come Rimbaud, arruolamento in Chiapas con l’esercito del subcomandante Marcos e una vita da guerrigliero clandestino), mentre abbozzavo lettere di addio di stampo foscoliano e farneticavo clamorosi ripensamenti dell’amata quando ormai sarebbe stato troppo tardi (o Aspasia!!), la prof di Chimica pensò bene di interrogarmi. E fu, manco a dirlo, l’interrogazione più ridicola e catastrofica della mia vita. E siccome era il maggio odoroso e la scuola volgeva al termine mi disse che con quell’interrogazione avevo concrete possibilità di andare a settembre. Per salvarmi, di lì a una settimana, avrei dovuto sostenere un’interrogazione galattica, sull’intero programma.
Lì per lì pensai di lasciarmi andare, con fatalismo decadente e baudelairiano, che magari una materia a settembre mi avrebbe reso scafato e affascinante, un eroe postmoderno sfigato e maledetto, l’anello di congiunzione tra il giovane Holden e James Dean. E a quel punto lei, confusa e pentita, sarebbe tornata implorante in anfibi e maglia dei Ramones a dirmi prendimi maschio, prendimi e portami nel tuo inferno.
Poi però, in un rarissimo momento di lucidità, pensai che nemmeno la mia età giovane e acerba poteva giustificare tutte le puttanate che mi venivano in mente. E così, per salvare l’orgoglio e l’estate, mi misi a studiare chimica col più poderoso degli scatti di reni.
Il giorno prima dell’apocalisse, ovvero dell’interrogazione, addirittura restai a casa per studiare. E mentre le ore scorrevano inesorabili macinavo chimica come un novello Lavoisier. La tavola periodica degli elementi era il mio unico credo, composti e reazioni le mie divinità pagane a cui consacrare tutta l’esistenza. E in nome dei fratelli neutrini mi sentivo titanico e gigantesco, che vedi amata recalcitrante, tu mi umili e mi scacci, ma io, come una ginestra leopardiana, so sfidare l’avverso destino a testa alta e lottare fino alla morte (no, alle puttanate non ero proprio capace di rinunciare).
Verso le sette di sera, fuso e stremato, sentenziai che ormai ero pronto, la scienza era un tutt’uno con il mio corpo e chiusi trionfalmente il libro. Mi ci voleva una passeggiata rinfrescante e defatigante.
Messi via libri e appunti con foga sovreccitata uscii di casa sbattendo la porta con forza inaudita.
E, una volta sul pianerottolo, totalmente preda di una follia delirante, lo feci: a occhi chiusi mi buttai in ginocchio sul pianerottolo e, gridando un incomprensibile TUTUTUTUTUTUTU, simulai con la mano una masturbazione immaginaria.
Era il gesto catartico con cui gridavo agli dei la mia vittoria.
Solo che finita la mossa e riaperti gli occhi mi trovai davanti il volto incredulo del mio vicino di casa, che mi fissava sconcertato, gli occhi sgranati.
Lo fissai per qualche secondo.
E quando mi resi conto che no, non era un incubo, ma avevo davvero urlato a occhi chiusi facendo finta di masturbarmi davanti al mio vicino (e amico di famiglia e collega di mio padre eccetera eccetera eccetera), compreso che non potevo teletrasportarmi in Nicaragua seduta stante, mi alzai in piedi. E schiarita la voce dissi “buonasera”.
E me ne andai.
E la mia vita cambiò per sempre.

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#universiRiccardoLestini

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