L’autunno caldo

In un bellissimo, e purtroppo semisconosciuto, romanzo di Stefano Jorio intitolato “Radiazione” (edito nel 2010 da Minimum Fax), le vicende dei protagonisti si svolgono sullo sfondo di un micidiale caldo anomalo che, prolungando le temperature estive per tutto l’autunno e buona parte dell’inverno, stringe l’Italia, e in particolare Roma, in una morsa d’afa insostenibile.
Un sole malato e inspiegabile che diventa la metafora di una società in putrefazione, un’umanità liquefatta e una politica marcescente.

A vedere, e soprattutto a sentire, le temperature assurde di queste settimane, ho ripensato e ripenso spesso a quel romanzo, bello e inquietante.
Proprio come in quelle pagine anche qui pare che l’insostenibile prolungarsi dell’estate voglia simboleggiare il cortocircuito – mentale, morale, sociale, politico – in cui stiamo annegando.

Un nuovo, e grottesco, “autunno caldo”, fatto non di lotte e tensioni sociali ma di pomeriggi da spiaggia e temporali tropicali nel pieno di ottobre.
Dove a stretto giro non v’è l’ombra di elezioni, ma le temperature sono comunque quelle bollenti di una campagna elettorale in pieno corso e di un voto imminente. Dove l’impazzimento del termometro fa il paio con un clima politico ancora più accesso di quello visto nella campagna elettorale vera e propria.
Dove il governo alza continuamente i toni nonostante l’opposizione sia palesemente inesistente, come quei pazzi che, per l’appunto soprattutto d’estate, urlano da soli, contro il nulla, facendo rimbombare le loro grida nelle strade deserte e appiccicose.
Dove l’opposizione si oppone solo a sé stessa, come in quelle psicosi autolesioniste in cui, per fare un dispetto agli altri, ci si prende a martellate in testa.

Un autunno caldo dove i conti ieri non tornavano, oggi tornano e domani non torneranno di nuovo. Un calcolo e ricalcolo continuo senza che nessuno sia riuscito a spiegare di che cavolo di conti parliamo, dove si taglia e dove si mette. E, soprattutto, quanto si taglia e quanto si mette. E a chi si taglia e a chi si mette.
Un autunno, in sostanza, di conti senza l’oste. O meglio di conti in cui l’oste, ovvero il ministro Tria, non pare avere alcun potere decisionale sulla sua osteria.

Un autunno caldo dove in nome della libertà di stampa si auspica la chiusura di alcuni quotidiani, e dove in nome dell’etica e della moralità i ministri mandano post su Facebook durante il consiglio dei ministri.

Un autunno caldo dove l’accertamento della verità sul caso Cucchi anziché portare tutti a una seria riflessione sulle storture degli apparati dello Stato, su come lo Stato può (e deve) evitare certi tragici passaggi a vuoto in materia di garanzie e diritti elementari (il mea culpa sulle cazzate dette in nove anni lo lasciamo stare, non pretendiamo tanto), scatena ancora di più il partito degli “anti Cucchi” (e il fatto che esista un partito degli anti Cucchi già dovrebbe farci augurare l’estinzione della nostra specie), che nell’ordine: 1) sciorina una serie di “comunque era uno spacciatore”; 2) Ilaria Cucchi è diventata famosa speculando sulla morte del fratello; 3) sempre pronti a urlare in altre occasioni “prima l’Italia perché è un faro di civiltà e di diritti”, in questo caso giustificano, se non proprio esaltano, i comportamenti da regime militare sudamericano.

Un autunno caldo dove l’Italia che vince 1 a 0 all’ultimo secondo, in mischia, uno spareggio per evitare la serie B europea delle nazionali contro la peggiore squadra dell’ultimo mondiale (la Polonia), scatena un’esaltazione fuori dal comune che quasi si fanno caroselli urlando “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”.

Un autunno caldo dove, nella follia generale, l’ennesimo sbrocco di Antonio Cassano che per la settantesima volta negli ultimi quattro anni annuncia il suo ritiro del calcio, ci appare come la cosa più normale del mondo.
Anzi forse come l’unica cosa normale.
E, in tutto questo delirio, la sua lettera in cui dichiara l’ennesimo addio, ci sembra quasi alta letteratura.

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